At-Tuwani – Minorenni palestinesi nelle carceri israeliane

“Correte al Sumud Freedom Garden, ci sono i soldati!”, ci aveva urlato un ragazzino.
Troviamo Hafez, suo fratello e suo figlio Amoudi con qualche soldato. La situazione sembra tranquilla, quando arrivano altre camionette dell’esercito. Il comandante inizia a fare domande ad Amoudi, in maniera insistente e scortese. Un soldato si avvicina minaccioso ai ragazzini, sta palesemente cercando la provocazione. Non facciamo in tempo a scambiarci due parole tra volontarie, che due soldati prendono per il braccio Hafez e lo trascinano via. Le sue figlie cominciano ad urlare.
La situazione degenera in una frazione di secondo, ci giriamo di scatto nel sentire altre urla: le mani di due soldati sono sul collo di Amoudi come tenaglie. Ci si serra la gola nel vedere il piccolo Hussem che corre dietro la jeep che sfreccia via con suo padre, ammanettato e bendato, all’interno. Arrabbiate, fermiamo un soldato che gli corre incontro e lo afferra per un braccio quasi torcendoglielo. A volte è difficile ricordarsi che c’è un uomo sotto quella divisa.
Tutto si conclude con la stessa rapidità con cui la situazione si era aggravata. Ci guardiamo attorno smarrite.

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Khan Al Ahmar - Piano E1

Hussem osserva la vita che lo circonda: c’è chi parla vivacemente, chi gioca a carte, chi balla, chi sorseggia il tè, chi parla di fronte a una telecamera rispondendo a giornalisti e inviati televisivi.
C’è un continuo via vai di persone giorno e notte per non lasciare mai scoperto il presidio che ha preso vita all’ingresso del villaggio, proprio accanto alla “Scuola di Gomme”, che dalla sua costruzione è diventata il simbolo di Khan al Ahmar.
Ormai è sera e la giornata è trascorsa tranquilla: niente bulldozers, niente polizia, niente esercito, niente arresti. Forse le IDF (Forze Armate Israeliane) hanno deciso di concedere un giorno di tregua per permettere a Khan al Ahmar di leccarsi le ferite dopo la giornata di ieri, o forse avevano altro da fare.
Hussem si alza dalla sedia tutto dolorante. Si sposta sotto la luce artificiale di un faro e si alza la maglietta. Il livido sul fianco destro si sta allargando, sta diventando violaceo e decisamente più doloroso, tanto che ormai è diventato faticoso alzare il braccio destro.

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Umm Al Khair -   Vicini pericolosi

Si sente un tonfo nel cuore della notte.
Poi un altro.
Un altro ancora.
Qualche bambino inizia a piangere. Ci svegliamo di soprassalto. Uno ad uno gli adulti si precipitano fuori dall’uscio, si guardano ancora assonnati.
Nel frattempo, i colpi si fanno sempre più forti, le pietre lanciate più grosse e raggiungono le prime case e gli ovili. Il villaggio è ormai sveglio, terrorizzato e stremato da notti insonni per via di questi continui attacchi. Alle 2 esatte iniziano a piovere pietre dalla vicina colonia. Da settimane.
La gente corre verso la tenda degli internazionali, posta proprio vicino alla recinzione che separa il villaggio palestinese dalla colonia. Con i volti esausti corrono alla ricerca di una risposta. Qualcuno urla di chiamare la polizia. Una pietra per poco non colpisce in pieno un anziano signore. Proviamo di nuovo a sporgerci dalla tenda per individuare il colono, ma ci ritiriamo subito quando un sasso viene scagliato proprio vicino a noi.
I colpi si fermano per un attimo.

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Sarura - Sumud Freedom Camp

Hammoudi esce dalla grotta e guarda il panorama intorno a lui: il tramonto dipinge le colline di un colore violaceo, il vento soffia delicato diffondendo il profumo del narghilè.
Sembra un momento magico se non fosse per l’avamposto israeliano che con arroganza rompe l’armonia di quel panorama. Si trova in linea d’aria proprio davanti a Sarura, come se volesse rendere impossibile alle comunità palestinesi dell’area dimenticare di vivere sotto occupazione.
Lo sguardo di Hammoudi si sposta sulla grotta accanto e sul quel che rimane del bagno costruito appena più in là dopo che i bulldozers israeliani lo hanno demolito.
È la terza volta che lo rimettono insieme.
Nei prossimi giorni lo sistemeranno, e probabilmente fra pochi giorni, settimane o mesi, i bulldozers torneranno.

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Ein Rashash – Aree vietate ai palestinesi

Bilal, seduto accanto a suo figlio, osserva il gregge pascolare.
È ormai pomeriggio quando riconosce il rumore della jeep dell’esercito che si spegne.
Quasi contemporaneamente due coloni con il loro gregge scendono dal pendio dell’avamposto di Malachei Ha Shalom, appena sopra di loro.
Coloni e militari si fanno un cenno di saluto.
Le greggi si disperdono e iniziano a pascolare.
Tre militari si avvicinano a Bilal.
Uno dei tre chiede di mostrare il permesso per pascolare su quella terra: quella è un’area di addestramento militare il cui accesso è vietato senza autorizzazione.
Bilal un tempo  aveva provato a chiedere l’autorizzazione ma gli era sempre stata negata.
Già era assurdo dover chiedere un permesso per accedere alla propria terra, ancora più assurdo che questo permesso non fosse rilasciato per “ragioni di sicurezza”.

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