“La sfida del nostro ruolo è quella di essere termostati e non termometri, e cioè di non prendere la temperatura dell’ambiente, ma di provare a cambiarla”.
Pensando ad un conflitto è facile immaginare la presenza di violenza ed ingiustizie ed è facile aspettarsi che la “temperatura” dell’ambiente sia quella della rabbia, una miccia pronta a prendere fuoco e innescare un’esplosione. Ma in Grecia – culla della democrazia, della filosofia, dell’arte classica- dov’è il conflitto? L’ho trovato nei graffiti colorati sui muri dei campi sorvegliati da telecamere e bardati di filo spinato. L’ho sentito nella reazione allarmata della sicurezza privata del campo, di fronte al nostro tentativo di aiutare una persona fragile a trasportare dei pesi verso il checkpoint di entrata. L’ho visto durante gli incontri intorno al nostro tavolino negli sguardi circospetti, volti a scansionare chi altro è in ascolto nel momento in cui si inizia a raccontare della propria lingua madre, della propria storia. L’ho ascoltato nella voce di un padre che ci racconta di non riuscire a curare il proprio figlio in un ospedale in cui parlano una lingua che lui non conosce. L’ho percepito nelle lacrime di frustrazione trattenute da una ragazza che non ne poteva più di essere sfruttata sul posto di lavoro.