È entrato in casa nostra con lo sguardo smarrito e gli occhi lucidi, e si è seduto sulla sedia di plastica del nostro piccolo soggiorno.
Gli abbiamo offerto subito un caffè, felici che fosse da noi, tutto intero.
Marwan si era appena svegliato dopo una notte da incubo.
Il giorno prima, accusato ingiustamente da un colono di avergli rubato un telefono, era stato arrestato senza motivo insieme a uno zio, un amico e due cugini minorenni.
Tutti e cinque erano stati portati via ammanettati dietro la schiena con le fascette strette ai polsi, e tenuti bendati tutto il tempo.
Prima tappa alla base militare di Susya, secondo giro alla stazione di polizia di Kiryat Arba (in una colonia) e destinazione finale al carcere di Ofer.
Per fortuna per lui e per i due ragazzi minorenni, verso mezzanotte la detenzione si era interrotta con un rilascio su cauzione, che gli aveva lasciato una mano quasi in necrosi, le ferite sui polsi per le fascette troppo strette, e l'angoscia nel cuore.
Mentre qualcuno forse rubava il telefono del colono, Marwan dormiva, dopo giorni di veglia in allerta per i continui attacchi notturni dei coloni israeliani contro il suo villaggio di Tuba, nella c.d. Firing Zone 918 (un'area dichiarata unilateralmente da Israele area di addestramento militare), dove la quotidianità è fatta di violenza gratuita, taglio delle tubature dell'acqua, sassaiole contro le abitazioni, aggressioni e minacce, aizzando i cani perfino contro i bambini palestinesi.