27/01/2023
Momenti di domande e riflessioni sull’impatto che ha avuto l’ultimo mese su di me, sul mio carattere, sulla mia consapevolezza e modo di rapportarmi agli altri.
Ma anche il mio impatto sulle persone che ho incontrato, con le mie parole ed espressioni, sorrisi e bronci.
Tanti visi nuovi, ognuno di loro con una storia intensa, una biografia che voglio conservare e testimoniare.
In questa chiesa mi sembra di essere un pezzo di storia, e questo è in effetti.
Siamo nel tempo e dunque siamo nella storia.
Mi richiama alla storia drammatica di questo Paese, in cui la religione è stata sicurezza personale e conflitto interpersonale.
Parto con la consapevolezza del privilegio che della carta stampata mi dà. In cui il mio Diritto di movimento è tutelato: il privilegio di scegliere di andarmene e di tornare.
Un privilegio che i siriani in Libano non hanno.
La scelta gli è stata tolta da tempo, da prima di quel 2011 sotto un regime assassino.
Cosa facciamo concretamente?
- 26 gennaio
Primo breve resoconto. Sono arrivata l'altro ieri sera, tardi, accompagnando K., donna libanese di 60 anni che è venuta in Italia con i figli, di cittadinanza siriana (quella libanese si trasmette solo per via paterna), minacciati e in pericolo. La loro colpa è il loro impegno a favore dei profughi siriani, attraverso scuole e cliniche gratuite per i siriani, che però tolgono così utenza pagante alle strutture gestiste dalle cosche locali (in mancanza totale di scuole e cliniche pubbliche).
Lei è stata trattenuta due ore in aeroporto per controlli non meglio specificati. Entrambe purtroppo abbiamo visto tanti respingimenti arbitrari e abusi sui confini per riuscire a vivere serenamente queste due ore d'attesa, ma alla fine siamo entrate. Lei tornava per visitare il resto della sua famiglia che non ha avuto la possibilità di emigrare e che non vede da anni.
Incredibile la festa che le hanno fatto figli e nipoti!!
Cosa siamo disposti a fare?
Sono tornata in Libano dopo un anno di assenza.
In Italia lavoro come educatrice nel settore adolescenti. Abbiamo appena elaborato un importante documento sull'adolescenza nella mia città dove si parla delle sfide che questa età porta con sé, riguardo al corpo, all'autonomia, all'identità... mi fa strano trovami adesso qui, di fronte a molti 15, 16 e 17enni, e nessun adolescente.
Qui c'è un salto. Qui come in molti altri “altrove”, l'adolescenza non esiste, si salta di netto da un'età in cui si è bambini, a quella in cui si è considerati adulti.
Soprattutto le ragazze.
S. aveva 8 anni quando l'ho conosciuta. Ora ne ha 16. Ha già un matrimonio fallito alle spalle, e una macchia nella fedina "sociale".
È sempre bellissima come la mamma, ma chiusa in casa e mi pare apatica e triste rispetto a un tempo.
Lei la sua sfida per l'autonomia e la scoperta del corpo l'ha potuta sperimentare solo così, sposando il ragazzo che le piaceva, o credeva che le piacesse, o l'unico che ha incontrato... Che poi l'ha chiusa in casa con la suocera. Incapace pure lui di fare il compagno essendo solo un ragazzino.
La tenace ricerca della dignità e dell’umanità
Tornati al campo si riprende da dove si è lasciato; dalla presenza e dalla condivisione di tempo, spazi, storie e propositi.
La situazione esasperata che sta provando la popolazione che vive in Libano, maggiormente acuita nelle zone remote del Paese come in Akkar e Arsal, fa il paio con il progressivo logoramento della condizione dei rifugiati siriani.
I tiepidi tramonti che scaldano ancora armoniosi paesaggi di campagna, nelle aree montane, diventano presagio di un altro inverno in tenda o in fabbricati di fortuna all’addiaccio in cui far fronte alle complicazioni che il freddo e il gelo portano con sé.
Sono queste le ambientazioni che trova la Colomba al ritorno tra i rifugiati siriani in Libano.
Ci raccontano di sistematiche riduzioni di aiuti umanitari, una quotidianità precaria immersa nella crisi economica, lo spettro dei ritorni volontari in Siria, la cui idea trova potenzialmente terreno fertile in chi è esausto e sfiancato da tutto questo tempo passato in condizioni disumane.
E poi la latente e infida idea della via del mare che serpeggia costantemente perché apparentemente semplice quanto atroce e pericolosa.
Rabia
Rabia, lo abbiamo conosciuto appena arrivati al campo profughi nei primi anni di progetto.
Ogni volontario ha sentito dire nel suo primo giorno in Libano "lui è Rabia, in arabo vuol dire primavera".
È stato detto a me il primo giorno in Libano, e poi l'ho detto io ai nuovi volontari.
Non capivo perché fosse così importante dire subito il significato del suo nome, sembrerebbe prioritario spiegare perché era ridotto pelle ed ossa.
Sarebbe importante sapere perché la sua mamma ha sempre gli occhi stanchi e perché la nonna fuma una sigaretta dopo l' altra, sempre in ansia e sempre all'erta.
Rabia era primavera prima di tutto, un bambino tutto occhi e poca ciccia.
Si commuovevano tutti quando lo vedono, con lui si gioiva e ci si disperava.
Rabia camminava sull'orlo della morte, la sua famiglia con lui e anche noi ci abbiamo provato.
Rabia era primavera, perché come l'inverno sembra sempre di essere vicini al congelamento totale alla morte, poi respirava di nuovo, rideva.
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