Colline a Sud di Hebron - Demolizioni

È un giorno come gli altri. Colazione attorno al fuoco e poi via di corsa zainetto in spalla. Aissa è scattante come sempre. E come ogni mattina, la sua parlantina tiene compagnia agli altri bambini nel percorso verso scuola.
Suona la campanella. Aissa si unisce in classe ai suoi compagni. Sorride al maestro, penna alla mano già pronto a seguire la lezione. Le gambe penzolano da una sedia troppo alta per la sua piccola statura e faticano a rimanere ferme.
Terminate le lezioni, Aissa corre verso casa pregustando già la libertà pomeridiana.
Ma lo spettacolo che lo accoglie quel giorno è diverso dal solito.
I suoi occhi sorridenti in un attimo lasciano spazio ad uno sguardo perso, confuso. Si lascia cadere lo zaino dalle spalle.
La sua casa non c’è più. Al suo posto, un cumulo di macerie.
Il bambino si china tra i detriti ed inizia a raccogliere quei pochi giocattoli che riesce ancora a trovare integri.

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Wadi Auja - Accesso alla terra

Nonostante la bufera che sembra si stia per abbattere, Mariam imperterrita prende il gregge e affida i suoi quattro marmocchi alla figlia più grandicella.
Sente proprio il bisogno di una boccata d’aria in mezzo a quelle urla di bambini moccolosi e scalzi.
Si incammina per Wadi ‘Auja con la sua bambina di pochi mesi in braccio.
Ha un sorriso meraviglioso.
Arriva nella valle dove i pastori dell’area sono soliti pascolare.
Neanche un chilometro più in là si estende Omar Farm, l’avamposto illegale da dove provengono i guai.
Il cielo sorprendentemente si schiarisce.
Arrivano altri pastori, si radunano per bere un tè.
Poi ecco che qualcosa guasta l’atmosfera bucolica.
Arrivano i soldati.
Le donne si guardano, quasi per farsi forza a vicenda mentre i soldati smontano dalla jeep.

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Villaggio di Az Zawiya – Checkpoint agricoli

Abu Sameer esce di casa, avvolto dall’oscurità si incammina per le viuzze della sua città.
Man mano che procede, si affiancano a lui altri concittadini.
Sono le 5 della mattina, la città è ancora silente. Solo i lavoratori procedono in quella che è una routine di saluti, sbadigli, attese, imprecazioni, ingiustizie, solidarietà.
Un cammino tra città e boscaglia per arrivare al gate, quella stretta porta di ferro che gli permette di andare dall’ “altra parte”.
C’è già gente radunata, in attesa. Lavoratori, operai per la maggior parte.
Ma ci sono anche molti contadini, come Abu Sameer, a cui quella recinzione impedisce di prendersi cura della propria terra liberamente.
L’orario di apertura del gate è alle 6. Ma dipende un po’ dal volere dei soldati. A volte ritardano qualche minuto, a volte ore. Intanto i lavoratori attendono, d’inverno sotto una pioggia scrosciante.
Arriva la jeep militare. Scendono due soldati e si posizionano a destra e a sinistra del gate.

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Villaggio di Az Zawiya - Espropriazione della terra

“Talla (guarda)! Vedi quelle rovine laggiù?” chiede Amir.
“Lì sono nato e cresciuto. Tutta quella terra è della mia famiglia”.
Il vento soffia forte quasi a restituire la fierezza di quelle parole.
Amir guarda dalla collina quella terra, ora così lontana da lui. Una jeep militare pattuglia la strada aldilà della recinzione con il filo spinato. Si sentono voci in ebraico, e macchinari in funzione provenire dalla cava.
Amir si lascia sfuggire la sua solita risata contagiosa.
“Da bambino mi avvicinavo sempre alla cava per giocare”.
Torna il silenzio. Amir non può più tornare su quella terra.
Ora lì spuntano i palazzoni grigi delle prime città israeliane e poco più in là, Tel Aviv.
Un muro di protezione, per alcuni, da un mondo considerato ostile che ci si rifiuta di vedere e conoscere; per altri, una gabbia che si fa pian piano più stretta e opprimente.
Oggi il muro separa e divide una terra che prima si estendeva libera fino al mare.
Il muro si impone con veemenza, seguendo una linea volutamente non regolare. Delinea spazi, non solo fisici, ma mentali.
Un "fuori" e un "dentro" in cui è facile perdersi.

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