Mykolaïv dista 140 km da Odessa, circa due ore e mezzo di autobus.
Per strada ci sono 4 posti di blocco militari e all’ultimo, quello più grande prima di entrare in città, ci fermano e ci fanno scende dal mezzo.
I soldati sono visibilmente agitati, non deve essere usuale vedere degli stranieri che vogliono entrare in città.
Tante domande e controlli, per poi farci passare solo dopo aver parlato al telefono con M., l’amico che ci aspetta a Mykolaïv.
Una volta arrivati ci spiegherà che l’esercito ha paura delle spie, e che, pochi giorni prima, un cittadino europeo che era entrato aveva poi dato delle informazioni su edifici da colpire ai russi.
M. aveva personalmente arrestato un cittadino russo che faceva domande e fotografava edifici, che sono subito dopo stati colpiti dai razzi.
“Mykolaïv è Ucraina”, si legge nei cartelloni propagandistici per le strade della città e si ascolta nello slogan registrato dal sindaco che passa spesso in radio.
Una frase banale che risuona quasi come una rivendicazione, quando la minaccia di occupazione delle truppe nemiche è costantemente alle porte.
A primo impatto sembra una città quasi deserta, ed in parte lo è.


Olena solleva lo sguardo dal ferro da stiro con aria tesa:


