Ti racconto in breve come è cominciata e come sta andando la faccenda dei Canali Umanitari.
In questi ultimi anni abbiamo vissuto con i profughi siriani nel campo di Tel Abbas e Bebnine, sopportando insieme il freddo, il vento, il caldo, la sabbia, la mancanza di dignità della situazione: un carico di dolore che nessuno dovrebbe portare.

Insieme abbiamo anche coltivato la piccola e indispensabile pianta della speranza che...

Prima interruzione, entra nella tenda in cui sto scrivendo A. R.
Quelli delle ONG sono pazzi, hanno portato delle coperte sottili come lenzuoli e ora vogliono che li ringraziamo, a noi servono pesanti, per il freddo.
Mi mostra un disegno: una persona è caduta in un fosso profondo, un'altra, da fuori tende il braccio per aiutarla ma non ci arriva, la buca è troppo profonda. Fuori dal fosso c'è una scala, prendendola si potrebbe far uscire il prigioniero.
Abu Rabia mi spiega che il prigioniero è la Siria e la persona fuori dal fosso è il mondo che vorrebbe fermare la guerra...
Cosa è quella scala secondo te A. R.?
La scala è il fatto che non si vuole mandare via il regime.

Ricomincio a raccontare.
Dicembre 2014, incontriamo Lorenzo Trombetta, giornalista dell'ANSA e nostro amico, ci racconta che dei profughi che sono al campo di Tel Abbas, essendo sunniti, forse nessuno potrà tornare a casa: il governo sta costruendo case da assegnare ad altri sulle macerie di quelle distrutte, se volete un consiglio, dice Lorenzo, provate a salvarne il più possibile, facendoli uscire dal Libano.
Ad aprile scorso contatto Mario Giro, allora Sottosegretario agli Esteri, per raccontare della situazione senza via d'uscita dei profughi con cui viviamo; lo avevamo conosciuto per chiedere suggerimenti su una situazione in Colombia qualche anno fa. Dobbiamo provarci, mi dice.
Consiglia di sentirmi con la Comunità di S. Egidio, che stava allora tentando di aprire un Canale Umanitario dal Marocco e in prospettiva in Libano per i cristiani che scappavano dalla Siria.

Seconda interruzione, smetto di scrivere perché entra in tenda un ragazzo, non lo conosco, gli chiedo da dove viene e cosa vuole.
Mi chiamo I., ero un calciatore, ho saputo che vivete qui, devi venire a Tel Mayan, un'ora da qui, a vedere dove vivo, non ho più nessuno, se vedi la tenda in cui dormo ti metterai a piangere.
Mi lascia il numero di telefono, tra due giorni lo andrò a trovare.

Ricomincio con la storia dei canali umanitari.
Il segretario di S. Egidio, Cesare Zucconi, nel maggio del 2015 viene a vedere il nostro campo, provando a pensare a coma aiutare le persone che ci vivono, esplorando anche la possibilità di trovare un modo di farle andare in Germania. Un mese dopo, in estate, l'esercito libanese inizia una ondata di sgomberi che caccia dalle proprie tende migliaia di profughi siriani intorno a Tel Abbas ed è ora chiaro, anche in seguito alle nuove leggi del gennaio 2015 che rendono impossibile registrarsi come profughi, che non c'è nessun futuro per i siriani in Libano.
Alcune persone del campo in cui viviamo prendono contatti per il viaggio in mare verso la Turchia e poi l'Europa, non avendo soldi gli viene proposto di fare gli scafisti. Tanti profughi che conosciamo partono, attraverso messaggi e whatsapp raccontano dove sono. Di alcuni sappiamo che muoiono per mare, uno è un parente di un vicino di tenda...

Terzo stop: entra in tenda R.
Vieni a salutare A. S., è in tenda da me... non mi piace che te ne stai in tenda da solo a scrivere. Cosa scrivi?
Scrivo proprio quello che stai dicendo adesso.
E chi lo legge?
Alcuni in Italia...
Scrivi allora che non mi piace che qualcuno sia solo, sono stato tanto da solo senza padre e madre da bambino e penso che anche tu senza moglie e figli ti senti solo, vieni a scrivere in tenda da me...
In tenda i figli di rami vogliono giocare e il gioco consiste nel mordermi le dita dei piedi, la cosa mi rende difficile scrivere... e si aggiunga che arriva T., un amico libanese a trovarci, mi fermo a guardare che fa amicizia con le persone con cui viviamo, due mondi entrano in contatto.
Certi giorni sono intensi come una vita intera, o forse io sono fortunato, non so.

