Mykolaïv dista 140 km da Odessa, circa due ore e mezzo di autobus.
Per strada ci sono 4 posti di blocco militari e all’ultimo, quello più grande prima di entrare in città, ci fermano e ci fanno scende dal mezzo.
I soldati sono visibilmente agitati, non deve essere usuale vedere degli stranieri che vogliono entrare in città.
Tante domande e controlli, per poi farci passare solo dopo aver parlato al telefono con M., l’amico che ci aspetta a Mykolaïv.
Una volta arrivati ci spiegherà che l’esercito ha paura delle spie, e che, pochi giorni prima, un cittadino europeo che era entrato aveva poi dato delle informazioni su edifici da colpire ai russi.
M. aveva personalmente arrestato un cittadino russo che faceva domande e fotografava edifici, che sono subito dopo stati colpiti dai razzi.
“Mykolaïv è Ucraina”, si legge nei cartelloni propagandistici per le strade della città e si ascolta nello slogan registrato dal sindaco che passa spesso in radio.
Una frase banale che risuona quasi come una rivendicazione, quando la minaccia di occupazione delle truppe nemiche è costantemente alle porte.
A primo impatto sembra una città quasi deserta, ed in parte lo è.

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(Illustrazione grafica di Carlos)

Alcuni giorni fa gli amici di UEP ci hanno spiegato che nella tradizione Ucraina c’è una piccola bambola, si chiama “Motanka”, che ogni famiglia tiene in casa perché protegge dal male.

Ce ne hanno regalate alcune dicendoci: Siete voi la nostra protezione con quello che avete fatto. Girate questa “medaglia” ad ognuno dei partecipanti della carovana #StopThewarNow, tenetela stretta e siatene fieri!

In tanti mi chiedono come sia essere tornato a casa, non ci sono parole semplici per rispondere.
L’effetto più importante penso sia percepire il silenzio, a cui non si è abituati, un silenzio talmente pieno da sembrare rumoroso.
Il non portarsi dietro la sensazione delle sirene, che in tanti, troppi, bambini, famiglie, anziani, ancora continuano a sentire, unita al suono delle esplosioni.
Poter vivere la giornata interamente senza spezzarla, lasciare andare il senso di allerta, quel campanello di attenzione che tieni in un angolo dentro testa e cuore, e che non si spegne mai davvero.
Perché è un campanello che vorrebbe proteggerti.

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Olena solleva lo sguardo dal ferro da stiro con aria tesa:
“È la sirena?”
Mi guardo intorno,
esco nel cortile e sto in ascolto,
operai che lavorano,
automobili che suonano nel traffico,
tutto sembra scorrere.

“No”, è la mia risposta: “Non mi sembra”.

Olena si lascia leggermente andare,
gli occhi lucidi:
“Credo di stare impazzendo, faccio fatica a dormire, la mia vita è stata difficile in passato,
ma non avrei mai pensato di vivere una situazione del genere”.

“Oramai quando sento la sirena mi siedo e prego, questo è ciò di cui c’è bisogno,
di guarire dalla malattia del potere e del denaro,
che ha infettato la mente della persona che ha scatenato tutto questo”.

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Siamo arrivati a Leopoli da qualche settimana, dopo l'inizio della guerra.
Siamo ospiti in un centro di accoglienza per profughi, nella periferia della città.
Andando quasi tutti i giorni in stazione, abbiamo visto migliaia e migliaia, decine di migliaia di persone che scappano dai territori in guerra; come se la guerra avesse dichiarato “proprio” questo territorio togliendolo ai civili.
Perché abbiamo pensato questa marcia?
Proprio per dire che invece i civili riaffermano il fatto che nessuno ha il diritto di fare la guerra! Anche se sembra una prospettiva così lontana, in questo momento in cui il mondo è gestito da persone che si arrogano il diritto di decidere della vita di altri; di decidere di chi i sono i territori; di decidere se uno deve vivere o morire; di mandare a morire migliaia di giovani per niente.
Ecco, in questa situazione, dopo che c’è stato un dietro front di un gruppo di politici del Parlamento italiano, abbiamo proposto a chi volesse, alle associazioni italiane e alla società civile, di fare una carovana, una marcia.
Centinaia di persone hanno aderito e verranno qui sabato 2 e domenica 3 aprile a portare aiuti, a portare solidarietà e a portare in Italia persone.
Così come la guerra uccide, la solidarietà si prende cura delle persone.

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