L’atto politico del quotidiano

La Palestina mi ha dato un nome nuovo, come nessuno l’ha pronunciato mai.
La Palestina mi ha accolta come nessuno ha fatto mai.
Mi ha accolta con tè zuccherati, davanti a un ventilatore o intorno a una stufa.
Mi ha accolta con l’odore acre del taboon e del suo strano tabacco, con la polvere sempre sulle scarpe e con fiocchi di lana di pecora portati dal vento.
La Palestina mi ha accolta nelle notti su materassi a terra con coperte pesantissime, mi ha accolta con colazioni a base di pane caldo, olio e bandura o con infiniti vassoi di riso.


La Palestina mi ha accolta in mani che impastano all’alba, mani che lavorano i campi, che colgono olive.
Mani polverose, mani callose, mani stanche, mani segnate da manette, ma ancora capaci di salutare calorosamente uno straniero e di preparargli un giaciglio per la notte.

La Palestina mi ha accolta sulle sue colline, sui suoi campi, all’ombra dei suoi alberi. Attraversandola, la Palestina mi ha mostrato il suo terreno percorso da sentieri interrotti da strade di coloni, un terreno cosparso di torri di controllo che osservano ogni passo come se camminare fosse un sospetto, un terreno segnato da cancelli gialli per controllare l’ingresso ai villaggi, un terreno disseminato di grandi cubi di cemento per istituire checkpoint arbitrari sulle strade. La Palestina mi ha mostrato un terreno attraversato da bulldozer pronti a demolire case, da camionette dell’esercito pronte a irrompere in un villaggio.
Così, anche solo con una cosa semplice come una passeggiata o un giro in macchina, la Palestina mi ha mostrato come l’occupazione entra nella sua quotidianità: frammentando la geografia, e così costringendo le persone a ricomporla a fatica ogni giorno, anche solo per tornare a casa.
Così ho capito che l’occupazione non si sente solo quando ti ferma un soldato: si sente quando non puoi più camminare liberamente, quando devi imparare a pensare in traiettorie alternative.
L’occupazione si sente quando la giornata si misura con ciò che non si può fare: non lavorare i campi visibili dagli insediamenti dei coloni; non usare il trattore per non farsi notare ma arare con un singolo asino; non usare il pozzo sotto al nuovo avamposto; non percorrere quella strada.
L’occupazione sta nei divieti mai annunciati, eppure da tutti conosciuti.
Sta nello spazio che si restringe intorno ai corpi, nella morsa dell’infinita aggiunta di case colone a partire dal crinale delle colline per stringersi sempre più intorno a ogni villaggio.

La Palestina mi ha mostrato i morti che le ha portato l’occupazione, i feriti, i rapiti, gli incarcerati e torturati, gli aggrediti, le vedove, gli orfani, i villaggi rasi al suolo; ma se ora mi chiedessero cosa sia davvero l’occupazione in Palestina, probabilmente risponderei con eventi molto più mondani.
È fare una grigliata e, tra scherzi e risate, vedere gli shebab scattare in piedi per controllare cosa sia quel rumore di motore non immediatamente riconosciuto; è giocare a tarnib intorno a un tavolo e dover improvvisamente spegnere tutte le luci per non attirare l’attenzione dell’esercito fermo all’interno del villaggio; è mettere a bollire il tè senza sapere se si farà in tempo a berlo; è un ragazzino a Shabel Boutum che dorme fuori dalla porta di casa abbracciato a una mazza per paura dell’arrivo dei coloni, la notte; è una casa completamente spoglia ma attrezzata di telecamere di sicurezza e lampioni sempre accesi; è Abu Ayoub che dorme sull’ovile per curare le sue pecore; è la continua danza di luci di torce giganti per controllare qualsiasi rumore nel buio.
L’occupazione è l’incertezza e la paura nelle ossa, è il non dormire la notte, il non poter andare al pascolo, è il non poter lavorare le proprie terre, è il dover restare a casa propria anche sapendo che, ormai, non c’è più niente di solamente proprio, se si è palestinesi.
Così ho scoperto che l’occupazione è l’attesa che la violenza si faccia carne, ho scoperto che l’assedio più violento è il non-luogo: non guerra come ce la si immagina, non pace, solo un’attesa della stretta morsa del mondo circostante.

Eppure, in questo spazio ristretto circondato da colonie e violenza, ho visto la vastità della dignità umana.
L’ostinazione della vita.
La gentilezza che nasce nonostante la paura.
Una tenerezza che nessun assedio è riuscito a scalfire.
Una continuità che sfida l’interruzione.
Un gesto quotidiano che diventa resistenza.

Il tè bolle ostinatamente a casa delle benet, Hafez pianta alberi da frutto davanti alla guest house con ordine di demolizione, gli shebab si trovano a casa nostra a fumare narghilè e suonare la chitarra, a Mufaqarah costruiscono muretti e panchine intorno alla stufa per fare vedetta, il giorno dell’occupazione di Sarura vengono piantati piccoli ulivi sulla collina di fronte, gli Shawawin vanno al pascolo fino alle bandiere israeliane piantate sulle terre circostanti, il venerdì pomeriggio si gioca a calcio, Aisha continua a stendere i panni qualche metro sotto i soldati in Khelly, Sheik Said con la gamba non “rubata” dai coloni torna ogni giorno sui suoi campi.

In mezzo a tutta questa resistente quotidianità, ho visto l’umanità farsi più grande del dolore.
La fermezza che non si proclama, la dignità che non retrocede, la vita che insiste, anche di fronte a chi vorrebbe cancellarla.
Ho capito l’atto politico del piantare un seme su una terra che viene strappata via.
Ho capito che il semplice atto di pregare, inchinarsi sulla propria terra, ha un senso profondo là dove la terra del tuo popolo vogliono portartela via con la violenza e i soprusi.

In questo paesaggio così umano, mi sono sentita mutare, perché la bellezza di questa resistenza ti s’insinua dentro, più forte di qualunque parola (magari anche malamente tradotta).
Una bellezza non fatta per consolare, ma per ricordare cosa può l’essere umano, anche quando tutto lo spinge verso l’opposto.

Così, ora che il tempo della partenza è qui, forse non è quella che sarà la distanza a pesare: è il mescolarsi dell’orrore e della meraviglia per ciò che ho visto.
E così me ne vado con un sentimento complesso, dolceamaro: la malinconia di lasciare, la gratitudine di aver potuto vedere l’umanità più pura lì dove avrebbe potuto non esserci affatto, e la consapevolezza che alcune terre e alcune persone ti rimettono al mondo anche mentre il loro mondo viene limitato.

E io, adesso, anche se tornerò al mio solito vecchio nome com’è sempre stato pronunciato, so un po’ meglio cosa vuol dire essere umani.

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La Palestina e le sue persone mi hanno mostrato che resistere è esistere, esistere nella maniera più umana possibile.

Tex