Una bilancia, simbolo della giustizia, è incisa in un riquadro di legno, su una parete di marmo del tribunale di Tripoli.

E’ grande e maestosa, si trova al centro del muro e ne occupa quasi l’intero spazio.

Esattamente sotto di essa sono accovacciati sulle ginocchia decine di ragazzini: tutti in fila, sguardo basso verso il pavimento.

Sono tutti siriani, li si riconosce dai vestiti umili che stonano con le tonache degli avvocati e con i completi eleganti degli addetti ai lavori, ma soprattutto dai volti stanchi e impauriti.

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Per me la colomba è un sogno, un sogno speciale.

Perché a differenza di quei sogni che balenano nelle nostre menti solo la notte, mentre siamo comodi nei nostri letti, questo sogno possiamo viverlo, nella vita vera, quella di tutti i giorni in cui ci si alza e ci si muove, si ha a che fare con persone. La vita vera che è fatta di sorrisi, sofferenze, abbracci e conflitti, pianti.

È una vita in comunità diffusa, che abbraccia non solo i volontari italiani e i vicini di tenda o di casa, ma che stringe in un abbraccio più grande tutte le persone che come volontari frequentiamo e ascoltiamo, accompagniamo e con le quali progettiamo i passi che portano alla pace, quei passi che già per sé sono pace.

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Ho dato un pennarello ad Ahmed.
Ahmed ha 4 anni ed è cieco da quando ne ha uno.
Mentre tentava di tenere in mano il pennarello mi chiedeva di insegnargli ad usarlo.
Mi chiedeva di insegnargli ad aprire e chiudere il tappo.
Ahmed non lo sai ma dovresti insegnarmi te a portare quella gioia che non sappiamo più portare.
La famiglia di Ahmed viene da Homs ma lui è nato in Libano.
Abbandonato dalla madre, vive in una scuola a Beirut e il fine settimana sta con la nonna.
È nato profugo come tanti altri bambini e bambine siriani.
Senza una colpa la loro vita è già difficile, molto più difficile di quella di chi nasce in un Paese che può chiamare suo.

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Manaal è con noi nella stanza spoglia della sua casa color cemento, ma la sua mente è quasi sempre altrove.
I suoi bambini dormono sul materasso per terra, così addormentati sembrano bambini normali.
Stavamo bevendo il mate e chiacchierando insieme, quando lo scenario intorno a noi è cambiato.
La stanza si è riempita di macchie di sangue di colore scuro, come il caffè.
La casa è accogliente e piena di ricordi di vita vissuta, ma da quel giorno di maggio il tempo ha smesso di scorrere.
Le parole di Manaal ci hanno portati direttamente a Hula, subito dopo il massacro.
"Nessuno ha avuto il coraggio di entrare nelle case e di ripulire il sangue" - dice - " Tutto è rimasto così".
Il suo racconto era così dettagliato che sembrava davvero di essere lì.
Ma loro, dopo sette anni di guerra, di tormenti e di terrore, hanno chiuso per l'ultima volta la porta della loro casa distrutta e sono arrivati fino a qui, nella stanza in cui ora sediamo insieme, a riscoprire energie che non pensavano più di avere.

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La situazione generale riguardante la sicurezza dei profughi siriani in Libano degenera di mese in mese.
Secondo testimonianze locali, lo scorso 3 ottobre mattina le forze di sicurezza Libanesi (LAF) hanno fatto irruzione in un quartiere popolare di Beirut, Burj Hammoud, senza un mandato preciso, arrestando un centinaio di persone.
Nelle fasi più concitate del raid sono state riportate colluttazioni, insulti verbali e umiliazioni.
Le condizioni attuali degli arrestati non sono chiare.
Esprimiamo preoccupazione riguardo al clima di crescente ostilità che si osserva in Libano nei confronti della presenza di rifugiati sul territorio.

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