Rifugio è calore, è sentirsi al sicuro. È abbraccio che stringe e non soffoca. È sapere di poter stare. Non essere da solo. È aver avuto paura e non averne più. Con che coraggio abbiamo smesso di chiamarle persone e cominciato a chiamarli rifugiati, senza neanche preoccuparci che ce l’avessero davvero, un rifugio?
Siamo così abituati a pensarci invincibili che diamo per scontato di essere noi i salvatori del mondo.

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Il confine è la sponda di un fiume, le serre, i campi coltivati.
Il confine sono le tende dei soldati siriani che guardano gli agglomerati di cemento che proteggono i soldati libanesi.
Il confine sono rumori sordi, ovattati. I faccioni di grandi leader, i poster di propaganda.

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L’altra sera noi volontarie siamo rimaste a dormire da sole al campo e il nostro vicino di tenda ha mandato G., la sua figlia più grande, per farci compagnia e non lasciarci dormire da sole: è stata con noi tutta la sera, ad ascoltare i nostri discorsi, anche se parlavamo in italiano e non capiva.

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Da sempre la tenda è la casa lontano da casa. Può essere un modo avventuroso e romantico di vivere una vacanza, l'ebrezza di un viaggio ignoto, senza programma né orologio; rifugio di emergenza di chi abita le strade delle nostre indaffarate città; case temporanee di chi è in fuga, in cerca di un futuro migliore. La tenda, quindi, come un laboratorio di umanità, proprio come quella che è stata allestita qui a Chiari: un luogo d'incontro in cui c'è un fuoco che non si spegne.

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La morte di Ayyed ha lasciato dell'amaro nelle nostre bocche, un boccone troppo grosso anche per i suoi familiari e amici, che di rospi in questi anni ne hanno mandati giù fin troppi.
Ayyed era un ragazzo che viveva in un garage con la sua famiglia, insieme sono scappati dalla Siria per non avere più paura della guerra ma qui si sono ritrovati a dover correre per sopravvivere, a rincorrere la dignità rubata.

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