Ero stata a Ventimiglia quando avevo 10 anni e, avida lettrice di Salgari, approfittando di una vacanza in Liguria, avevo pregato i miei genitori di portarmi a visitare la città d'origine del mitico Corsaro Nero - personaggio completamente inventato. Della città non ricordavo nulla, sentivo solo quei ricordi affettivi che richiamano più un'emozione del cuore che l'avvenimento della visita.
Ci sono tornata questa volta solo per una visita veloce insieme a un altro volontario, per farmi un'idea di come sia il confine più a ovest d'Italia, punto di fuga di moltissime persone che vogliono raggiungere la Francia e spesso proseguire anche oltre.
E com'è quindi? Sono molti i passaggi di confine, innanzitutto: due stradali, uno ferroviario, e altri attraverso i sentieri impervi tra le rocce. Ognuno implica rischi diversi, per chi ha la sfortuna di non avere documenti validi che garantiscano un "benvenuto" al momento del passaggio; si va dal rischio di essere respinti ed espulsi per tre anni su un treno o un autobus internazionale, al rischio di morire se si cammina sui binari al momento sbagliato. Insomma, ci vuole molto coraggio in ogni caso, e forse una buona dose di incoscienza. Del resto, per chi è sbarcato a Lampedusa dopo una traversata da incubo nel Mediterraneo, sembra l'ultimo tratto da superare, sembra che il più sia stato fatto. Ma non è così.

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“Tu penses qu’on peut vivre une vie?” (Pensi che possiamo vivere una vita?).
Serge ce lo chiede così, guardando una di noi dritta negli occhi.
Sotto l’ombra del berretto, gli occhi lucidi ma fermi rimbalzano poi da un viso all’altro.
Siamo fuori dal campo di Ritsona, dove l’aria è resa pesante dal caldo e dall’odore di plastica bruciata.
Le fabbriche sono infatti i soli edifici che circondano il campo, situato in un’area industriale a 70 km a nord di Atene e a 20 km da Chalkida, il centro abitato più vicino.
In Grecia l’isolamento geografico è un tassello fondamentale della segregazione sistematica delle persone in movimento.
La chiusura del campo di Eleonas e del progetto Estia (Operazione Colomba - Persone tra le persone) avevano già causato l’allontanamento dalle comunità urbane, dunque dalle scuole, dagli ospedali, dalle opportunità lavorative e dalle reti di associazioni.
Oggi, per un numero crescente di persone, la quotidianità è il campo: un contenitore grigio circondato dal filo spinato, dove situazioni giuridiche differenti e comunità diverse sono costrette a condividere un’attesa perenne e inutilmente violenta.
Negli ultimi mesi il campo di Ritsona ha lentamente subito dei mutamenti: un muro in più copre ora completamente la vista delle persone e dei container che si trovano al suo interno, i tornelli e le postazioni di controllo, in fila ordinata, troneggiano presso l’ingresso secondario, ora chiuso con un catenaccio dotato di lucchetto.

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"Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete». Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia".

Anche a Ritsona, uno dei campi profughi, stanno sigillando i confini del campo affinché le persone non possano più uscire e rientrare liberamente.
Per muoversi sarà necessario un documento, che viene consegnato solo a chi ha una richiesta di asilo aperta. Se una persona riceve il rigetto e non ha i soldi per aprire subito un ricorso rimane chiusa dentro, fra alte mura di cemento e filo spinato. Con la sola colpa di essere al mondo e di aver voluto scappare per cercare una vita migliore.

La mia Pasqua quest'anno ha gli occhi di F. ragazza somala che nella sua stanza ha scritto: "sei bella e sei forte!" per darsi la carica ogni mattina.
Ha gli occhi di B. donna iraqena con una grave disabilità fisica, che davanti al quarto rigetto non ha nemmeno più lacrime da versare.

Se risorgere è tornare alla vita, non ho dubbi, quest'anno la Risurrezione va invocata per queste persone.

Nadia

Immagina il tuo Paese, la tua terra, la tua città, quel posto dove sei cresciuto, dove hai avuto la tua prima fidanzatina o fidanzatino, dove hai imparato a camminare e a parlare, quel luogo che chiami casa.
Lo lasceresti mai con l'idea di non tornare più?
Lasceresti tutto ciò che hai guadagnato e che possiedi?
Abbandoneresti parte della tua famiglia con la consapevolezza che probabilmente non la rivedrai mai più?
Immagina di non poter più scegliere il tuo futuro, di vederti costretto a partire, per il bene tuo e della tua famiglia.
Non hai un visto, non ti è concesso averlo, sei obbligato a intraprendere un viaggio che mette in pericolo la tua vita e quella della tua famiglia, non hai alternative.
Devi pagare molti soldi per un viaggio via terra, stipato in camion dove a malapena riesci a respirare, o via mare, prendendo un barcone con tantissime altre persone che potrebbe rovesciarsi in mezzo al mare.
Nonostante queste condizioni, questa è l'unica strada.
Immagina di sentirti fortunato perché vedi in lontananza la terra ferma, quella terra che è l'Unione Europea, quella terra che tutti ti hanno descritto come sicura, dove potrai finalmente ricominciare, dove i tuoi figli potranno avere un futuro.
Immagina di arrivare e di riuscire, dopo tanti anni, a respirare a pieni polmoni, sicuro di avercela finalmente fatta.
Poi però ti rendi conto che non è così.

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Quando riceviamo la video-chiamata di J., una nostra amica congolese che vive nel campo di Ritsona, non capiamo subito cosa ci stia dicendo, ma notiamo che si trova fuori dal campo con molte altre persone, sentiamo una gran confusione in sottofondo e percepiamo la preoccupazione nella sua voce.
Non ci sono dubbi: sta succedendo qualcosa al campo e noi dobbiamo esserci; non aspettiamo oltre e ci mettiamo subito in macchina.
A pochi chilometri dal campo veniamo fermati dalla polizia perché la strada è bloccata, lasciamo la macchina e proseguiamo a piedi: i nostri amici ci aspettano e noi vogliamo essere lì con loro.
Una volta arrivati vediamo molte persone della comunità congolese, soprattutto donne, fuori dal campo; alcune urlano, altre piangono, altre ancora raccolgono pezzi di gomma per accendere un fuoco: “è morto un ragazzo, ha quattro figli”, ci dicono, “è solo negligenza, questo è puro razzismo”.
Ci dicono che avevano chiamato l’ambulanza ieri sera alle 17, ma non si è presentata prima di questa mattina, quando ormai era troppo tardi.
O. è morto nell’attesa.

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