Diario di M.
Come diceva la frase? Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi piani. O qualcosa del genere. Se è vero, Dio – o chi per lei – si dev’essere sbellicata nell’ultimo anno della mia vita. Non credendo in Dio, l’unica che (non) ha riso sono stata io.
Pensavo di dover aspettare una risposta definitiva prima di scrivere qualcosa, ma sono passati quasi sei mesi di sospensione e quella risposta tarda ad arrivare. Volevo aspettare il momento perfetto di chiusura, in cui - la speranza era che - anche le mie emozioni e i miei pensieri su tutto questo processo avrebbero avuto una struttura coerente. Ma dopo sei mesi di attesa mi sto arrendendo al fatto che non so se questo momento arriverà mai nel modo in cui me l’ero prefigurato.
Un anno fa ero in Palestina e, dopo un lungo processo di interrogazione del parlamento delle mie paure, avevo in mano una lista dei pro e dei contro per dare la mia disponibilità come lungo periodo. Le paure andavano dal “non poter più leggere” – chi ha tempo in progetto? - a “perdere contatto con il mio corpo” – chi ha fatto tre mesi a zucchero, carboidrati e poco movimento può capire –, all’effetto a catena dell’“instabilità economica” – “lasciare casa a Vienna” – “potenzialmente mettere a repentaglio relazioni importanti”. Questa lista, in varie forme, è passata al vaglio di tutte le persone della mia vita che sarebbero state più impattate da questa scelta e, infine, dopo mesi di conversazioni e notti insonni, sapevo di dover mettere in pratica ciò che avevo già capito nel 2016, la mia prima volta in progetto. Ho impacchettato tre anni di vita a Vienna, ho portato gli scatoloni a casa di mia madre e ho iniziato a prepararmi a questa nuova fase. Ero spaventata di non essere all’altezza; sapevo che mi sarei scontrata con molte insicurezze, sia materiali sia emotive, ma mi sentivo pronta. Vedevo questa scelta come il fulcro di un anno e mezzo di messa in discussione del senso di vivere vite nucleari, votate alla carriera e alla sopravvivenza personale. Per la prima volta mi trovavo nella posizione privilegiata di potermi prendere il tempo necessario per fare qualcosa che mi avvicinasse a quegli ideali comunitari che ritengo essere l’antidoto all’individualismo più becero e, di conseguenza, a un certo tipo di fascismo morale e politico. Ero pronta a riabbracciare persone a me care e a dedicare ogni parte della mia vita, non solo i ritagli, alla Palestina. La paura di cosa potesse comportare un’esposizione più lunga alla violenza dell’occupazione era di gran lunga superata dalla gioia di poter mettere il mio corpo e la mia mente al servizio di qualcosa di più grande di me e che sento profondamente giusto.
Nei miei piani non era contemplata l’opzione che non riuscissi neanche a partire. Avevo preso in considerazione, come tutte le attiviste che si confrontano con il sistema di occupazione israeliano, l’eventuale arresto e il divieto di entrare nel Paese. Questo esercizio era, mi rendo conto a posteriori, puramente teorico e non concepiva la possibilità che non fossi riuscita a tornare almeno un'ultima volta. L’Immigration and Population Office di Israele aveva altri piani. Ad agosto ho fatto domanda per l’Electronic Travel Authorisation (ETA), che da gennaio 2025 è obbligatoria per poter arrivare ai confini di Israele. “Denied" è stata la dicitura che, dopo pochi secondi, mi ha fissato dall’altra parte dello schermo.
Quello che è seguito a questa prima e-mail è una storia molto personale, ma ormai anche familiare al mondo della solidarietà palestinese, e non solo. Questi mesi sono stati una battaglia coi mulini a vento, un’interlocuzione a vuoto con la violenza disarmante che è la burocrazia. In un sistema creato a tavolino per non darti risposte certe, rimbalzarti di ufficio in ufficio, ma efficace nel suo unico vero intento: prevenire, in modo silenzioso e all’ingrosso, la presenza di solidarietà internazionale in Palestina. Un arresto può fare clamore; in fondo, anche i governi europei più in linea con Israele devono fare finta di curarsi dei diritti dei propri cittadini finiti in custodia alla polizia più morale del mondo. Poi, un arresto richiede più persone coinvolte, un certo grado di fantasia e di interpretazione del diritto, il costo della custodia e il possibile rimpatrio dell’attivista. È inefficiente. Molto meglio lasciare il lavoro a un sistema centralizzato che, seguendo canoni non noti, notifica alla persona che lei in quel Paese non potrà più entrare. Per quanto tempo? Non è dato saperlo. Ma non preoccuparti: “Should you wish to review this notification, you are required to attend the nearest Israeli consulate to your place of residence and apply your request there”. Che è burocratese per “ti prenderemo per sfinimento finché non avrai più voglia di giocare a palla con un muro di gomma e ti arrenderai al fatto che non rivedrai quelle colline, non mangerai il Maqlube di Aisha e i tuoi piani di vita sono sospesi fino a data da destinarsi”. Pulito, efficiente. Richiede solo la raccolta metodica dei dati su quante più persone possibile si trovano in un luogo in cui, secondo Israele, non dovrebbero trovarsi. Niente drammi, niente post su Facebook del Ministro della Sicurezza nazionale: solo la buona, vecchia burocrazia sistematizzata.
