Mi sembra di percepire che quello che ti brucia dentro e che ti accompagna a letto la sera quando la giornata è finita, spesso non sia lo sguardo di complicità, reciproca appartenenza, sollievo, felicità di coloro cui stiamo accanto, che riusciamo ad aiutare migliorandone la condizione, o addirittura quando si tratta di salute, ne salva la vita.
Quello che spesso resta per sempre impresso nella memoria è lo sguardo e la voce di coloro a cui bisogna dire che non puoi fare niente per dare una mano, perché in quel caso, in quel momento, non c'è niente da fare.
Resta la sensazione, pastosa come una colla stantia, della propria espressione quando, dai suoi angoli, trapela la vergogna, la delusione, l'indignazione, la rabbia, il dolore verso le circostanze che fanno sì che ci si ritrovi a ricoprire il ruolo di chi dà quella risposta.
Ci vuole stomaco per sopportare quel momento, per riuscire a farlo sostenendo quello sguardo, trasmettendo ancora l'empatia e la vicinanza a cui però in fondo si sente di aver perso un po' il diritto, agli occhi dell'altro/a, nel momento in cui si è impersonato quel ruolo.
Stomaco, forza d'animo, e una grande, sfacciatissima speranza.
Dove trovare questa speranza e come ricordarsi del senso che ha, quando la difficoltà del momento fa percepire la speranza come quasi "fuori luogo"?
Grazie a questi primi mesi di cammino con la Colomba, comincio a scoprire che può esistere un metodo per riuscirci, che però ha senso solo se condiviso.

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Quanti giorni sono passati?
Il tempo scorre a velocità diverse, come si fa a riempirlo tutto?
Ho l’impressione di pressare il tempo, come in un sottovuoto, farne entrare altro, sempre di più.
Ci si abitua mai al tempo denso?
Al tempo che una settimana sembra un mese?
Penso ai giorni che passano senza che accada nulla, ai giorni di cui non ti ricordi.
Da questa parte del mondo qui, ogni giorno te lo ricordi come se fossero almeno cinque diversi, perché non è possibile che in un giorno possano entrare tutte queste cose qui.
In un giorno non ci può stare un viaggio che costeggia il mare in un tempo d'immensità, un arrivo ai piedi delle vette innevate che non conoscono differenze ne confini geografici, un corpo piegato su stesso, un capo che fatica ad alzarsi, degli occhi che non vedono più orizzonti, una mano su una gamba come un ponte, un attimo per tenersi negli occhi.
Vorrei poterle dire che dopo 31 anni la vita ha ancora tante cose da regalare, che lì fuori ci stanno territori verdi e prati in cui sdraiarsi di notte a guardare le stelle, che quelle restano lì e che nessuno può togliercele, che c'è ancora modo per raddrizzare la schiena nonostante tutto.
Il tempo è troppo ma è troppo poco per dirglielo, non ci sono parole o forse qualcuno le ha già trovate “mamma non piangere, devi solo sorridere”.
Questo tempo è denso, e ogni attimo è come un’eternità in tutta questa umanità che si trova.

I.

Ricordo quando un anno fa ci hanno raccontato che era tornato nel suo Paese, per vedere cos’è che ne restava. In poco meno di un’ora era già stato preso e incarcerato, sotto un interrogatorio fatto più di torture che di domande.
Ne abbiamo parlato con i parenti che non si spiegavano come avesse potuto decidere di mettere piede in Siria, e insieme il primo pensiero comune che ha aleggiato nella stanza senza farsi parola è stato: è perso, non tornerà. Un altro uomo nel buco nero della moltitudine dei dispersi, coloro di cui non si saprà più nulla, “eza mayet aw tayeb”, se sono morti o vivi.
E invece eccolo, davanti a me che mi racconta per filo e per segno tutto ciò che gli è accaduto, a partire dal fatto che lui aveva giurato al padre sul letto di morte che non sarebbe mai tornato in Siria finché non ci sarebbe stata sicurezza per il rientro, ma che con l’inganno lo hanno condotto al di là del confine.
Dopo quel momento ha passato 7 mesi tra botte, torture disumane e umiliazioni disumanizzanti, il primo periodo in innumerevoli corpi della sicurezza di Stato, l’ultimo periodo facendo il servizio militare obbligatorio, dopo che per anni era riuscito ad evitarlo nascondendosi in Libano.

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Il campo mi pare un caleidoscopio unico di umanità.
Intanto dell'umanità propria.
Una delle lenti di questa osservazione è la noia.
Noia proveniente dal silenzio della sera e della notte, specie d'inverno.
Specie in queste sere sfigatissime in cui neanche l'operatore telefonico riesce a funzionare come si deve e a garantire la connessione a internet, l'unica (sic) "finestra sul mondo", soprattutto su casa.
Sere e notti in cui il freddo butta tutti dentro, ognuno nella sua tenda ad appallottolarsi sul materasso e sotto le coperte se ci sono, oppure accanto a mamma e papà e alla cucciolata di fratelli e sorelle che ci sono di sicuro.
Chi ce l'ha (non molti, non pochi), per un po' può guardare la tv, poi anche quella annoia ed è meglio spegnerla, non sia mai che tenga svegli i bambini più del necessario.
Comunque nel dubbio, l'elettricità salta tra le undici e mezza e mezzanotte fino al giorno dopo e sceglie lei (l'assenza di) la prossima attività per tutti.
E così, se il freddo spinge sotto la coperta e le viuzze melmose di pioggia e fango del campo si svuotano, viene l'ora del silenzio, in cui neanche gli incontri dei vicini vengono in soccorso a interrompere la monotonia.
Quanto sarà grande questo silenzio senza alternative?
Da qui a Tel Abbas? O da qui ad Halba? Bebnin?
Non so, di sicuro a Tripoli anche a quest'ora ci dev'essere ancora a zonzo qualche alternativa.

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Brano tratto da: “Crinali” di Elona Aliko, in “Basta un vento lieve”, collana DiMMi, Terre di mezzo, Milano, 2021.

Tel Abbas, 25 settembre.
Nel pomeriggio sono andata a trovare Walid, abita due baracche distante dalla nostra.
Ha costruito una specie di veranda fuori dalla sua tenda, quattro pali di legno e un nylon bianco rovinato dalle piogge e dal vento. Ci sono un tavolo in plastica e quattro sedie. Era solo e ho deciso di fargli compagnia. Mi piace molto parlare con lui, è un uomo saggio, figlio di uno Shaikh[1]. Mi aiuta a comprendere tante cose e situazioni che fatico a capire.
Walid è un uomo molto forte, nel suo grembo porta le ferite della guerra, di una bomba. Ha una stomia, porta un sacchetto per stomizzati per i suoi bisogni. Quando non riusciamo a procurargli i sacchetti adatti sua moglie glieli cuce con la stoffa; ma la stoffa gli procura infezioni alla ferita. Malgrado la sua condizione fisica è sempre sorridente, socievole e accogliente.
Ho voluto chiedere a Walid cosa si prova a non essere voluti dal proprio Paese, ma mi sono pentita subito dopo. Ho visto le lacrime scendere dai suoi occhi, con la voce rotta dal magone, mi ha detto che desidera tanto tornare in Siria, nella sua terra, nella sua casa. A Walid questa guerra ha portato via un figlio di 17 anni, Mohammad, e la dignità. Ha iniziato a evocare il vissuto in quella terra lontana ormai, a 5 km in linea d'aria da dove siamo seduti, irraggiungibile. Parlava e piangeva. Parlava, piangeva e sorrideva quando i ricordi erano felici. Ero commossa.

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