Ricomincio da dove mi sono fermato, intanto fuori piove come se non ci fosse un domani, meglio questi tuoni che quelli dei missili russi di ieri, mi fa notare B.
Allora: nell'estate 2015, insieme a S. Egidio e alle Chiese Evangeliche si valuta di fare cominciare il Canale Umanitario proprio con i profughi siriani con cui viviamo in Libano, per evitare il viaggio in mare e dare una possibilità di futuro, che qui non c'è.

Nuova interruzione: A. R. mi mostra la foto di quello che resta della sua casa ad Homs, macerie... anche R. mi fa vedere sul telefono foto di macerie che sostiene essere quel che rimane di casa sua.
Tu hai visto la Siria solo da lontano, mi dice, io ho vissuto nella guerra e per questo voglio andare via, anche dal Libano, voglio pace per la mia famiglia.

Basta, fatemi finire di spiegare: immaginando le attività necessarie per aprire un canale umanitario diviso in diverse parti, possiamo dire che il lavoro per ottenere dal Governo italiano i visti è stato fatto da S. Egidio con le Chiese Evangeliche, come pure i contatti con le forze di sicurezza libanesi.
Il viaggio vero e proprio verrà finanziato dall'8 per mille delle Chiese Evangeliche; il lavoro in Libano con i profughi e in Italia per accogliere questo primo gruppo da Operazione Colomba, con i suoi volontari; l'accoglienza da famiglie e strutture di Caritas di Torino, Reggio Emilia e Trento più la Provincia Autonoma di Trento.
Spero di avere reso l'idea.

Non sono un profugo, mi dice Y., sono un essere umano e per vivere ho bisogno di umanità, qui non ce n'è.
E In Italia?
Speriamo...

E' sera ormai, ho cominciato a scrivere stamattina alle 10, nel frattempo una volontaria se ne va perché la madre è in gravi condizioni di salute, la salutiamo insieme, siriani, libanesi ed italiani, ci vedremo in Italia, inshalla, se dio vuole.
Ci vedremo un giorno in Siria, dice B., è il suo saluto ogni volta... inshalla, se dio vuole...
pausa di silenzio, forse neppure dio, come gli uomini, sa fermare questa guerra.

K

Ciao Kappa,
stavo guardando un'intervista a Norman Finkelstein su Gandhi e su ciò che intendeva con nonviolenza.
Cosa ne pensi?
Tantissime volte mi sono trovato a discutere con altre colombe o con altre persone che si definiscono nonviolente su quale sia peggio tra "non fare nulla" e farlo violentemente, e l'impressione che ho è che sia sempre la violenza ciò che viene identificato come il male maggiore. Personalmente non sono d'accordo per nulla e trovo che questa "considerazione" della violenza come l'esatto opposto della nonviolenza sia ciò che rende i movimenti sedicenti nonviolenti, incapaci di parlare con le varie realtà di lotta che invece lottano in modo concreto, ma in modo violento.
Peo


Grazie della fiducia Peo, provo a rispondere.
La prima parte di una lotta nonviolenta Gandhi la chiama purificazione, nel suo caso si recava presso la comunità che voleva affrontare una ingiustizia e iniziava un digiuno, un percorso cioè che lo rendesse più vicino al dolore che l'ingiustizia portava a quella comunità.
Giusto per non parlare di teoria con la Colomba, per capire che proposta nonviolenta fare rispetto alla guerra in Siria, abbiamo cominciato a vivere in un campo profughi: come accidenti capiremo qualcosa se non attraverso la nostra vita, attraverso il nostro vivere con persone traumatizzate dalla guerra, torturate, scappate e costrette ora a vivere come indesiderati in terra straniera?
E come potremo proporre qualcosa senza la credibilità che viene dalla solidarietà concreta con chi ha provato la violenza della guerra su di sé?
Che la risposta sia nonviolenta o armata questo primo passo mi sembra importante per evitare di portare un proprio conflitto dentro una guerra e chiamare impegno quello che rischia di essere fuga, proiezione , chiacchiera, ideologia, ribellione "ormonale"... e non portare un modello esterno, una rabbia ulteriore in una situazione che richiede soluzioni nuove e inedite.

