Villaggio di Az Zawiya – Checkpoint agricoli

Abu Sameer esce di casa, avvolto dall’oscurità si incammina per le viuzze della sua città.
Man mano che procede, si affiancano a lui altri concittadini.
Sono le 5 della mattina, la città è ancora silente. Solo i lavoratori procedono in quella che è una routine di saluti, sbadigli, attese, imprecazioni, ingiustizie, solidarietà.
Un cammino tra città e boscaglia per arrivare al gate, quella stretta porta di ferro che gli permette di andare dall’ “altra parte”.
C’è già gente radunata, in attesa. Lavoratori, operai per la maggior parte.
Ma ci sono anche molti contadini, come Abu Sameer, a cui quella recinzione impedisce di prendersi cura della propria terra liberamente.
L’orario di apertura del gate è alle 6. Ma dipende un po’ dal volere dei soldati. A volte ritardano qualche minuto, a volte ore. Intanto i lavoratori attendono, d’inverno sotto una pioggia scrosciante.
Arriva la jeep militare. Scendono due soldati e si posizionano a destra e a sinistra del gate.

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Villaggio di Az Zawiya - Espropriazione della terra

“Talla (guarda)! Vedi quelle rovine laggiù?” chiede Amir.
“Lì sono nato e cresciuto. Tutta quella terra è della mia famiglia”.
Il vento soffia forte quasi a restituire la fierezza di quelle parole.
Amir guarda dalla collina quella terra, ora così lontana da lui. Una jeep militare pattuglia la strada aldilà della recinzione con il filo spinato. Si sentono voci in ebraico, e macchinari in funzione provenire dalla cava.
Amir si lascia sfuggire la sua solita risata contagiosa.
“Da bambino mi avvicinavo sempre alla cava per giocare”.
Torna il silenzio. Amir non può più tornare su quella terra.
Ora lì spuntano i palazzoni grigi delle prime città israeliane e poco più in là, Tel Aviv.
Un muro di protezione, per alcuni, da un mondo considerato ostile che ci si rifiuta di vedere e conoscere; per altri, una gabbia che si fa pian piano più stretta e opprimente.
Oggi il muro separa e divide una terra che prima si estendeva libera fino al mare.
Il muro si impone con veemenza, seguendo una linea volutamente non regolare. Delinea spazi, non solo fisici, ma mentali.
Un "fuori" e un "dentro" in cui è facile perdersi.

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