Giugno 2025.
Un mese difficile da raccontare di persona, tantomeno descriverlo in due righe, ma ci provo.
Mai avrei pensato di dire cose tipo “è una situazione in cui ci devi essere”, ma ora so che è vero; l’occupazione devi viverla per provare a capirla.
Il primo giorno che ho fatto vedetta, per esempio, ho già compreso quanto siano ridotte le distanze tra un villaggio palestinese e le sempre più numerose colonie, e ancora più vicini i già noti avamposti (quelli teoricamente illegali anche per Israele).
È da questi che partono quotidianamente gli attacchi dei coloni, col beneplacito di militari e polizia, che, quando e se si presentano, si limitano a suggerire al colono di “andare più in là”, senza alcuna ripercussione.
I coloni, per capirci, sono per la maggior parte ragazzini armati, travestiti da pastori, che con le loro pecore invadono le terre dei palestinesi e danneggiano le loro coltivazioni col solo obiettivo di suscitare una reazione, che verrebbe irrimediabilmente punita, e di portare i palestinesi all’esasperazione, fino all’abbandono delle proprie terre.
Ma il punto è proprio questo: la chiave della loro resistenza nonviolenta è proprio la presenza.
E i volontari/e a questa semplicemente si adeguano, documentando tutto quello che possono.
Mentre immortalo l’ennesimo attacco, gli abitanti del villaggio sono vicino a me, col piatto pieno di frutta e gli occhi pieni di riconoscenza, solo per aver fatto due foto.
Dopo un mese, ho ancora troppe immagini in mente, immagini a cui cerco di dare un ordine ma soprattutto un senso.
Penso alle notti passate a fare la guardia nei villaggi sperduti in piena Firing Zone, a guardare nel cielo i razzi iraniani come fossero stelle cadenti, con una bambina dagli occhi vispi che non smette mai di sorridere e che mi dice che “lei non ha paura di niente, solo di Hallah”; penso alle ore passate sotto al sole per accompagnare i pastori al pascolo, i minuti infiniti in cui vedi con i tuoi occhi che uno di questi pastori viene bendato, ammanettato, trascinato in macchina, riempito di botte e lasciato in mezzo al nulla, tutto solo per essersi permesso di pascolare sulla propria terra, per essersi permesso di esistere.
Penso ai casi in cui ogni tipo di interposizione risulta vana, ad esempio durante una demolizione, dove si può solo assistere inermi alla distruzione di case, cisterne, grotte, speranze.
Penso alla mia convinzione che la resistenza domani la farà chi è giovane oggi, testimoniata dall’immagine indelebile di un bambino che, nel bel mezzo di un raid presso un villaggio, continua tranquillamente a girare con la sua bicicletta in mezzo a un plotone di soldati, incurante del pericolo.
Penso a chi ha continuato a starmi sempre vicino anche da lontano; penso a Operazione Colomba, che non ringrazierò mai abbastanza per avermi dato questa opportunità.
Penso alle parole di un palestinese, che cercava di rincuorare due attivisti che rischiavano di essere deportati, dicendo che anche questo era solo uno dei mille effetti dell’occupazione che prova in ogni modo a scoraggiare i nostri animi e ad annientare i nostri sogni di pace, ma “la volontà, quella non la ammazzeranno mai”; queste parole, dette da uno che la resistenza l’ha vissuta sulla propria pelle da quando è nato, ti entrano nelle vene e anche se questa non è la tua battaglia, sai bene che questa lezione di vita brucerà per sempre nel tuo petto.
Penso allo stato di allerta costante, con l’ansia di venire svegliati per un’emergenza o di essere fermati per un controllo, ma anche la consapevolezza costante che tutto lo stress subito da noi internazionali non è neanche minimamente paragonabile a quello che subisce ogni giorno da anni chi i nostri privilegi e Diritti non li ha mai avuti.
E da qui nasce la mia preghiera per tutte voi ad attivarvi, per contrastare la complicità dell’occidente, per abbattere il muro di indifferenza dei media internazionali, per dimostrare che siamo dalla parte giusta della storia, e che anche con un piccolissimo gesto, la storia si può cambiare.
Ci rivedremo, inshallah.
Boris