Quanto al "contrario della nonviolenza" Gandhi la considera senza dubbio la passività, il parlare e non far nulla, mentre guarda con rispetto a chi fa una scelta anche violenta di difesa, se non altro, per il coraggio e il coinvolgimento personale che comportano.
Da qui l'affermazione nota: “E' più facile tirar fuori un nonviolento da una persona violenta che da una persona passiva ed indifferente”.
E' un invito per me a entrare nei problemi, a viverli, la scelta del come rispondere verrà dopo.

Sulla scelta di come rispondere: quello che non mi pare accettabile nella violenza è il fatto che attraverso noi richiama altra violenza e morte, ne vedo gli effetti su chi la compie e non mi piace il fatto che disumanizza l'avversario e quindi anche me.
Ma non disumanizza forse ancor di più l'essere passivi?
Sicuramente la passività è una delle caratteristiche del nostro mondo oggi.
La nonviolenza invece io la vedo come una forza, sempre esistita, ma che ognuno personalmente può sperimentare, viva, quindi sempre nuova e creativa.
Una forza che mi rende più uomo, più capace di amare, di aver coraggio di cambiare le situazioni, che mi rivela il meglio e non il peggio di me, una scelta con cui è più semplice continuare a vivere.
K


Stanotte non riesco a dormire, guardo il cielo di cartone della tenda, nel campo profughi in cui viviamo da diversi mesi, stanotte sono sereno, mi succede di rado.
Il nostro vicino, sconfitto da una guerra non sua, ci ha appena detto che lui non spera, che non sa come andare avanti, che però che bello che ci siamo noi, altrimenti loro, i profughi siriani, sarebbero morti.
Non so dire se sia vero, ma vorrei che tu provassi cosa significa sentirselo dire.
Allora stanotte sogno.
Sogni nuovi, quelli vecchi non sono più veri.
Sogno dalla posizione privilegiata dei più poveri tra i perdenti, sogno senza ritegno, e sogno anche per chi ne ha paura, per chi ha messo la testa a posto.
Sogno perché sono un nuovo tipo di rivoluzionario, perché non credo alla violenza, perché non credo alle ragioni della storia, non credo alla distanze della geografia, non credo al potere che disprezzo, non credo ai soldi e al prestigio, sono libero.
Sogno come quel ragazzo palestinese di 2000 anni fa, ucciso da preti e militari, che il cambiamento comincia dai poveri, che c'è un amore che neppure la morte può contenere, che si può diventare pane per gli altri.
Sogno come Gautama, detto il risvegliato, che diventiamo ciò che pensiamo e che quindi io, e te, possiamo essere il cambiamento che il mondo aspetta.
Sogno come Mohammed, il messaggero, che dio ha un cuore, più grande della nostra violenza.
E nel mio cuore si danno convegno i sogni e le speranze delle persone che amo.
I sogni di A., che si è consumato nella lotta per la nonviolenza in Palestina e ora si sente vuoto.
I sogni di T. in cui dolcezza, fragilità e forza si abbracciano, diventano per me simili ai sogni di Nelson, in carcere ma mai solo, accompagnato dalla capacità di non cedere un millimetro di spazio all'odio.
Guardo dentro me i sogni di A., che è un angelo e non lo sa, che ha un padre che le regala dolore eppure continua a segnare sulla sua agenda i nomi di amici da far sentire voluti bene, che si sente egoista a pensare ad un amore per sé.
I sogni di V. ,innamorata della dolcezza dei bambini siriani, si mescolano a quelli di Hetty, che vedeva la gioia della vita anche nello scegliere di non fuggire dal lager.
I sogni di G., che sa vedere la bellezza nelle persone che non fanno battere il cuore a nessuno, incatenate nelle vendette, si mescolano a quelli di Sophie, che sfidava il nazismo armata di una rosa bianca.
Vedo i sogni di M., meravigliosi per i poveri della terra, e terribili per chi osa far loro del male.
I sogni di mio figlio, che vede quel che ancora non c'è, si mescolano in me nel sogno che la nostra lotta senza odio, ma inflessibile, per guarire la malattia della violenza, e costruire un mondo senza sfruttatori e sfruttati, diventi la lotta di tanti, niente per noi e tutto per tutti.
In questa notte nessuno manca nel mio cuore, nessuno è escluso, nessuno piange solo, nessuno è abbandonato alla violenza.
E sono completamente sveglio.


