Che cosa abbiamo imparato dalla guerra in Ucraina:

  • Che gli imperi per mantenersi invadono, fanno le guerre e uccidono, ed è il momento che finiscano.
  • Che la guerra vuole uccidere centinaia di migliaia di giovani al fronte e di civili nelle città, e rendere difficile la vita di più persone possibili. E farci pensare che di fronte a questo siamo tutti impotenti.
  • Che se cresci in una cultura di guerra prima o poi la guerra arriverà.
  • Che se i civili non intervengono attivamente nelle guerre diventeranno vittime.
  • Che protestare perché la guerra è brutta non ha più senso, mentre la solidarietà si, cioè rendersi solidali al destino altrui. Occorre accorciare lo spazio tra il dire le cose (la guerra non si deve fare) e il fare (fermare concretamente la guerra).
  • Che non ci sono azioni neutrali: riscaldarsi, spostarsi, ecc. In ogni caso sosteniamo governi ingiusti, verso il proprio popolo e verso gli altri. Vanno cercate alternative e diminuiti i consumi.
  • Che non possiamo abituarci alla guerra e ai bombardamenti dei civili, alla costrizione di persone al freddo, alla sete e alla paura. La fine della guerra non arriverà da sola ed è responsabilità di tutti.
  • Che per riparare i danni fatti dalla violenza servono pazienza, attenzione, conoscenza approfondita delle persone e delle situazioni. Mentre per distruggere e uccidere non serve neppure conoscere chi stai uccidendo, basta obbedire a un ordine.
  • Che è sempre importante ricordarsi che la scelta della nonviolenza chiede un prezzo alto da pagare, siamo pronti a farlo?
  • Che se un’alternativa alla guerra non parte dalla vita con chi ne paga le conseguenze, chi subisce la violenza in prima persona, difficilmente sarà utile a fermare il conflitto.
  • Che c'è sempre, anche nei momenti più difficili, una possibilità di voler bene, di alleviare il dolore di chi subisce la guerra.
  • Che il momento è sempre ora, per agire.
  • Che per capire come fermare la guerra serve amore e creatività, dobbiamo pensare a qualcosa di nuovo, tenendo nel cuore le persone.

K

10 anni di guerra in Siria,
in cui abbiamo imparato che le dittature bisogna accettarle, perché chi ha chiesto libertà ha avuto guerra e morte.
10 anni di morti, bombardamenti sui civili, sugli ospedali e sulle scuole, di torture e di 10 milioni di persone senza casa né Paese, di silenzio e assenze di interventi dei nostri Paesi.
10 anni in cui una buona parte l’abbiamo passata nelle tende dei campi profughi in Libano, e questa è una cosa meravigliosa.
10 anni in cui con i Corridoi Umanitari abbiamo fatto arrivare in Europa migliaia di persone, alla faccia di questa politica assente e che non vede l’ora di riprendere a fare affari e vendere armi;anni di coraggio nell'accogliere da parte di famiglie, gruppi e associazioni locali.
10 anni in cui abbiamo forse capito che da questa guerra in poi ogni guerra sarà vicina ed avrà conseguenze fino a toccare le nostre vite.
10 anni in cui abbiamo capito che tocca a noi, che nessun altro aprirà spazi di umanità, di pace e di speranza se non lo faremo tu ed io.

K

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“Non riesco a respirare”, sono le sue ultime parole, dopo più di 5 minuti George Floyd, cittadino nero di Minneapolis, fermato per uso di denaro (20 dollari) falso. Schiacciato sotto il peso delle ginocchia di un poliziotto non ha più aria, il giorno dopo muore.
Attorno le persone urlano al poliziotto di fermarsi, che George non respira e perde sangue.
Dal giorno stesso “non riesco a respirare” è diventato l’urlo che risuona nelle manifestazioni delle principali città americane: la risposta sono repressione, arresti, coprifuoco, poi ancora saccheggi da parte di bande di criminali, il governo minaccia l’intervento dell’esercito contro la stessa popolazione americana.

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Davanti a noi, ad un tavolo di dialogo a Ginevra con le Nazioni Unite, un ragazzo, un attivista, in arabo, spiega al delegato perché è fondamentale che ci sia una dichiarazione ufficiale dell'ONU di denuncia delle deportazioni e arruolamenti forzati di siriani dal Libano alla Siria.
Quasi in lacrime spiega: se non lo farete, senza una vostra denuncia, le deportazioni continueranno e saranno accettate come qualcosa che si può fare, di lecito. E altri, in altre parti del mondo, lo faranno.
Una idea semplice giusta e comprensibile. Espressa come una supplica, una preghiera verso un dio, la comunità internazionale, che forse non esiste.

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Fattore Kappa

Non è guerra, parola ormai accettata, è una macchina di merda per far orfani, profughi e vedove. Ora punta Idlib, 4 milioni di persone, controllata da forze devote alla violenza jihadista.
Chi guida questa macchina non ha idea di quello che sta facendo, non pagheranno loro il costo inaccettabile ed inumano di questo amore per la violenza.
Di questa incapacità di trovare soluzioni umane.
Ci saranno nuovi deserti, nuovi milioni di profughi, nuova disperazione che si somma a quella che già c'è in libano (ci viviamo da anni in mezzo) insopportabile per chi la vive e accettabilissina per chi l'ha provocata.
Servirebbe coagulare una comunità mondiale che su valori semplici come non uccidere i civili sia d'accordo.

Sottocategorie

Questo spazio è dedicato ad alcune Tesi di Laurea elaborate nel corso degli anni da persone che hanno conosciuto e/o collaborato (in forme diverse) con Operazione Colomba.
Si tratta di Tesi discusse in diversi Atenei italiani in differenti Corsi di Laurea.
Riteniamo opportuno dare uno spazio a queste ricerche che contribuiscono a dare spessore scientifico alle tematiche care a Operazione Colomba e a tenere viva la riflessione su di esse.

Si fa presente comunque che i contenuti degli elaborati, e le tesi sostenute in essi, non necessariamente rispecchiano le posizioni di Operazione Colomba in merito agli argomenti trattati.