Ci svegliamo verso le 8.30 e dopo una rapida colazione io e Arianna decidiamo di  andare a sgranchirci le gambe facendo un rapida passeggiata nei dintorni del centro.
Sono solo le 9 del mattino ma il sole scalda i nostri corpi ancora intorpiditi.
Ci scambiamo qualche parola ma camminiamo in silenzio.
Osservo quello che mi circonda: un benzinaio, un mendicante fuori da un supermercato, alti alberi ai bordi delle strade che creano una piacevole ombra.
Arriviamo ad un parco, in lontananza giochi per bambini sono separati da noi da un complesso sistema di trincee.
L’erba, che a maggio cresce alta velocemente, mi inganna e nasconde ciò che forse non avrei voluto vedere: un parco cittadino trasformato in un campo di guerra.
Seguo Arianna e mi infilo in stretti cunicoli scavati nel terreno, sento brividi percorrermi tutto il corpo.
Erano pronti a tutto quando il fronte era solo ad una decina di kilometri da qui: a combattere per difendere anche solo un isolato della loro città.
Il mio corpo non capisce, non accetta.
Risaliamo in superficie.
Un bambino scende sorridendo dallo scivolo.

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Sono arrivato in Ucraina a Mykolaiv esattamente 2 settimane fa.
Ricordo che appena arrivato da un lungo viaggio di circa 15 ore, desideravo buttarmi su un divano o un letto per riposarmi un po’ e recuperare le energie.
Invece appena entrato nel centro che mi avrebbe ospitato per un mese, mi hanno chiesto di dare una mano per la distribuzione di beni di prima necessità.
Là fuori, una lunga fila di persone anziane, donne con bambini, giovani e alcune persone con disabilità, aspettavano pazientemente.
Dopo neanche un’ora di distribuzione, sento suonare per la prima volta nella mia vita la sirena antiaerea. Immediatamente mi irrigidisco e cerco di capire cosa bisogna fare in questi casi, Carla, una volontaria che è venuta per vari periodi qui a Mykolaiv con Operazione Colomba, mi spiega che le scale per il rifugio sono esattamente dietro di noi e che la distribuzione solitamente continua poiché dopo diversi minuti dovrebbe cessare l'allarme grazie alla contraerea rinforzata che (si spera) faccia il suo lavoro neutralizzando il razzo in volo.
In ogni caso è bene tenere d’occhio il rifugio più vicino e non abbassare mai la guardia.
Dopo questo episodio, durante le poche uscite che ho fatto per la città con gli altri volontari e soprattutto con i ragazzi e le ragazze di Mykolaiv, ho una sensazione strana.

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La guerra distrugge, distrugge... città, case, famiglie, il Paese, la salute, l’infanzia, il futuro, la speranza...
È un dolore che scorre dentro ed ha radici troppo profonde e non si sa se sarà mai possibile sradicarlo.
È quando sei costantemente stressato, quando non ricordi come vivere senza sedativi.
È quando senti le esplosioni e pensi cosa faresti se fossi sotto le macerie.
È quando leggi le notizie e ti senti in colpa di essere tu quello vivo quando qualcuno è morto...
È quando stai annegando in lacrime di disperazione, quando ti senti ancora più solo, quando provi a ridere per non provare pena per chi ti sta intorno.
È quando ti rendi conto che non hai più niente, e piangi di nuovo guardando le foto della tua vita passata, rimanendo solo con questo dolore.

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Il cielo è di un azzurro illegale, ha deciso di rompere il grigio monotono che si spaccia per cartolina dell’Ucraina del sud. Cobalto e prati infiniti, fossero coltivati a grano sembrerebbe di correre direttamente sulla bandiera nazionale proprio dove i due colori si toccano, come la strada qui che era la linea del fronte sei mesi fa, oro contro blu, le buche lasciate dai razzi rattoppate alla meglio. Invece ora il colore della metà inferiore è un marrone quasi nero puntinato di verde, in attesa di tempi propizi per il raccolto. Per essere in giro per il “granaio d’Europa” di coltivazioni manco l’ombra; i frutti della guerra sono pochi, grigi e tristi e fanno capolino qua e là, altri, molti, sono invisibili, seminati due dita sotto la terra nera e feconda.

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Arianna, Corrado e io, oggi accompagniamo due pastori della comunità di Mykolaiv a Kherson dove terranno una celebrazione con il gruppo locale di fedeli, nel teatro del centro culturale.
Sarebbe la domenica di Pasqua ma, grazie al fatto che indosso un giubbotto antiproiettile da 15kg, la cerimonia prende rapidamente le sembianze di una via crucis.
Gli spallacci hanno la piacevole caratteristica di segare le spalle sia stando in piedi che seduti; le placche protettive, rigidissime, impediscono la flessione del tronco, per cui si è costretti a starsene impalati in una posa rigida e innaturale e io, che amo stravaccarmi, non ho muscoli allenati per reggere a lungo una posizione simile. La placca frontale si comporta come un rottweiler sdraiato sul petto, è maledettamente difficile respirare e, se si prova a fare un bel respiro profondo, a metà strada ci si deve arrendere e tocca occuparsi d’altro.
Alle 11.00, puntualissimo, l’esercito russo augura una buona Pasqua ai cittadini di Kherson con il primo colpo di artiglieria e, siccome il sermone del pastore prosegue come nulla fosse, mi farebbe piacere fare qualche bel respiro profondo per rallentare il battito cardiaco, ma il rottweiler nascosto nel giubbotto me lo impedisce. Alla decima esplosione smetto di contarle e stabilisco che, se nessuno si preoccupa, posso evitare di farlo anche io.
I can ear the fireworks-
up & down, up & down-
up & down the San Francisco Bay.

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