Situazione attuale
A Gaza la guerra prosegue senza interruzioni: a fine mese la popolazione sfollata era di 1.8 milioni di persone, quasi tutte stipate a Rafah, confine sud, dove a fine mese l’aviazione israeliana ha bombardato.
Il totale delle vittime è salito a 27.478 persone, di cui almeno 11.500 bambini e 8.000 donne. I feriti sono più di 66.835, di cui almeno 8.863 bambini e 6.327 donne. Risultano disperse più di 8.000 persone. Ogni ora a Gaza in media 15 persone vengono uccise, di cui 6 bambini, 35 persone vengono ferite, 12 edifici vengono distrutti.
Nella West Bank (Cisgiordania) sono quotidiani i raid dell’esercito israeliano a Jenin e Nablus, con violenze anche a Ramallah ed Hebron. Dall’inizio del conflitto il bilancio è di almeno 382 morti, di cui almeno 100 minori, e di almeno 4.250 feriti.
Giovedì 11 gennaio si è svolta la prima udienza del processo portato avanti dal Sudafrica, che vede Israele imputato davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja con l’accusa di genocidio. Il 26 gennaio la Corte ha dato un primo responso sulle misure provvisorie richieste dall’accusa, chiedendo a Israele di mettere in atto misure preventive per evitare un genocidio e di riferire alla Corte entro un mese sull’operazione militare in atto. Ha sottolineato la grave emergenza umanitaria, ma non ha ordinato esplicitamente un cessate il fuoco, come richiesto dal Sudafrica.
I bombardamenti a Gaza sono continuati senza interruzioni. Per tutta la giornata del 26 gennaio i check-point di ingresso e uscita delle città della West Bank sono stati chiusi.
Israele ha ristretto ulteriormente la libertà di movimento nelle città della Cisgiordania, lasciando aperto un solo check-point per ogni città di zona A, con orari variabili.
Le principali strade per entrare e uscire da Yatta, vicino ad At-Tuwani, sono state distrutte dai bulldozer dei coloni; l’unica strada praticabile non è asfaltata e ha un check-point saltuario. Tutto ciò comporta un aumento sostanziale dei tempi per raggiungere ospedali e scuole e per rifornirsi dei beni primari.
Anche l’economia risente particolarmente della guerra e dello stato di assedio in Cisgiordania: gli stipendi sono stati ridotti dell’80%, chi lavorava in Israele è disoccupato, e i prezzi dei beni primari sono aumentati.






