Ero stata a Ventimiglia quando avevo 10 anni e, avida lettrice di Salgari, approfittando di una vacanza in Liguria, avevo pregato i miei genitori di portarmi a visitare la città d'origine del mitico Corsaro Nero - personaggio completamente inventato. Della città non ricordavo nulla, sentivo solo quei ricordi affettivi che richiamano più un'emozione del cuore che l'avvenimento della visita.
Ci sono tornata questa volta solo per una visita veloce insieme a un altro volontario, per farmi un'idea di come sia il confine più a ovest d'Italia, punto di fuga di moltissime persone che vogliono raggiungere la Francia e spesso proseguire anche oltre.
E com'è quindi? Sono molti i passaggi di confine, innanzitutto: due stradali, uno ferroviario, e altri attraverso i sentieri impervi tra le rocce. Ognuno implica rischi diversi, per chi ha la sfortuna di non avere documenti validi che garantiscano un "benvenuto" al momento del passaggio; si va dal rischio di essere respinti ed espulsi per tre anni su un treno o un autobus internazionale, al rischio di morire se si cammina sui binari al momento sbagliato. Insomma, ci vuole molto coraggio in ogni caso, e forse una buona dose di incoscienza. Del resto, per chi è sbarcato a Lampedusa dopo una traversata da incubo nel Mediterraneo, sembra l'ultimo tratto da superare, sembra che il più sia stato fatto. Ma non è così.

Quando riceviamo la video-chiamata di J., una nostra amica congolese che vive nel campo di Ritsona, non capiamo subito cosa ci stia dicendo, ma notiamo che si trova fuori dal campo con molte altre persone, sentiamo una gran confusione in sottofondo e percepiamo la preoccupazione nella sua voce. 


