La carovana raggiunge trafelata, e in ritardo sulla tabella di marcia, il quartiere della città dove deve avvenire la distribuzione di pacchi di aiuti alimentari per la popolazione.
Il programma prevede che tutti insieme, noi e i 120 rappresentati di varie Associazioni unite sotto la sigla #Stop The War Now, si canti qualche canzone per intrattenere la folla sperando di portare un pochino di sollievo anche umano a questa comunità.
Siccome sono “saggio” mi sono fatto dare un passaggio dal pulmino in cui viaggia anche il nostro band-leader che, per inciso, sembra Tom Fogerty e che, insieme a K, suonerà  la chitarra guidando il coro mal messo e improvvisato di carovanieri.
Nel mio immaginario musicale, ho in mente tutta una serie di canzoni mitiche contro la guerra, da Bob Dylan ai Pink Floyd, passando per gli U2 e i Creedence Clearwater Revival di cui Tom era appunto un valente membro.
Nutro fantasie musicali estreme che si spingono fino ad una serie di meravigliose ballate irlandesi tradizionali dal chiaro significato pacifista, pur rendendomi conto che nel raggio di mille chilometri non c'è nessun altro a cui freghi niente della musica irlandese.
Scendiamo dai pulmini e, al centro del tipico parco giochi in tubi innocenti tra casermoni grigi, dove una folla piuttosto consistente ci sta aspettando, si approntano le chitarre, un leggio soffiato al pastore della comunità e un amplificatore.
M., deputato del consiglio comunale e grande regista della giornata, e che soprattutto si è fatto un mazzo di tipo biblico per aiutare la sua città a riprendersi dai bombardamenti, si avvicina a K e a Tom e fa presente che ci si aspetta che suonino “Felicità” di Al Bano.

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Centinaia di anziani, madri e bambini in fila al freddo ad aspettare il proprio turno per ricevere un sacchetto con all’interno alimenti basici per sfamarsi per qualche giorno.
È da mesi ormai che inizia così la giornata di migliaia di persone in queste zone del Paese.
Oggi sto aiutando la comunità a fare i pacchetti e non ci si ferma un secondo per stare al passo con tutte le persone che sono fuori in attesa.
Dopo svariate ore, le persone iniziano a diminuire e noi riprendiamo un po’ di fiato; finalmente riesco a conversare un po’ con i vari collaboratori, in particolare con P., con cui rimango fino alla fine della giornata per organizzare e sistemare i diversi pacchi che serviranno per l’indomani.
Dopo varie domande personali per conoscerci un po’ meglio, gli pongo alcuni quesiti sul conflitto, ma a differenza della persona che ho incontrato settimane fa, lui mi da risposte più incalzanti e sentite.
P. è un ragazzo di 30 anni, è sposato e ha avuto da poco un bambino.
“Cosa pensi di tutta questa situazione?”.
“Allo scoppio della guerra mio figlio aveva circa 1 mese, secondo te come ci si può sentire a scappare in un rifugio buio e umido con la moglie e in braccio un neonato?”.
È arrabbiato ma anche afflitto, si percepisce dalle sue espressioni corporali e facciali.
“Prima lavoravo al consolato polacco qui in città, avevo un lavoro che mi piaceva ed io e la mia compagna eravamo felici essendo appena arrivato il piccolo. Da un giorno all’altro, a causa di un’unica persona megalomane e fuori di testa, ci siamo ritrovati senza lavoro e con R. da crescere in questa situazione. Mi sembra assurdo vivere tutto questo nel 2022”.
E’ veramente frustrato e stanco per tutti questi mesi passati dall’inizio della guerra.

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Afferro la scatola, mi giro e la passo, afferro la scatola, mi giro e la passo, afferro la scatola, mi giro e la passo.
Dopo aver quasi riempito del tutto il pulmino con 500 scatole di cibo, mi viene chiesto di aiutare a caricare le ultime cose, 2 generatori di corrente.
C’è spazio solamente per il guidatore e nella fila subito dietro di lui.
Chiedo ad O. quale è la destinazione di oggi.
“Shyroke, volete venire? Arrivati lì servirebbe una mano a consegnare tutti questi aiuti ai cittadini rimasti”.
Io e Matteo saliamo per primi, D. e S. ci seguono ed infine O. che si siede al volante; ora il pulmino è completamente pieno.
Dopo un’ora di viaggio ci fermiamo in un villaggio per aspettare la guida che ci porterà all’interno della città.
Questo villaggio è composto da pochissime case, alcune file di binari e un mini market.
Scendendo dal pulmino sotto la pioggia, oltre a sprofondare nel fango, ci rendiamo conto di essere circondati da militari che spuntano da ogni direzione.
“Queste persone fanno parte di 3 battaglioni diversi che hanno combattuto per la liberazione di Cherson e che adesso sono qui ad aspettare un treno che li porti all’Inferno”.

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"Ia ni panemaio, italianski. Inglish?" è quello che sbiascico quando qualcuno in giro mi rivolge la parola.
Più o meno in russo vuole dire "non capisco, sò italiano".
E davvero non capisco.

Sono alla mia terza esperienza qui in Ucraina. Ho partecipato a due carovane di #stopthewarnow, ad aprile a Leopoli e a giugno a Odessa.
Una schiera di pulmini, carichi di cibo, medicine, generi di prima necessità.
5gg di corsa, andata e ritorno.

Ogni volta, al ritorno, cercavo di stare connesso a questo conflitto, come un assetato avevo sete di informazioni.
Volevo capire, io che della guerra non ho capito niente.
Continuando a non capire niente, sentivo progressivamente sempre più il bisogno di muovermi attivamente, di fare "qualcosa".
In prima persona.

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