Villaggio di Az Zawiya – Checkpoint agricoli
Abu Sameer esce di casa, avvolto dall’oscurità si incammina per le viuzze della sua città.
Man mano che procede, si affiancano a lui altri concittadini.
Sono le 5 della mattina, la città è ancora silente. Solo i lavoratori procedono in quella che è una routine di saluti, sbadigli, attese, imprecazioni, ingiustizie, solidarietà.
Un cammino tra città e boscaglia per arrivare al gate, quella stretta porta di ferro che gli permette di andare dall’ “altra parte”.
C’è già gente radunata, in attesa. Lavoratori, operai per la maggior parte.
Ma ci sono anche molti contadini, come Abu Sameer, a cui quella recinzione impedisce di prendersi cura della propria terra liberamente.
L’orario di apertura del gate è alle 6. Ma dipende un po’ dal volere dei soldati. A volte ritardano qualche minuto, a volte ore. Intanto i lavoratori attendono, d’inverno sotto una pioggia scrosciante.
Arriva la jeep militare. Scendono due soldati e si posizionano a destra e a sinistra del gate.






