Sorrisi reciproci e un pezzo di torta, così inizia il nostro incontro di oggi con Andrej, un volontario della Caritas locale che nonostante si sia preparato per fare altro nella sua vita, ha deciso di aiutare la sua gente dall’inizio della guerra.
Siamo andati a incontrarlo non tanto per ribadirgli che siamo qui per loro ma CON loro.
Volontari di una città sotto attacco che da ormai troppo mesi si ritrovano a lavorare no-stop per aiutare i civili in tutti i modi in cui possono, dal distribuire un po’ di cibo, al consegnare indumenti pesanti per il timoroso inverno che sta arrivando.
Ad un certo punto, durante la conversazione, lui rimane felicemente colpito dal fatto che abbiamo imparato un po’ di parole in Ucraino e in Russo; con il permesso di fargli delle domande un po’ più personali, gli chiediamo come mai la maggior parte delle persone in queste zone del Paese continuino a parlare russo.
“Il russo è la mia lingua madre. Sono nato ad Odessa ma i miei nonni hanno origine russe, come “tante” persone in Ucraina. Dallo scoppio del conflitto nel 2014 abbiamo iniziato ad utilizzare maggiormente la lingua ucraina che è stata scelta come unica lingua ufficiale nelle scuole”.
Continua dicendoci che non è possibile avere un cambiamento così immediato tra le due lingue, che nonostante siano simili non sono affatto uguali, ma che dall’inizio del conflitto avvenuto nel 2014 fino ai giorni nostri molte persone, in particolare nelle regioni occidentali, hanno iniziato a distaccarsi dalla Russia e cominciato a parlare in lingua Ucraina.

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Ce l’hanno presentata come “Babushka Vera” ed anche per noi è diventata immediatamente “nonna Vera”.
Una gracile anziana di Mykolaïv, magra magra, con i capelli bianchi.
Era la prima persona che salutavamo quando ci svegliavamo e l’ultima quando andavamo a letto.
Perché Vera, come noi, dormiva nel rifugio seminterrato.
Aveva deciso di non andare via nonostante la guerra, perché quella città era anche casa sua.
Così, ogni sera verso le sei, veniva in rifugio.
Forse perché trovandosi e trovandoci insieme, le bombe che cadevano di notte facevano meno paura.
O forse perché, nonostante la grande paura, non era da sola.
Aveva delle consumate ciabatte verdi di plastica che lasciava ogni giorno sotto il suo letto/divano.
Chissà se sono ancora là.
Vera ci voleva bene!
Ci sorrideva, sempre contenta di vederci, ci abbracciava e la sera chiacchierava e scherzava con noi.
Una volta che il figlio è venuto a farle visita, l’abbiamo vista seduta in disparte in giardino con la sua nipotina.
Chissà di cosa le stava parlando.

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Ispirato alle persone incontrate in Ucraina e a Bob Dylan...

Dove sei stato, figlio mio, anima mia ?
E dove sei stato, mio caro amato?
Sono stato nel paese della rossa kalina,
Ho camminato nei campi gialli e sotto cieli azzurri
Sono stato in una terra rapita dalla guerra
Sono stato in un paese sommerso di paura
E sono stato in un posto che implora una colomba

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Mykolaïv, Ucraina, è domenica sera, sono le 8, ma il cielo è ancora chiaro, un temporale appena passato ha reso l’aria fresca e nitida.
Come ogni dopo-cena esco dal cancello della comunità che ci ospita e giro l’angolo.
È il mio momento personale per "riprendere fiato": togliermi un attimo da una ricca e densa quotidianità di relazioni, fumarmi una sigaretta, guardare le ultime chat sullo smartphone, sentire come stanno a casa.
Ed è proprio durante una telefonata che succede.
Non so neanche come definirlo, uno scoppio, un boato, qualcosa di fortissimo, mai sentito prima! Capisco all'istante di cosa si tratta, anche se le sirene questa volta non hanno suonato.
Ho il cuore in gola, mi alzo di scatto e accelerando il passo vado verso il cancello.
Un altro boato.
Incontro la faccia familiare e preoccupata di Ale "Bombardano! Dentro, dentro!".
E mentre scendiamo le scale per entrare nel rifugio, un altro ancora, il terzo.
Questa volta i razzi sono arrivati molto, ma molto vicini.
Siamo dentro.

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Mykolaïv dista 140 km da Odessa, circa due ore e mezzo di autobus.
Per strada ci sono 4 posti di blocco militari e all’ultimo, quello più grande prima di entrare in città, ci fermano e ci fanno scende dal mezzo.
I soldati sono visibilmente agitati, non deve essere usuale vedere degli stranieri che vogliono entrare in città.
Tante domande e controlli, per poi farci passare solo dopo aver parlato al telefono con M., l’amico che ci aspetta a Mykolaïv.
Una volta arrivati ci spiegherà che l’esercito ha paura delle spie, e che, pochi giorni prima, un cittadino europeo che era entrato aveva poi dato delle informazioni su edifici da colpire ai russi.
M. aveva personalmente arrestato un cittadino russo che faceva domande e fotografava edifici, che sono subito dopo stati colpiti dai razzi.
“Mykolaïv è Ucraina”, si legge nei cartelloni propagandistici per le strade della città e si ascolta nello slogan registrato dal sindaco che passa spesso in radio.
Una frase banale che risuona quasi come una rivendicazione, quando la minaccia di occupazione delle truppe nemiche è costantemente alle porte.
A primo impatto sembra una città quasi deserta, ed in parte lo è.

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