Quando mi dicevano che sarei stata solamente in mezzo alla burocrazia e relegata in un ufficio, sapevo che non sarebbe stato così. Sapevo che invece io sarei stata insieme ad altre persone.
Che avrei vissuto in mezzo a loro, con loro, come loro. Non sarei stata relegata in un ufficio a fare rendicontazione. Ed è meglio così. Questo cercavo. Cercavo un posto dove poter capire veramente cosa provano le persone in movimento, com’è la loro vita e quali sono le loro reali necessità. Non sarei mai riuscita a guardarli dall’alto.
Ma soprattutto, anche se ci fossi riuscita - a mantenere il mio status di privilegiata, a starmene sul mio piedistallo, a fare la fighetta mentre le persone vengono deportate e torturare -, probabilmente non avrei voluto. Non avrei voluto continuare a fomentare il divario sociale, economico ed etnico tra me e loro.
È sempre brutto fare questa distinzione: “noi” in opposizione a “loro”. Noi: bianchi, occidentali, liberi e fortunati. Loro: arabi, meticci, oppressi - dai regimi da cui scappano e dalle loro condizioni di vita. Loro, per i quali la ruota della fortuna gira dalla parte sbagliata. Una delle motivazioni per cui sono partita è proprio questa: azzerare il divario tra “noi” e “loro”. O almeno provarci. Accompagnarli verso un mondo in cui i bambini possano andare a scuola, imparare l’arabo, la matematica, l’inglese, le scienze e la letteratura. Un mondo in cui i padri non siano obbligati a lasciare la scuola - quando fortunati - in terza superiore per andare a lavorare. Un mondo in cui i bambini possano essere bambini.