È entrato in casa nostra con lo sguardo smarrito e gli occhi lucidi, e si è seduto sulla sedia di plastica del nostro piccolo soggiorno.
Gli abbiamo offerto subito un caffè, felici che fosse da noi, tutto intero.
Marwan si era appena svegliato dopo una notte da incubo.
Il giorno prima, accusato ingiustamente da un colono di avergli rubato un telefono, era stato arrestato senza motivo insieme a uno zio, un amico e due cugini minorenni.
Tutti e cinque erano stati portati via ammanettati dietro la schiena con le fascette strette ai polsi, e tenuti bendati tutto il tempo.
Prima tappa alla base militare di Susya, secondo giro alla stazione di polizia di Kiryat Arba (in una colonia) e destinazione finale al carcere di Ofer.
Per fortuna per lui e per i due ragazzi minorenni, verso mezzanotte la detenzione si era interrotta con un rilascio su cauzione, che gli aveva lasciato una mano quasi in necrosi, le ferite sui polsi per le fascette troppo strette, e l'angoscia nel cuore.
Mentre qualcuno forse rubava il telefono del colono, Marwan dormiva, dopo giorni di veglia in allerta per i continui attacchi notturni dei coloni israeliani contro il suo villaggio di Tuba, nella c.d. Firing Zone 918 (un'area dichiarata unilateralmente da Israele area di addestramento militare), dove la quotidianità è fatta di violenza gratuita, taglio delle tubature dell'acqua, sassaiole contro le abitazioni, aggressioni e minacce, aizzando i cani perfino contro i bambini palestinesi.
Marwan dunque, liberato su cauzione e in attesa comunque di processo al carcere di Ofer, secondo la legge marziale che governa la vita dei palestinesi nei Territori occupati, è entrato nel nostro piccolo soggiorno ad At-Tuwani, si è lasciato cadere sulla sedia di plastica sbiadita e ha tirato un sospiro di sollievo.
Con gli occhi lucidi e lo sguardo ferito, ha detto: "La mia vita è tutta sottosopra. Sabato scorso i coloni hanno dato fuoco alla mia macchina, e ieri l'esercito mi ha arrestato. Non so più che fare".
Volontari e volontarie ascoltano partecipi quello che Marwan dice, ma sentono anche tutto il dolore che Marwan non riesce a dire.
Vuole piangere, sfogarsi, ma non gli scendono le lacrime, che restano impigliate nelle sue folte ciglia scure.
Il silenzio è pesante; conosciamo Marwan sin da quando era un bambino, Operazione Colomba l'ha accompagnato per anni per permettergli in andare a scuola senza temere “troppo” le aggressioni dei coloni.
Ora cerchiamo di stargli vicino con tutto l'affetto che si riserva a un caro amico, ma che non si sa come consolare.
Come potremmo dirgli che andrà tutto bene, quando invece ogni giorno che passa aumenta la violenza e peggiorano le condizioni di vita dei palestinesi, in queste colline desertiche che sembrano dimenticate dal mondo?
Qui non va bene proprio niente e le persone hanno comprensibilmente sempre più paura.
Quello che riusciamo a fare è semplicemente abbracciare Marwan e promettergli che faremo del nostro meglio per monitorare il suo villaggio, dormendo tra le case, condividendo le giornate con le persone, registrando tutto ciò che succede.
Davanti a tante ingiustizie, ci si sente impotenti.
S.







