Decolonizzare noi stessi può essere un dovere, un impulso, un’arte o tutte e tre le cose assieme.
Significa molte cose, e molte cose diverse a seconda di chi siamo, da dove veniamo, di a quale parte della società apparteniamo, di a quale società apparteniamo.
Significa abbandonare credenze e stereotipi, cercare i filtri che impediscono a certi eventi di entrare a fare parte della nostra coscienza sociale mentre ne distorcono altri, o li magnificano; e significa, dopo aver trovato questi filtri, impegnarsi nel capirli, deostruirli, cambiarli, distruggerli se necessario.

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La scorsa settimana abbiamo accompagnato alcune persone della Comunità di Pace a dei lavori agricoli in alcuni loro terreni distanti sei ore di cammino da San Josecito de la Dignidad, dove vivo.
Durante i cinque giorni trascorsi lì insieme, abbiamo avuto modo di condividere un tempo tranquillo in casa, festeggiare il compleanno di E. con una bella torta e un uovo in testa, come da tradizione colombiana, e accompagnare nei lavori nei campi.

Ma cosa vuol dire nel concreto “accompagnare”?

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Situazione attuale

Ha suscitato forte indignazione l’uccisione del giovane giornalista Mateo Perez Rueda, assassinato la prima settimana di maggio a Briceño (Antioquia) dal “Fronte 36” della dissidenza delle FARC-EP. Il giovane, che lavorava per il periodico El Confidente de Jarumal, era giunto sul luogo per alcune interviste vista la situazione difficile a causa degli scontri armati tra l’esercito ed il gruppo armato illegale come riferito dall’ONG Reporteros Sin Fronteras.

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Siamo arrivate alla Esperanza, vereda a me nuova, verso le 17 del pomeriggio.
Il cammino è stato lungo e a tratti difficile, ma alla fine è andato bene, anzi è un cammino paesaggisticamente parlando molto bello, si aprono scorci che mi hanno lasciata meravigliata e a bocca aperta.
Mentre scendevamo verso la casa della Comunità di Pace, su un albero c’erano una dozzina di guacamayas, pappagalli azzurri e brillanti che quando dispiegano le ali mostrano il petto giallo sole e verde come i prati bagnati frequentemente dalla pioggia.
Dovevo guardare il sentiero e “guidare” Santina, la mia mula, ma le ho ammirate attentamente per svariati minuti.

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Il 16 maggio siamo state in un villaggio, chiamato “La Resbalosa”, dove la Comunità di Pace ha dei terreni collettivi. Lì sono stati inaugurati due monumenti in memoria delle vittime del massacro del 21 febbraio 2005.

La mattina di quel 21 febbraio la brigata XVII dell’esercito in modo congiunto ai paramilitari, volendo attaccare direttamente e in modo premeditato la comunità, prima si recarono presso il Rio Mulatos, nei pressi di quella che oggi è l’aldea “Luis Eduardo Guerra” distante un’ora e mezza dalla Resbalosa, dove stavano arrivando, per andare a raccogliere il cacao, Deiner, di 11 anni, Luis Eduardo Guerra, suo padre e leader della comunità, e la sua compagna Bellanira.
I paramilitari, arrivando, non risparmiarono nessuno dei tre, tagliando la testa a Deiner e uccidendo brutalmente Luis Eduardo e Bellanira.

Poi esercito e paramilitari raggiunsero la Resbalosa, poco distante, dove viveva una famiglia composta da quattro persone: Sandra, Alfonso Bolivar e i due bambini di 1 e 5 anni, Santiago e Natalia.

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