“Tu penses qu’on peut vivre une vie?” (Pensi che possiamo vivere una vita?).
Serge ce lo chiede così, guardando una di noi dritta negli occhi.
Sotto l’ombra del berretto, gli occhi lucidi ma fermi rimbalzano poi da un viso all’altro.
Siamo fuori dal campo di Ritsona, dove l’aria è resa pesante dal caldo e dall’odore di plastica bruciata.
Le fabbriche sono infatti i soli edifici che circondano il campo, situato in un’area industriale a 70 km a nord di Atene e a 20 km da Chalkida, il centro abitato più vicino.
In Grecia l’isolamento geografico è un tassello fondamentale della segregazione sistematica delle persone in movimento.
La chiusura del campo di Eleonas e del progetto Estia (Operazione Colomba - Persone tra le persone) avevano già causato l’allontanamento dalle comunità urbane, dunque dalle scuole, dagli ospedali, dalle opportunità lavorative e dalle reti di associazioni.
Oggi, per un numero crescente di persone, la quotidianità è il campo: un contenitore grigio circondato dal filo spinato, dove situazioni giuridiche differenti e comunità diverse sono costrette a condividere un’attesa perenne e inutilmente violenta.
Negli ultimi mesi il campo di Ritsona ha lentamente subito dei mutamenti: un muro in più copre ora completamente la vista delle persone e dei container che si trovano al suo interno, i tornelli e le postazioni di controllo, in fila ordinata, troneggiano presso l’ingresso secondario, ora chiuso con un catenaccio dotato di lucchetto.

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"Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete». Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia".

Anche a Ritsona, uno dei campi profughi, stanno sigillando i confini del campo affinché le persone non possano più uscire e rientrare liberamente.
Per muoversi sarà necessario un documento, che viene consegnato solo a chi ha una richiesta di asilo aperta. Se una persona riceve il rigetto e non ha i soldi per aprire subito un ricorso rimane chiusa dentro, fra alte mura di cemento e filo spinato. Con la sola colpa di essere al mondo e di aver voluto scappare per cercare una vita migliore.

La mia Pasqua quest'anno ha gli occhi di F. ragazza somala che nella sua stanza ha scritto: "sei bella e sei forte!" per darsi la carica ogni mattina.
Ha gli occhi di B. donna iraqena con una grave disabilità fisica, che davanti al quarto rigetto non ha nemmeno più lacrime da versare.

Se risorgere è tornare alla vita, non ho dubbi, quest'anno la Risurrezione va invocata per queste persone.

Nadia

Immagina il tuo Paese, la tua terra, la tua città, quel posto dove sei cresciuto, dove hai avuto la tua prima fidanzatina o fidanzatino, dove hai imparato a camminare e a parlare, quel luogo che chiami casa.
Lo lasceresti mai con l'idea di non tornare più?
Lasceresti tutto ciò che hai guadagnato e che possiedi?
Abbandoneresti parte della tua famiglia con la consapevolezza che probabilmente non la rivedrai mai più?
Immagina di non poter più scegliere il tuo futuro, di vederti costretto a partire, per il bene tuo e della tua famiglia.
Non hai un visto, non ti è concesso averlo, sei obbligato a intraprendere un viaggio che mette in pericolo la tua vita e quella della tua famiglia, non hai alternative.
Devi pagare molti soldi per un viaggio via terra, stipato in camion dove a malapena riesci a respirare, o via mare, prendendo un barcone con tantissime altre persone che potrebbe rovesciarsi in mezzo al mare.
Nonostante queste condizioni, questa è l'unica strada.
Immagina di sentirti fortunato perché vedi in lontananza la terra ferma, quella terra che è l'Unione Europea, quella terra che tutti ti hanno descritto come sicura, dove potrai finalmente ricominciare, dove i tuoi figli potranno avere un futuro.
Immagina di arrivare e di riuscire, dopo tanti anni, a respirare a pieni polmoni, sicuro di avercela finalmente fatta.
Poi però ti rendi conto che non è così.

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Quando riceviamo la video-chiamata di J., una nostra amica congolese che vive nel campo di Ritsona, non capiamo subito cosa ci stia dicendo, ma notiamo che si trova fuori dal campo con molte altre persone, sentiamo una gran confusione in sottofondo e percepiamo la preoccupazione nella sua voce.
Non ci sono dubbi: sta succedendo qualcosa al campo e noi dobbiamo esserci; non aspettiamo oltre e ci mettiamo subito in macchina.
A pochi chilometri dal campo veniamo fermati dalla polizia perché la strada è bloccata, lasciamo la macchina e proseguiamo a piedi: i nostri amici ci aspettano e noi vogliamo essere lì con loro.
Una volta arrivati vediamo molte persone della comunità congolese, soprattutto donne, fuori dal campo; alcune urlano, altre piangono, altre ancora raccolgono pezzi di gomma per accendere un fuoco: “è morto un ragazzo, ha quattro figli”, ci dicono, “è solo negligenza, questo è puro razzismo”.
Ci dicono che avevano chiamato l’ambulanza ieri sera alle 17, ma non si è presentata prima di questa mattina, quando ormai era troppo tardi.
O. è morto nell’attesa.

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Esistono cuori più "duri" di altri.
Più resistenti, più impenetrabili, più diffidenti.
Esistono persone, come me, che si avvicinano molto ma che difficilmente si lasciano avvicinare.
Persone che non sanno abbracciare.
Non con il corpo quantomeno, magari con le parole.
Persone che ci provano, ci provano spesso.
E si ritrovano in un movimento meccanico, rigido, che tradisce una certa dose di freddezza e imbarazzo in quel gesto così poco familiare.
E poi, invece, ci sono persone che trasmettono calore solo dal contatto con le mani.
Ci sono persone che sorridono con gli occhi e con tutto il corpo.
Che sorridono di niente, perché niente è quello che hanno.
Io ho tutto.
Più di tutto, più del troppo, più di quanto avessi mai realizzato di avere.
E sono rigida, non trasmetto calore… credo.
Però queste persone mi abbracciano.
E mi insegnano come si fa ogni giorno.
E ad ogni manina di quei piccoli esseri umani che mi ritrovo ad incontrare, la mia temperatura corporea si alza un po'.

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