THIS MUST BE THE PLACE
Campagna per l’abolizione della “Firing Zone 918” nelle South Hebron Hills

Cisgiordania (Territori Palestinesi Occupati) - Nelle colline a sud di Hebron esiste un'area denominata Masafer Yatta. Quest'area comprende 12 villaggi in cui vivono circa 1000 palestinesi: Tuba, al-Mufaqarah, Isfey, Maghayir al Abeed, al-Majaz, at-Tabban, al-Fakheit, Halaweh, Mirkez, Jinba, Kharoubeh e Sarura. Secondo gli accordi di Oslo, questa zona è considerata 'area C', ovvero è sotto il controllo civile e militare israeliano. All'inizio degli anni '70 Israele ha dichiarato questo territorio come 'zona militare chiusa', denominandola 'Firing zone 918'.
Nel 1999 l'esercito israeliano, insieme ad alcuni ufficiali dell'amministrazione civile, ha espulso i residenti dei dodici villaggi, i quali hanno fatto ricorso presso l'Alta Corte di Giustizia israeliana. La Corte, con un provvedimento temporaneo, ha accolto il ricorso permettendo ai palestinesi di tornare nelle loro case e vietando all'esercito di espellerli nuovamente fino a che la corte stessa non si fosse espressa definitivamente in merito. Nonostante ciò, da allora la vita delle comunità palestinesi nell'area è peggiorata notevolmente, sia a causa della distruzione di proprietà private avvenuta durante l'evacuazione, sia per la continua espansione degli insediamenti e le violenze dei coloni che vi abitano. In questi anni poi, l'esercito e l'amministrazione civile israeliana hanno continuato a consegnare ai residenti ordini di demolizione e di arresto dei lavori, impedendo di fatto di costruire nuove abitazioni o di ristrutturare quelle già esistenti.

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Gerusalemme – Città negata

Sumaya riguardava il percorso da fare, dopo aver passato il checkpoint. In circa 15 minuti sarebbe arrivata all’ambasciata americana e avrebbe potuto richiedere il visto per gli Stati Uniti. Un taxi la aspettava fuori dal checkpoint, tutto era stato studiato nel dettaglio. Aveva ricevuto un permesso di 3 ore per entrare a Gerusalemme, non un minuto più. Doveva farcela.
Alle 9 doveva essere al checkpoint 300 a Betlemme. Era partita da casa sua, al Sud, tre ore prima, con un largo anticipo. Come previsto, diversi controlli israeliani l’avevano trattenuta, e invece di mezz’ora aveva impiegato quasi due ore per arrivare, ma finalmente Sumaya stava passando i controlli. Osservava gli ufficiali israeliani guardare il suo permesso, esaminarlo approfonditamente. Dietro di loro, un orologio scandiva inesorabile i minuti: tempo che non avrebbe potuto usare a Gerusalemme.

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Prigione di Ofer - Detenzione amministrativa

Era stata una giornata come le altre per Ghassan. Niente in particolare era successo, se quella che lui chiamava normalità poteva realmente essere definita tale. Alcuni coloni avevano lanciato pietre contro le case del villaggio, spaventando i bambini che giocavano fuori dalla porta, e successivamente alle macchine palestinesi che percorrevano la Bypass Road, la strada israeliana che collega tutte le colonie dell’area.
Ghassan aveva visto crescere, giorno dopo giorno, il numero di colonie e avamposti, li aveva documentati, aveva trascorso le sue giornate tra i campi vicino a Nablus, in quei piccoli villaggi che durante la raccolta delle olive diventano il centro della Palestina.
Era a casa coi suoi genitori a guardare la televisione, quando i soldati sono entrati. Non era la prima volta, nei suoi trent’anni Ghassan aveva vissuto quella scena già diverse di volte.

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At-Tuwani – Minorenni palestinesi nelle carceri israeliane

“Correte al Sumud Freedom Garden, ci sono i soldati!”, ci aveva urlato un ragazzino.
Troviamo Hafez, suo fratello e suo figlio Amoudi con qualche soldato. La situazione sembra tranquilla, quando arrivano altre camionette dell’esercito. Il comandante inizia a fare domande ad Amoudi, in maniera insistente e scortese. Un soldato si avvicina minaccioso ai ragazzini, sta palesemente cercando la provocazione. Non facciamo in tempo a scambiarci due parole tra volontarie, che due soldati prendono per il braccio Hafez e lo trascinano via. Le sue figlie cominciano ad urlare.
La situazione degenera in una frazione di secondo, ci giriamo di scatto nel sentire altre urla: le mani di due soldati sono sul collo di Amoudi come tenaglie. Ci si serra la gola nel vedere il piccolo Hussem che corre dietro la jeep che sfreccia via con suo padre, ammanettato e bendato, all’interno. Arrabbiate, fermiamo un soldato che gli corre incontro e lo afferra per un braccio quasi torcendoglielo. A volte è difficile ricordarsi che c’è un uomo sotto quella divisa.
Tutto si conclude con la stessa rapidità con cui la situazione si era aggravata. Ci guardiamo attorno smarrite.

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Khan Al Ahmar - Piano E1

Hussem osserva la vita che lo circonda: c’è chi parla vivacemente, chi gioca a carte, chi balla, chi sorseggia il tè, chi parla di fronte a una telecamera rispondendo a giornalisti e inviati televisivi.
C’è un continuo via vai di persone giorno e notte per non lasciare mai scoperto il presidio che ha preso vita all’ingresso del villaggio, proprio accanto alla “Scuola di Gomme”, che dalla sua costruzione è diventata il simbolo di Khan al Ahmar.
Ormai è sera e la giornata è trascorsa tranquilla: niente bulldozers, niente polizia, niente esercito, niente arresti. Forse le IDF (Forze Armate Israeliane) hanno deciso di concedere un giorno di tregua per permettere a Khan al Ahmar di leccarsi le ferite dopo la giornata di ieri, o forse avevano altro da fare.
Hussem si alza dalla sedia tutto dolorante. Si sposta sotto la luce artificiale di un faro e si alza la maglietta. Il livido sul fianco destro si sta allargando, sta diventando violaceo e decisamente più doloroso, tanto che ormai è diventato faticoso alzare il braccio destro.

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