Situazione attuale

Ad ottobre ha fatto molto discutere il primo trasferimento di persone giunte in Italia al CPR in Albania. Per le 12 persone arrivate al centro di Gjader, però, il tribunale di Roma non ha convalidato i decreti di trattenimento, ritenendo Egitto e Bangladesh, Paesi d’origine delle persone trasferite, non sicuri e disponendo l’immediato rientro in Italia.

Anche i volontari e le volontarie hanno seguito la vicenda, nell’ottica di tenere monitorati tutti i Paesi percorsi dalla rotta balcanica e in generale le questioni che riguardano le persone in movimento verso l’Unione Europea e nei paesi dell’Unione Europea.

La vicenda ha fatto emergere tutti i problemi che numerose Associazioni italiane e internazionali avevano già espresso, sia di carattere legale che, soprattutto, di violazione dei Diritti Umani. La detenzione nei CPR in Albania, con l’obiettivo di rimpatriare le persone che non dovessero avere Diritto alla protezione, violerebbe il divieto di respingimento previsto dalla Convezione di Ginevra (nel caso venissero rimpatriate).

Per quanto riguarda il territorio greco, il Ministro per la Migrazione e l’Asilo ha dichiarato che gli sbarchi sulle isole sono notevolmente aumentati.

In particolare sono giunti diversi pescherecci dalla Libia sulle coste di Rodi e Creta, isole sulle quali non ci sono campi come sulle altre isole e dalle quali, quindi, le persone in movimento devono essere immediatamente trasferite in centri della Grecia continentale.

Anche l’ONG Aegean Boat Report conferma che gli arrivi sulle coste greche ad ottobre sono aumentati del 26% rispetto allo stesso mese del 2023: 6.594 sono le persone in movimento che hanno raggiunto la Grecia via mare questo mese.

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Situazione attuale

Nel mese di settembre, ad Atene, la condizione delle persone in movimento è stata segnata da episodi di violenza e abuso di potere da parte delle forze dell'ordine, suscitando forti proteste.

Il caso di Muhammad Kamran Ashiq, immigrato pakistano di 37 anni, trovato morto nella stazione di polizia di Agios Panteleimon, ha sollevato un’ondata di indignazione. Il Ministro della Polizia, Michalis Chrysohoidis, ha dichiarato che l'indagine sarà supervisionata dall’Ufficio del Difensore Civico greco "affinché non restino ombre sul caso".

Tuttavia, accade spesso che le indagini disciplinari contro la polizia non portino a conseguenze concrete. La stazione di Agios Panteleimon è già stata al centro di polemiche in passato per i legami con il partito neonazista Alba Dorata, responsabile di attacchi contro migranti nella zona. La famiglia di Ashiq e il gruppo attivista KEERFA denunciano che l'uomo sia stato vittima di torture in cinque diverse stazioni di polizia, con evidenti segni di abusi sul corpo.

A peggiorare ulteriormente il clima, pochi giorni dopo è stato ritrovato, impiccato nella stazione di polizia di Omonia, Mia Harizul, un immigrato del Bangladesh.

Anche questo tragico episodio ha sollevato forti preoccupazioni sull'abuso di potere e la mancanza di tutele per le persone in movimento ad Atene, evidenziando come la violenza e la repressione stiano diventando misure sistematiche.

Oltre ai gravi episodi di violenza sulla terraferma, persistono i respingimenti in mare, che sottolineano i pericoli costanti affrontati dalle persone in movimento nel tentativo di raggiungere l'Europa. Il 30 settembre, al largo dell'isola greca di Samos, un'imbarcazione con almeno 30 migranti è affondata vicino alle coste rocciose di Agios Isidoros.

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Situazione attuale

Ad agosto Atene ed il campo di Ritsona sembrano svuotarsi, con molte persone che si spostano nelle isole per temporanee opportunità di lavoro, e molte altre che partono per la rotta balcanica. Anche le poche organizzazioni che offrono servizi di tipo assistenziale all’interno del campo sospendono le proprie attività; la gran parte degli uffici pubblici, delle organizzazioni e degli studi legali chiudono, e le interviste per la richiesta di protezione internazionale vengono posticipate, con rallentamenti nelle procedure d’asilo. A Ritsona manca il personale amministrativo, mentre la clinica medica è stata chiusa per problemi nel pagamento del personale sanitario, lasciando i residenti del campo privi anche di un medico di base.
In questo clima di vuoto e sospensione, non si ferma la macchina dello sfruttamento lavorativo delle persone in movimento, specialmente per le persone prive di documenti, per coloro che sono in attesa di una risposta alla domanda di asilo e per coloro a cui è stato negato lo status di rifugiato. Da gennaio 2020 i richiedenti asilo devono aspettare sei mesi dall’apertura della domanda di protezione internazionale prima di vedersi riconosciuto il diritto al lavoro, che dovrebbe essere garantito ai rifugiati; in questo lasso di tempo hanno accesso soltanto al lavoro nero e informale. Il mercato del lavoro regolare resta comunque difficilmente accessibile per rifugiati e richiedenti asilo a causa di barriere linguistiche, difficoltà a vedersi riconosciute le proprie qualifiche, segregazione spaziale e sociale, discriminazioni e razzismo strutturale.
Durante la procedura d’asilo i richiedenti protezione internazionale rimangono all’interno dei campi profughi per diversi mesi, se non anni. L’assistenza fornita dallo Stato non garantisce una vita dignitosa all’interno dei campi, costringendo le persone in movimento ad accettare lavori sottopagati e non regolari; anche l’isolamento dei campi rispetto ai centri abitati rende inaccessibile gran parte del lavoro. I settori principali in cui trovano lavoro i richiedenti asilo sono quello agricolo, nei campi coltivati, nelle industrie o nelle pulizie; durante i mesi estivi, come luglio e agosto, molti trovano lavoro anche negli hotel e nei locali turistici sulle isole. Soprattutto le donne in movimento, e tra loro le madri, sono ad alto rischio di sfruttamento nell’economia informale in quanto si assumono le responsabilità della cura dei figli, da conciliare con le sfide della ricerca di un lavoro, ed hanno spesso un livello di istruzione e formazione inferiore.

