Niente da festeggiare

I fili con le lampadine accese dondolano sospesi sulle file di sedie ordinate, dove stanno prendendo posto tutti gli invitati. Qualcuno è elegantissimo, qualcuno arriva in ciabatte, un signore arriva a dorso di asino e un altro parcheggia il trattore accanto alle auto. L'atmosfera ricorda quella di una festa di paese, iniziano i saluti tra gli uomini, alcuni volti sono noti a tutti, mentre le signore e i ragazzini si accomodano da un lato, tutti agghindati per l'occasione. Davanti a tutti campeggia uno striscione celebrativo della presenza di Operazione Colomba nella zona: 20 anni di solidarietà e continuo supporto nella difesa dei Diritti Umani nelle colline a sud di Hebron.
Siamo qui in cinque - quattro adulti e una bambina - in rappresentanza di decine e decine di volontari e volontarie che in questi 20 anni hanno accompagnato e protetto le comunità palestinesi della Masafer Yatta dalla violenza dell'occupazione israeliana, dalla prepotenza di coloni e soldati che purtroppo continuano ad assediare l'area. Sento l'incredibile privilegio di poter partecipare a questa festa, sono l'ultima arrivata, e ciononostante godo dell'affetto incondizionato e della gratitudine che altri e altre prima di me hanno conquistato a suon di accompagnamenti nonviolenti di pastori sotto il sole cocente e di notti di veglia sul tetto della casa più vicina all'avamposto di Havat Ma'on. Sono molto fortunata, in effetti, e mi sento anche un po' fuori posto, come se stessi usurpando il posto a chi avrebbe più diritto di me di ricevere tutta questa riconoscenza.


Iniziano a parlare alcuni celebri attivisti, che hanno affrontato coraggiosamente arresti e torture dopo il 7 ottobre. Ci ringraziano, lodano addirittura le nostre azioni. Siamo tutti in evidente imbarazzo, e anche chi tra di noi di solito ha la battuta pronta è visibilmente emozionato. Parlano gli attivisti della zona, il sindaco, i difensori dei Diritti Umani che lottano per resistere a un'occupazione sempre più aggressiva, i giovani che sono cresciuti accanto ai volontari, e che ormai portano avanti la resistenza nonviolenta con responsabilità e orgoglio perpetuando la scelta e l'impegno dei loro genitori. Ognuno di loro ci regala una targa con un ringraziamento scritto, e ad ogni consegna siamo sempre più in imbarazzo. Ma è alla fine della cerimonia il momento in cui tutti ci commuoviamo: prende la parola un ragazzo, ora giornalista e attivista, che vive a Tuba, il villaggio da cui abbiamo accompagnato, da 20 anni a questa parte, i bambini, perché potessero raggiungere la scuola di At-Tuwani in sicurezza, perché potessero godere del Diritto all'istruzione. La strada da percorrere altrimenti sarebbe stata troppo pericolosa da affrontare, per i continui attacchi violenti dei coloni contro gli studenti palestinesi.
"Per 12 anni mi sono sentito sicuro ad andare a scuola perché c'erano gli ajaneb (internazionali)" - dice. "Gli abitanti di Tuba, Um Zaytouna e Kharrouba, e perfino le capre che vivono in queste valli, tutti insieme, vi diciamo <Grazie Colombe>".
Siamo tutti irrimediabilmente travolti dall'emozione.
Poi è il momento delle signore, che regalano a tutti noi piatti e tazze di ceramica dipinti con motivi tradizionali palestinesi, e a questo punto nessuno di noi sa più cosa dire. È decisamente troppo per tenere tutto per noi, e così cerchiamo di condividere video e foto con tutti i volontari passati per queste valli, in una sorta di restituzione della gratitudine ricevuta.
La serata prosegue con una vera festa: si mangia tutti insieme, si chiacchiera, ci si saluta, e alla fine arriva perfino una torta gigantesca con il logo di Operazione Colomba.
Qualcuno dice che non pensava saremmo rimasti accanto a loro dopo il 7 ottobre, dopo che i coloni hanno sparato contro di noi. Molti raccontano questo episodio come se fosse successo qualcosa di incredibile e inaspettato. Ho l'impressione che questo ci abbia avvicinato ancora di più a chi subisce questa realtà di violenza ogni giorno, e che la scelta di restare abbia confermato la nostra credibilità.
La serata volge al termine, ringraziamo tutti più volte, salutiamo chi va via e a notte fonda ci ritroviamo a bere un caffè noi e i ragazzi del villaggio, che fortunatamente stemperano la nostra emozione con grandi prese in giro e qualche battuta. Alla fine sono stati 20 anni di strafalcioni in arabo, di terribili gaffes, di volontari stravaganti e di amara ironia, per non soccombere a una quotidianità di soprusi.
Il giorno dopo è sabato, e veniamo svegliati da una chiamata: i coloni festeggiano lo shabbat entrando alle 6 del mattino a casa di una famiglia per chiedere i documenti alle signore che cuociono il pane. La cruda realtà dell'occupazione ci riporta coi piedi per terra, dopo una serata da sogno. Contemporaneamente due coloni pastori pascolano le loro greggi su terra palestinese nella valle, come se fosse la loro. Quanta pazienza che richiede questa scelta di resistenza nonviolenta. Continuiamo ad accompagnare queste comunità, la promessa di resistere al loro fianco si rinnova, sperando di restare per i prossimi 20 anni per trascorrere il tempo insieme senza bisogno di passaporto né videocamera, solo per il piacere di bere un tè alla menta sotto le lampadine accese della festa.
Parafrasando qualcuno, del resto, una risata seppellirà perfino l'occupazione!

S.