(Da leggere ascoltando "Lonely avenue", Ray Charles)

Sono H., un missile lanciato dal mio governo è entrato nella mia casa e nel mio cuore, ha ucciso mio marito, amputato una gamba a mio figlio maggiore, distrutto la mia casa ad Homs, Siria.
Fino a che ho avuto qualche soldo io e i miei sei figli abbiamo vissuto in un garage nel nord del Libano, ora abbiamo una tenda, in un campo profughi in cui va a stare chi non ha più niente.
Cosa mi dà forza, mi ha chiesto un uomo, non ho forza, io vivo e basta...

I'm here just for you, I'd like a soul deep like a river
Sono qui per te, vorrei un'anima profonda come un fiume

Io sono M., posso vivere in un appartamento, mio marito è invalido, mio figlio ha una scheggia di bomba nella occhio, soffro di cuore, la guerra mi ha avvelenato, lavoro quando posso, raccolgo erbe nei campi per qualche dollaro al giorno, voglio che i miei figli vadano a scuola. Oggi piango, davanti a te, che dio ti accompagni, perché ho saputo che mio fratello è morto in carcere in Siria.

I'm here just for you, I'd like a soul deep like a river
Sono qui per te, vorrei un'anima profonda come un fiume

Io, S., sono figlio di profughi palestinesi, ora profugo dalla Siria in libano, non ho mai avuto una Patria , non ho più casa, con mia moglie e quattro figli vivo in una stanza sulla strada, fermati oggi da me, non succede mai. Non voglio perdere il sogno di avere un giorno un posto in cui essere a casa. Torna domani, ti prego...

I'm here just for you, I'd like a soul deep like a river
Sono qui per te, vorrei un'anima profonda come un fiume

Se fossi ricco me ne fregherei di te, se fossi italiano ti venderei vecchie armi, se fossi americano inventerei altri nemici perfetti da bombardare, se fossi dio ti ridarei tutto quello che hai perso.
Se fossi un uomo non ti lascerei solo, vorrei fare una casa per te nel paese del mio cuore, verrei dall'altra parte del mondo qui per te, e avrei un'anima profonda come un fiume...


La scelta della nonviolenza


Jean Goss, un nonviolento francese, traccia  una definizione in cui mi ritrovo: si può servire la nonviolenza in due modi: alla maniera dei perfetti, cioè, guardate me e imparate (e questo non sono io) o a quella dei poveretti, degli straccioni: amo profondamente la nonviolenza e la tradisco ogni giorno in questo, questo e quest'altro modo.
Sento mia questa forza, unita ad una fragilità umana, mi affascina mettere quel che posso della mia vita, del mio tempo e delle mie capacità per cambiare il mondo nella direzione di un modo di vivere più fraterno e, nello stesso tempo, so che il nemico non è esterno, è dentro me.
Nella mia vita insieme ad altri organizzo interventi nonviolenti in area di conflitto, tentiamo di proteggere senza armi persone minacciate per la loro scelta di pace in Palestina, Colombia, Libano-Siria e sostenere chi vuole riconciliarsi in Albania.
Questa scelta in me risale a quando avevo 18 anni, ho letto un libro di Martin Luther King e sono stato colpito dalla possibilità di una vita così densa di solidarietà e significato, così intessuta nella lotta di un popolo, fino a dare anche la vita.