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Durante il mese di agosto i volontari e le volontarie hanno continuato a recarsi presso il campo di Ritsona, ma è stato necessario adeguare gli orari delle visite al clima e agli orari di lavoro dei residenti del campo, spesso impegnati per tutta la mattina nella raccolta o fino a sera nella pulizia delle strade. Le persone che tornano dal lavoro raccontano di come, nonostante molte persone abbiano lasciato il campo, le condizioni di vita rimangano estremamente difficili ed il livello di violenze molto alto.

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Situazione attuale

Durante le ultime settimane è diminuito sensibilmente il numero di residenti all’interno del campo di Ritsona in quanto la stagione estiva offre diverse opportunità lavorative in agricoltura e nel turismo. Molte persone inoltre hanno lasciato il campo per viaggiare lungo la rotta balcanica, sperando di raggiungere altri Paesi dove poter ricevere una forma di protezione.
A luglio, infatti, in Grecia sono aumentati i casi di persone che hanno ricevuto il rigetto alla domanda d’asilo. Nelle ultime settimane si è osservato che le interviste vengono svolte direttamente presso i campi e non più presso gli uffici del Ministero della migrazione e asilo, e in modalità remota, come nei campi nel nord.
In generale, con l’aumento delle temperature le condizioni di vita all’interno dei campi in Grecia diventano sempre più difficili, in particolare sulle isole.
Rispetto agli arrivi via mare, particolarmente grave risulta la situazione sull’isola di Rodi: molte associazioni hanno ricevuto segnalazioni da persone che sono arrivate tramite sbarco sull’isola e che al loro arrivo non hanno ricevuto alcun tipo di aiuto da parte delle autorità competenti. Sono centinaia le persone, compresi anziani e bambini, che dormono per le strade di Rodi senza alcun tipo di supporto.
Ad Atene, in generale, è molto grave la marginalizzazione e la difficoltà di accesso ai servizi sociali per le persone straniere. L’assenza di mediatori culturali e linguistici all’interno di uffici pubblici volti alla tutela dei cittadini (ospedali, centri antiviolenza, servizi sociali) preclude l’accesso a servizi di protezione ed aiuto aumentando la vulnerabilità e l’esposizione a forme di violenza di genere ed abusi, in particolare per donne sole e bambini.

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I volontari e le volontarie hanno svolto, durante il mese di luglio, un viaggio di monitoraggio a Lesbo. A seguito di un confronto con gli attivisti presenti sull’isola, è emerso che nel campo di Mavrovouni, a Mytilene, le persone che ricevono lo status di rifugiato non hanno più diritto a ricevere cibo ed acqua, all’interno del campo, a partire dal giorno successivo del riconoscimento della protezione internazionale.

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Situazione attuale

Continuano a verificarsi gravi episodi di violenza all’interno del campo di Ritsona. Alcuni residenti ci hanno riferito che un giovane richiedente asilo curdo è stato ucciso a seguito di una rissa. Sono stati accusati di omicidio due persone somale. Le tempistiche di intervento da parte dei sanitari e delle forze dell’ordine durante questo episodio restano poco chiare e probabilmente tardive. Ciò conferma la totale inadeguatezza di un sistema di accoglienza di natura securitaria che tuttavia non offre alcuna forma di tutela verso i residenti, ma solo esposizione a forme di violenza e limitazione della libertà personale e di movimento. Il divieto di accesso alle ONG che potrebbero offrire all’interno del campo forme di presa in carico psicosociale, supporto alle gravi vulnerabilità ed osservazione e denuncia di dinamiche di microcriminalità interna, equivale ad esporre tutti i residenti ad abusi, aggressioni e violazioni. La totale assenza di servizi di cura e ascolto e di un sistema di sorveglianza mirato all’incolumità delle persone e non al loro controllo, favorisce l’emersione di dinamiche aggressive ed abusi interni. Particolarmente gravi sono le ripercussioni psicologiche sui minori del campo, che sono costretti a crescere in condizioni non sicure e ad assistere a continui episodi di violenza.
Parallelamente, il sistema sanitario pubblico greco continua a mostrarsi fallace rispetto all’assistenza dei richiedenti asilo, sia all’interno del campo che negli ospedali pubblici. Il personale sanitario presente a Ritsona non eroga farmaci di base, effettua visite solo su orario di ufficio senza servizi di guardia medica notturna e non può garantire un’adeguata attenzione a patologie gravi essendoci solo un medico di base. Negli ospedali pubblici si osserva sovente l’assenza di un servizio di mediazione linguistica, unitamente ad episodi di discriminazione e razzismo nei confronti di pazienti di origine straniera che vedono violato il proprio diritto alla salute, con casi di malasanità che provocano la cronicizzazione delle patologia e, nei casi più gravi, anche il decesso.

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