Qui, per me, inizia una storia più difficile da raccontare. È una storia che, per essere sincera, deve partire dal modo in cui mi ero prefigurata la mia reazione al fatidico momento di chiusura. È la reazione che mi sono esercitata a dare dal momento in cui mi è arrivata quell’email, in un anonimo pomeriggio d’agosto. Vestita a lutto come una vedova siciliana, non una lacrima a bagnarmi il viso, con tono rassegnato ma combattivo, avrei dichiarato: “Questa storia è più grande di me, la lotta continua, sapevo che questo poteva essere un rischio che correvo e finché i rischi sono questi, sono niente rispetto alla vita di un palestinese”. Scena, applausi, ammirazione. Tolti i quintali di melodramma, questa è la risposta più razionale che la parte di me che aspira a un paradigma lontano dai protagonismi della lotta vorrebbe riuscire a incarnare sempre. È vero: ciò che mi viene chiesto di “sacrificare” è ben poco, se paragonato a quello che vive un palestinese. Ma nella mia fretta di mettere in pratica una risposta che ritengo giusta in linea di principio, ho silenziato tutte le altre parti di me - molto meno onorevoli - che, in quel momento e nei mesi successivi, hanno fatto fatica ad accettare che il mio piano, così ben strutturato, non fosse andato in porto. Uno dei pensieri di cui mi vergogno di più, e che si allontana molto da quell’ideale di non-protagonismo di cui sopra, è stato che non fosse giusto beccarmi un’espulsione senza onore. Dove l’onore sarebbe stato almeno un arresto. Se non un arresto, almeno la possibilità di dimostrare il mio valore in campo. Non mi sentivo all’altezza: non solo dei palestinesi, quanto anche di altre compagne con una storia di attivismo ben più ammirevole della mia. Questo sarebbe stato il mio momento per mettermi alla prova e dimostrare a me stessa di essere all’altezza. Di cosa? È una domanda legittima che richiederebbe molte più pagine di spiegazione. L’altro pensiero di cui mi vergogno, forse ancora più difficile da ammettere, è stato il senso di sollievo che ho provato. Sollievo perché non sarei dovuta scendere in campo subito — all’epoca pensavo ancora che si sarebbe trovata una soluzione nel giro di poche settimane — e quindi avrei avuto un po’ di tempo in più prima di confrontarmi con la conferma della mia inadeguatezza, che avrebbe rivelato che, in realtà, non sono coraggiosa come credevo e quindi non adatta a stare lì.
Ho argomentazioni razionali per tutti questi pensieri e non li condivido per ottenere rassicurazioni. Il motivo che mi ha spinto a condividerli è che, scavando oltre quel primo strato di insicurezza, per me si sono aperte riflessioni più esistenziali. Domande quali: se non posso fare il tipo di attivismo che mi ero prefissata, chi sono? Se sono davvero così determinata come sostengo, cosa dovrei fare se il piano non dovesse funzionare? Fare il lungo periodo in Palestina era la mia risposta, momentanea, a un mondo che ci vorrebbe concentrati a sopravvivere, spaventati dall’altro e perciò determinati a fare qualsiasi cosa per tenere lontano da noi ciò che ci fa paura o sopprimerlo. Nello sgretolarsi del mio piano mi rimane la domanda: in che altro modo posso vivere quegli ideali? La fragilità — e al tempo stesso l’arroganza — di avere un piano di fronte non solo all’incertezza della vita, ma anche alla violenza di un piano molto più metodico, rappresentato dall’occupazione israeliana e, più in generale, dall’intero sistema di potere con cui oggi ci confrontiamo, mi ha portato, ancora una volta, a interrogarmi sul significato della resilienza. In questo periodo ho parlato con molte persone della mia vita che non hanno compiuto le mie stesse scelte, ma che, nondimeno, si ritrovano tra le macerie di progetti sgretolati dall’insicurezza del nostro tempo: lavori che scompaiono, la fatica di mantenere vive comunità affettive, domande urgenti su come evitare una nuova guerra mondiale, preservare una bussola morale e, semplicemente, sopravvivere. Inevitabilmente sono tornata a quelle colline e alle parole di Basil: “devi abituarti a essere perdente”. Sono circondata da perdenti e mi sento io stessa perdente in un gioco perverso a cui ci hanno costretto a giocare. Ma nei momenti in cui riesco a mettere da parte il mio preziosissimo piano e a guardare ai modi in cui i perdenti della terra continuano a costruire, vedo che c’è una bellissima forma di sprezzo nel resistere nonostante tutto. E quella resistenza l’ho vista anche nel rifiuto di farsi schiacciare da un piano fallito e nella creatività che sorge tra le crepe di ciò che non ha funzionato. In questo i palestinesi sono, loro malgrado, maestri. Senza idealizzare né i palestinesi né la perdita, provo, da lontano, a restare aggrappata a quelle colline e a ciò che continuano a insegnarmi: che la resistenza è un esercizio quotidiano; che non possiamo praticarla solo quando ci è comodo o conveniente; che continueremo a scontrarci con il nostro ego e il nostro privilegio, ma che, anche in questo, non siamo mai sole.
M.







