A quale costo?

Dopo sei ore di cammino nel fango tra fiumi, pascoli, radure e foreste di una bellezza impossibile da spiegare arriviamo a La Esperanza. L’ultima volta in cui sono stata qui Nalleli era qui, ci aveva offerto il formaggio preparato da lei quella mattina.

Esito ad entrare.

Dopo un anno e mezzo di assenza, dopo essermi figurata il massacro, aver immaginato così tante volte quelle scene, ascoltato i racconti.

Un cartello accanto agli scalini d’ingresso chiede di togliere gli stivali nell’entrare per rispetto di Nalleli.

Esito nel posare i piedi sulle assi di legno del pavimento che sono state impregnate del suo sangue.

Leggiamo insieme a M. la constancia, il documento che la comunità periodicamente pubblica per denunciare davanti “all’umanità e alla storia” ciò che accade in questo territorio:

“La Difesa della Vita e del territorio in maniera nonviolenta è la nostra essenza, tuttavia pretendono di sottometterci ad una vita che non risponde ai nostri principi, valori e convinzioni universali per la vita. Difendere il territorio e la vita attraverso principi etici e morali diventa sempre più complesso e non perché ci sia un conflitto tra gruppi armati nella zona, al contrario le istituzioni che compongono e rappresentano lo Stato di Diritto sono tolleranti permettendo che il controllo paramilitare si sviluppi appieno come una nuova cultura di società, legittimando l’illegalità.

La morte, lo sfollamento forzato, le minacce costanti e la persecuzione della nostra comunità e dei suoi membri sono solo dimostrazioni dell’incapacità dello Stato di fronte al controllo paramilitare. Questa è la distruzione della possibilità di una vita dignitosa e quello che si prospetta è un futuro senza contadini e senza natura di cui le uniche a trarre benefici sono le stesse imprese che hanno finanziato la guerra a causa dei loro interessi economici.

(…)

In mezzo agli assedi e alle minacce di morte la nostra comunità continua a scommettere la vita.

L’impegno dei nostri nonni e antenati per costruire un mondo più dignitoso ci porta ad affermare i nostri principi di difesa della vita come essenza”.

Comunidad de Paz de San Josè de Apartadó

16 Ottobre 2025

M.: “La pubblicazione di questa constancia equivale alla firma di una sentenza di morte.

Però non c’è scritto nient’altro che la verità e noi continueremo a dire la verità”.

Su questo non c’è dubbio alcuno.

“Ho i brividi. Ci trovavamo in questa stanza quando stava accadendo la questione dei portoni e ci dicevamo: “Hanno già ucciso. Il prossimo potrebbe essere uno di noi…” e otto giorni dopo che cosa è successo? Adesso stanno alzando la tensione in maniera simile ad allora...”.

M., insieme alla sua famiglia, fa parte dei gruppi di persone che si turnano per mantenere viva la presenza della Comunità nel terreno dopo il massacro. Negli ultimi mesi hanno dato avvio a diverse coltivazioni. In questi giorni mangiamo arepas e mazamorra di mais del loro primo raccolto.

Sento così forte la scelta di iniziare a coltivare sulla terra di questa vereda dopo quello che è accaduto e che nessun passo verso alcun tipo di giustizia sia stato fatto significa esporre la propria vita al clima di terrore. Ed è così disarmante la spontaneità con cui alla domanda riguardo che cosa la spinga a prendere questa decisione risponda che c’era bisogno che alcuni membri della comunità prendessero questo impegno, questa responsabilità, e che a lei piace cucinare e mangiare quello che coltiva.

A quale costo?

Sono appoggiata al lavadero tagliando patate per la cena con E., bambina che dopo la lunga giornata mi dice “Vamos a pasar una noche deliciosa” le rispondo “Ojalá!” e lei “Speriamo non arrivi nessuno, se non arriverà nessuno allora sì, riposeremo bene”.

Mi spiazza. Il “nessuno” a cui si riferisce è “qualcuno” intenzionato a fare del male, a ripetere ciò che è già stato proprio qui.

Appendiamo le nostre amache nella veranda per la notte, S. chiede di poter spostare il letto su cui dormirà tra la mia amaca e la parete perché nel punto in cui si trova ora si sentirebbe troppo esposta, se “qualcuno” arrivasse entrando dalla porta sarebbe la prima cosa a trovarsi di fronte.

Dormiamo rannicchiate, molto vicine una all’altra.

C’è chi, senza l’accompagnamento di Operazione Colomba non si sposta più, non si reca più in alcuni terreni, non va a fare un bagno nel fiume.

Il costo delle scelte alte riverbera nella quotidianità, si respira nel pulviscolo di paura che permea le semplici azioni. Qui dove nel sentire l’abbaio di un cane l’automatismo è di alzare lo sguardo e cercarne la fonte perché può significare che quel “qualcuno” stia arrivando. Qui dove, quando la tempesta viene e il rumore delle gocce che tamburellano sulla lamiera del tetto si fa forte, è immediato pensare all’isolamento che crea, al fatto che ora ci sia la situazione perfetta perché “qualcuno” arrivi senza essere sentito.

E proprio qui quando dopo il tramonto arriva il momento di sdraiarsi chi in amaca e chi su un sottile materasso per riposare, il mio respiro si fa più lento e profondo insieme a quello di queste persone.

Mi trovo a realizzare di quale responsabilità ho il dono di essere rivestita, mi domando che cosa mi porti a condividere con loro, che cosa fa sì che la mia presenza possa alleviare la loro paura e concedere un po’ di tranquillità e quanto tutto questo sia ingiusto.

Mi ritrovo ad entrare in punta di piedi nelle vite di queste persone.

Tento di farlo con rispetto e riverenza data dalla consapevolezza di trovarmi di fronte a tanto. Ho l’impressione di entrare in terre sconosciute e ampissime in cui può accadere di sfiorare nuclei di un dolore inimmaginabile contenuti e accompagnati da altrettanto inimmaginabile forza.

Mi sento così piccola e grata quando una persona sceglie di condividere con me un frammento della terra del suo cuore. Riconosco che ci stiamo muovendo insieme nella profondità dell’Umanità comune. Dentro alle più grandi distanze e differenze si incontra lo stesso nocciolo dell’essenza.

Ci troviamo in questo portentoso processo collettivo, vicine e ognuna con il proprio portato individuale.

Riconosco significativo che il mio cammino mi porti proprio accanto a queste persone che molto semplicemente non hanno indizi che lascino intravedere prospettive di futuro. In questo intrico di corruzione, violenza, disinteresse, non sembra realistico che le cose cambino. Forse quello che stanno attuando le persone della Comunidad de Paz è incarnare l’invito che recita l’adesivo delle zapatiste che porto sul mio quaderno “Siamo realiste, realizziamo l’impossibile”. Perché nonostante l’impossibilità di futuro, o forse proprio grazie a questa impossibilità, la vita è schiacciata nel presente e questo impone una grande pulizia, una pulizia dalle menzogne che ci raccontiamo, dal procrastinare, dal calcolare perché la vita è ora. E che cosa rimane sapendo fino in fondo che questa vita potrebbe finire da un momento all’altro? Come vogliamo morire? Come vogliamo vivere?

Erica