In Libano il tempo scorre diversamente che altrove.
Da ieri mi sembrano passati già almeno tre giorni, e allo stesso tempo mi sembra di essere qui da una settimana invece che un mese. È come se qui non ci fosse mai abbastanza tempo.
Tempo per stare con le persone, per cucinarsi la cena, per ascoltare, per imparare l’arabo, per metabolizzare tutti i sentimenti che si vivono in un giorno.
Forse la verità è che il tempo qui non si misura ad ore, minuti e secondi, ma segue le emozioni.
Perché non si tratta neanche di tenere il conto di quante visite si sono fatte, o di quante persone si sono ascoltate.
Ci si allontana dal bisogno di produttività a cui la nostra società ci ha abituat*.
L’obiettivo non è il fare, diventa lo stare.
Fermarsi, lasciare spazio, anzi creare spazio per l’ascolto; rallentare e prendersi tempo — che qui si valuta in emozioni — per guardarsi negli occhi.

Non si può descrivere la nonviolenza con una definizione unica, così mi ha insegnato la presenza di Operazione Colomba in uno dei tanti campi profughi improvvisati del Libano. Se dovessi scegliere qualche immagine per rappresentarla, ve la racconterei attraverso la scuola costruita e gestita da una famiglia siriana, decisa nel creare più opportunità e spazi per le nuove generazioni. Potrei farvi conoscere la rete di attivisti, ancora coinvolti nelle loro attività nonostante esporsi politicamente in Libano come rifugiato sia molto pericoloso. C'è una forza immensa in queste persone nell'immaginare un futuro alternativo. Potrei anche scegliere un'immagine quotidiana, come la gentile accoglienza che ci viene offerta durante qualsiasi visita ai nostri vicini. Spesso questa prende la forma di tè molto zuccherato, dell'energia infinita dei bambini e dei racconti di storie più o meno lontane.



