Così vicini e così lontani
Arriviamo al Community Center di Umm Al-Khair, e se non fosse circondato dai coloni, troppi e troppo vicini, sarebbe un posto bellissimo. Quel vecchio autobus colorato all'ingresso mi porta per un instante all'autobus di Into the wild.
Arriviamo al Community Center, dove hanno ammazzato Ode a luglio. Un morto, è capitato, e mi faccio paura perché questa morte non mi divora come dovrebbe.
Come trovare l'equilibrio tra il rimanere umana, il farmi toccare, il farmi ferire, e il riuscire a rimanere qua?
Arriviamo al Community Center, ci sono due bambini che corrono e paiono gemelli. Non lo sono, uno è il figlio di Ode.
Mi metto a giocare con una bambina, è bellissima e mi disarma la sua voglia di ridere. Non voglio chiedere se sia anche lei figlia di Ode.
Arriviamo al Community Center, ci sono anche scivoli e altalene, e mi immagino lo spazio libero e spensierato che in questo tempo non può permettersi di essere.
Lo spazio qua assume una sua specifica misura, lo spazio qua ha barriere invisibili, ed a pochi metri di distanza, troppo pochi metri, ci sono dei bambini coloni a ridosso dei container dove vivono.
Sono intorno ad una macchina per fare lo zucchero filato e sotto un altro cielo sarebbe un'immagine felice.
Non sotto questo cielo.
Vedo due mondi innocenti, ma già consapevoli, due mondi così vicini e così lontani.
Potrebbero giocare insieme, invece crescono giocando alla guerra, giocano dove è stato ammazzato Ode.
Non giocheranno insieme. Nascono e crescono vicini, divisi da un filo spinato, nascono e crescono imparando ad odiarsi, imparando ad essere nemici, nascono e crescono permeati in questa melma, in questa merda chiamata occupazione.
In questa terra dove impari più velocemente ad odiare che ad amare, dove il bastone con cui giochi è un fucile e non una bacchetta magica.
Loro, i bambini, figli del tempo e figli della loro terra, loro, figli di madri e padri non per certo ancora vivi.
E tu cosa ci fai qua Ester? Ascolta la tua rabbia e il tuo dolore, non silenziarli.
Trasforma rabbia e dolore in una spinta vitale e generativa.
Voglio giocare al gioco della vita, non a quello della morte.
Ester
Rifiuto il silenzio
Sto giocando con il figlio di Ode nel Community Center di Umm al-Khair.
Ode, un attivista che difendeva la sua terra, è stato ucciso quest'estate.
Mi volto un momento e vedo i bambini coloni mangiare zucchero filato esattamente dove il suo sangue ha toccato la terra.
È come se il mondo si fosse capovolto: l’innocenza che divora la scena del crimine senza nemmeno accorgersene.
Scrivo queste parole perché rifiuto il silenzio.
Scrivo perché il silenzio è l’unica arma che non posso permettermi.
Chi vive qui impara presto che la resistenza non è un gesto eroico, ma una condizione quotidiana.
Si impara a perdere: case, terre, amici, tempo.
E allora mi chiedo perché continuiamo. Perché restiamo. Perché ancora proviamo ad accendere una piccola luce in questo deserto che sembra inghiottire tutto.
Forse perché anche una sola candela è già un atto politico.
Forse perché testimoniare è la forma più ostinata di esistenza.
E poi c’è la rabbia. Una rabbia che arde ma non esplode.
Il colono che ha ucciso Ode è tornato libero prima che la sua famiglia potesse riavere il suo corpo.
In questa ingiustizia totale, nessuno si può permettere di reagire.
Eppure reagiamo.
Reagiamo restando, resistendo, continuando la sua lotta.
Reagiamo facendo un passo alla volta, anche quando sono passi indietro, perché sappiamo che il giorno in cui avanzeremo davvero non potranno fermarci.
La storia di Ode non si chiude con la sua morte.
Continua in ogni comunità che si rifiuta di sparire, in ogni bambino che ancora gioca nonostante tutto.
Questa è la nostra politica:
trasformare il dolore in presenza,
la rabbia in testimonianza,
la perdita in un cammino che nessuno potrà cancellare.
Dimitri







