LETTERA APERTA

In Palestina serve azione diplomatica, di pace e di rispetto del Diritto Internazionale.
Occorre fermare la violenza, rimuovendone le cause e riconoscere lo Stato di Palestina  

La sospensione delle tanto attese elezioni previste per il 22 maggio, quindi la provocazione di gruppi radicali di coloni israeliani in marcia verso i quartieri palestinesi della città vecchia, seguita della decisione di impedire ai palestinesi di raggiungere la Spianata della Moschea per la preghiera del Ramadan, e ancora il viatico concesso ai coloni di espellere i palestinesi dalle loro case in molti quartieri di Gerusalemme Est e specialmente a Sheikh Jarrah, hanno generato una escalation di violenze immediatamente estese in altre città israeliane e palestinesi, fino ai lanci di missili dalla Striscia di Gaza e la conseguente azione militare israeliana. Tutto ciò, dimostra quanto sia indispensabile che le Nazioni Unite, l'Unione Europea e gli Stati nazionali non si fermino alle dichiarazioni di condanna ed al richiamo alle parti di fermare la violenza, ma che prendano posizione per eliminare le cause che provocano la violenza e l’ingiustizia che subisce il popolo palestinese e, di rimando, anche la popolazione israeliana.

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Ogni anno, centinaia di minori palestinesi sono vittima dello stesso scenario.
Irruzioni in casa, anche nel cuore della notte, arresti, intimidazioni. Bendati e ammanettati, vengono trasferiti alla stazione di polizia per l’interrogatorio, spesso sottoposti a violenza lungo il percorso. Interrogati – alcuni dopo ore in transito, altri senza cibo o acqua per ore, altri privati del sonno. Soli, senza un adulto di cui si fidino al loro fianco, e senza la possibilità di consultare un avvocato. Spesso i bambini rilasciano confessioni dopo abusi verbali, minacce, violenza fisica e psicologica.

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“La banalità del male” è stato il primo libro che ho letto una volta tornata.
Per anni era stato lì sulla libreria a guardarmi, al mio ritorno in Italia il suo momento è arrivato… a volte penso che fosse l’unico libro possibile dopo l’esperienza in Palestina.
Ripenso ad un episodio in Khelly, con un soldato: lui mi tendeva la mano per aiutarmi a scendere in strada dalle rocce, mentre il collega strattonava il pastore e gli metteva le fascette alle mani.
Quanto può essere subdolo un sistema - quanto possiamo essere subdoli noi nel seguirlo - se ti permette di riconoscere qualcuno come umano e qualcuno come inesistente?
Come poteva quel soldato insistere nell’aiutarmi senza vedere che proprio lì accanto c’era un uomo ammanettato e strattonato ingiustamente?
Io valevo una mano tesa in aiuto, il pastore non valeva nemmeno uno sguardo.

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Mancano due giorni, a quando ti saluterò ancora una volta.
Ti ho incontrato per la prima volta un anno fa, ed è nata una di quelle storie d'amore che si vedono nei film: i tuoi campi, le tue colline piene di verde e i sorrisi della gente che mi hanno accolto qui, dove pensavo che avrei fatto un’esperienza di tre mesi, ma che è diventata Casa.
Eri strana, mia Palestina, soprattutto agli occhi di chi non ti aveva mai visto, e mai aveva compreso delle tue incoerenze, se non quelle lette nei libri.
Vidi il muro che ti avevano costruito attorno, con strisce di sabbia ai suoi lati per controllare che nessuno vi si avvicinasse, e filo spinato alla sua cima, e mi chiesi perché l'uomo avesse deciso di dividersi dai suoi simili, con quella barriera.

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