Diario di Ester

1. Capita, non raramente, di provare profonda rabbia per l’ingiustizia in atto.
Colare il cemento nei pozzi d’acqua, rubare il bestiame palestinese, sradicare gli ulivi.
Impedire ai palestinesi di lavorare la propria terra,
predisporre check point volanti armati all’ingresso dei villaggi,
pascolare le pecore sulle terre palestinesi distruggendone gli ulivi.
Puntare enormi fari tutta la notte sulle case palestinesi, mettere bandiere israeliane sulle colline,
attraversare i villaggi per terrorizzare.
Entrare nelle case, demolirle.
Detenere, arrestare, benda sugli occhi e manette.
Picchiare, ammazzare.

Leggi tutto...

Sono seduto su una roccia in fondo al villaggio, in mezzo al nulla.
Più che un villaggio, sono qualche casa e qualche stalla per le pecore. Più che case, sono pareti di cemento con lamiere sopra; più che stalle, sono dei recinti di pietre ricoperti da teli.

Sono seduto su una roccia in fondo a Tahla, colline a sud di Hebron.

Leggi tutto...

Diario di M.

Come diceva la frase? Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi piani. O qualcosa del genere. Se è vero, Dio – o chi per lei – si dev’essere sbellicata nell’ultimo anno della mia vita. Non credendo in Dio, l’unica che (non) ha riso sono stata io.
Pensavo di dover aspettare una risposta definitiva prima di scrivere qualcosa, ma sono passati quasi sei mesi di sospensione e quella risposta tarda ad arrivare. Volevo aspettare il momento perfetto di chiusura, in cui - la speranza era che - anche le mie emozioni e i miei pensieri su tutto questo processo avrebbero avuto una struttura coerente. Ma dopo sei mesi di attesa mi sto arrendendo al fatto che non so se questo momento arriverà mai nel modo in cui me l’ero prefigurato.  

Leggi tutto...

La Palestina mi ha dato un nome nuovo, come nessuno l’ha pronunciato mai.
La Palestina mi ha accolta come nessuno ha fatto mai.
Mi ha accolta con tè zuccherati, davanti a un ventilatore o intorno a una stufa.
Mi ha accolta con l’odore acre del taboon e del suo strano tabacco, con la polvere sempre sulle scarpe e con fiocchi di lana di pecora portati dal vento.
La Palestina mi ha accolta nelle notti su materassi a terra con coperte pesantissime, mi ha accolta con colazioni a base di pane caldo, olio e bandura o con infiniti vassoi di riso.

Leggi tutto...

Così vicini e così lontani

Arriviamo al Community Center di Umm Al-Khair, e se non fosse circondato dai coloni, troppi e troppo vicini, sarebbe un posto bellissimo. Quel vecchio autobus colorato all'ingresso mi porta per un instante all'autobus di Into the wild.
Arriviamo al Community Center, dove hanno ammazzato Ode a luglio. Un morto, è capitato, e mi faccio paura perché questa morte non mi divora come dovrebbe.
Come trovare l'equilibrio tra il rimanere umana, il farmi toccare, il farmi ferire, e il riuscire a rimanere qua?

Leggi tutto...