Di che cosa mi occupo ora

Dall'estate del 2013 abbiamo cominciato a frequentare i campi profughi siriani in Libano, per alcuni mesi abbiamo vissuto in tenda con loro. Ora stiamo tentando di aprire una presenza stabile nel nord del libano e, insieme ad altri, mi occupo di questo: come vivere tra loro e come dar loro occasione di far sentire la loro voce, nel frastuono delle armi e delle uccisioni.
Ci sembra che sia importante far sentire a queste persone disumanizzate dalla violenza della guerra che non le lasciamo sole, e dirlo non a parole ma con i fatti, vivendo tra loro.

Cosa hanno visto i miei occhi

Nord del Libano, profughi scappati dalla guerra in Siria: un occhio, quello realista, vede milioni di persone costrette a lasciare il proprio Paese, casa, lavoro, affetti, vede disperazione, mancanza di futuro, vede  l'assenza del mondo, o il disinteresse verso queste persone, uguali a noi, ma con un futuro difficilissimo. L'altro occhio, quello che a volte riesce a vedere quello che ancora non c'è, vede una possibilità di voler bene, di essere me stesso quindi anche lì, vede che non è tardi per consolare, per fare un pezzetto di strada insieme a loro che non sono tenuti in conto finché non si decidono a fare violenza su qualcuno. Vede che la mia salvezza, parlo di questo mondo e di questa vita, è legata forse alla loro, e che anche se pare strano, è molto umano e ti fa sentire a casa dividere una tenda con chi scappa dalla guerra.

Nonviolenza nel quotidiano

Ogni giorno, ogni relazione ci pone la scelta tra la nonviolenza, cioè mi interessa questa persona, al punto da mischiare la mia vita con la sua,  e l'indifferenza. Ogni persona ha qualcosa da insegnarmi e c'è chi dice che il segreto sia fare anche di un gesto che possiamo considerare scortese, offensivo o negativo nei nostri confronti, un grande favore, una possibilità di cambiamento verso un me stesso più umano. Se tu mi offendi, non mi consideri, mi colpisci in un punto di debolezza, posso reagire e cercare di colpirti a mia volta oppure posso chiedermi che cosa ho fatto, magari senza accorgermene, per farti dare il peggio di te, o posso addirittura accogliere il tuo invito, magari poco gentile, a cambiare, cioè parlo con la persona e non con il suo atteggiamento e definisco io se voglio essere ferito e ferire o se invece voglio diventare più me stesso.

Che cosa mi sta più a cuore in questo momento

Trovare il modo di vivere le capacità che ho e aiutare chi incontro a fiorire, a fare un passo nella direzione di essere più sé stesso. Mi sta a cuore essere un uomo vero e aiutare altri ad esserlo e, ad esempio, non essere indifferente rispetto alle guerre e alle ingiustizie del nostro mondo.

Non ti scoraggi? Chi ti aiuta a guardare oltre?

Mi scoraggio certamente, non voglio essere perfetto, voglio essere umano. Mi aiuta non essere solo, avere una voce piccola, dietro gli occhi, che mi dice di non credere al buio, di credere ad una possibilità di gioia, anche se improbabile.

Chi sono

Sono un essere umano, tutto mi sembra nuovo, mi sembra di dover capire ancora le cose più importanti; sono attirato dall'amore, dalla gioia; come lavoro sogno cambiamenti nonviolenti in mezzo alle guerre e cerco di farli diventare reali; ho una grossa guerra interiore che fatico a pacificare; mi ritengo molto amato, ho nostalgia di un Paese in cui non sono mai stato, in cui siamo davvero tutti fratelli. Sono una persona come te.

Sottocategorie

Questo spazio è dedicato ad alcune Tesi di Laurea elaborate nel corso degli anni da persone che hanno conosciuto e/o collaborato (in forme diverse) con Operazione Colomba.
Si tratta di Tesi discusse in diversi Atenei italiani in differenti Corsi di Laurea.
Riteniamo opportuno dare uno spazio a queste ricerche che contribuiscono a dare spessore scientifico alle tematiche care a Operazione Colomba e a tenere viva la riflessione su di esse.

Si fa presente comunque che i contenuti degli elaborati, e le tesi sostenute in essi, non necessariamente rispecchiano le posizioni di Operazione Colomba in merito agli argomenti trattati.