Mentre scriviamo questo aggiornamento dal campo dalla Valle della Bekaa, il Libano sta vivendo un nuovo aumento delle tensioni sociali, a causa dell’oscillazione impazzita del valore del dollaro rispetto alla lira libanese e alla conseguente inflazione galoppante dei prezzi di beni di prima necessità, in particolare pane e carburante.
Il 14 gennaio questa tensione si è manifestata con l’ennesima “Giornata della Rabbia”, nata da uno sciopero generale indetto dai sindacati dei trasportatori, che ha messo in tilt il Paese con blocchi stradali, chiusure delle pompe di benzina e code ai panifici, a volte presidiati da camionette dell’esercito.
Dalla gente che incontriamo, sentiamo che in alcune zone vicino a dove ci troviamo, il pane viene razionato per le famiglie.
Così, le persone scendono in piazza per chiedere al governo di sussidiare il carburante e i beni di prima necessità, per rispondere alla svalutazione galoppante della moneta nazionale, che ha ormai perso il 95% del suo valore in poco più di due anni.
Oggi, riempire la tanica del gasolio costa più del salario minimo mensile, che ormai vale l’equivalente di 20$.
Secondo il World Food Program, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari rispetto allo scorso autunno è del 557%.
Ma come si incarnano questi numeri, che descrivono quantitativamente una crisi economico-finanziaria tra le più gravi al mondo?
Noi volontari di Operazione Colomba ne siamo testimoni attraverso il contatto con le paure e l’insofferenza palpabile della gente.

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Con l'acuirsi della crisi economica senza precedenti che investe il Paese, Beirut è diventata una città assai più pericolosa del passato.
A rivelarlo è uno studio della società di analisi beirutina "International Information" sull'aumento delle attività criminali nella capitale libanese.
Secondo questa ricerca, nei primi dieci mesi del 2021 i furti nelle abitazioni sono aumentati del 266% rispetto allo stesso periodo del 2019, gli omicidi sono cresciuti del 101%, mentre i furti di auto sono saliti del 212%. Lo stesso istituto di ricerca riporta che circa 200mila libanesi sono fuggiti dal loro Paese al collasso economico negli ultimi due anni. Accanto a un tipo di migrazione di profughi libanesi, siriani, iracheni dalle sponde mediterranee del Libano verso Cipro, si sono registrate dall'autunno del 2019 circa 160mila partenze di libanesi della classe media, emigrati verso destinazioni considerate meno usuali, come Turchia, Georgia e Armenia. A questa situazione si aggiunge il fatto che secondo alcune stime, il 63% dei libanesi vorrebbe seguire questa tendenza e lasciare il Paese.

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È il 20 ottobre e siamo in macchina in viaggio verso Arsaal.
Arsaal: 130 mila persone, di cui i tre quarti sono siriani, organizzati in 160 campi profughi informali, cioè non riconosciuti dallo Stato, e per accedere all'area, militarmente protetta, è necessario un permesso.
Al di là del finestrino vediamo il paesaggio cambiare.
Avvicinandoci al confine nord-orientale del Libano, le pianure e gli altipiani alle nostre spalle lasciano spazio a terre ondulate colorate di ocra.
La terra è secca e le creste brulle sullo sfondo sono già in territorio siriano.
Ingraniamo una marcia più corta e mentre ci avviciniamo all'ingresso della città, prepariamo passaporto e permesso personale di accesso alla zona.
Arriviamo al posto di blocco, un militare con un cenno di capo ci fa segno di proseguire.
La strada scollina e davanti a noi si apre, leggermente più in basso il centro abitato di questo grande villaggio.

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Da circa tre settimane sono in Libano con Operazione Colomba.
Qui condividiamo la quotidianità delle famiglie siriane che vivono al campo profughi di Tel Abbas, nella regione di Akkar, a nord del Paese, a circa 5 km dal confine con la Siria. Inizialmente mi ero fatta lo scrupolo di aspettare di capire qualcosa del contesto che mi ospita, prima di condividere qualche riflessione.
Poi mi sono resa conto che, più il tempo passa, più le tessere di mosaico che si aggiungono, complicano il quadro, rendendo sempre più complessa ai miei occhi la comprensione della situazione. Consapevole quindi che una vita non mi basterebbe per capire; che non sono qua per capire, ma per condividere un pezzo di cammino con questo popolo e che per questo viaggio non sono partita da sola, desidero prestarvi i miei occhi, orecchie, naso, bocca e tatto… nella speranza che due parti della stessa umanità possano sfiorarsi.

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