Viaggio di rientro ad At Tuwani dopo un paio di giorni a Betlemme.
Ormai quello che ci aspetta non è più una sorpresa: un'ordinarietà cadenzata da accompagnamenti ai pastori e agli agricoltori della zona, momenti di vita quotidiana insieme e tante emergenze.
Coloni che fanno irruzione nei campi palestinesi, ordini di demolizione ad abitazioni e altre strutture, checkpoint dell'esercito che ostacolano gli impegni di ogni giorno: l'emergenza e l'imprevisto sono la quotidianità di queste terre.
Una quotidianità che ti assale dai primi momenti, dalle prime parole che ascolti e impari in arabo e che ti permettono di comunicare in molte delle situazioni che si presentano: "polizia", "esercito" e "colono".
Mi colpisce la rapidità con cui, rimanendo qua anche per pochi giorni, diventi facile normalizzare tutto ciò, rischiare di considerare la violazione di diritti umani una realtà scontata.
Mi riprometto che questo sarà il mio obiettivo nei prossimi giorni: non cadere in questo tranello, non chiudere gli occhi su quello che qui sta veramente accadendo.

Ieri è venuto a mancare Haj Suleiman, uomo, papà, attivista, "saggio anziano" del villaggio di Umm al Khair. Ci avevano detto che stava male, in condizioni critiche, dopo che un camion della polizia israeliana lo aveva investito e trascinato per metri. Di Haj Suleiman ci ha sempre colpito il suo essere sempre in prima linea durante le azioni in difesa della sua terra, del suo villaggio, delle persone. Lo abbiamo visto mettersi davanti ai soldati, alla polizia, ai bulldozers con il braccio alzato per essere il primo a difendere gli altri dalle violenze dell'occupazione, abbiamo sentito la sua voce che chiedeva rispetto, diritti e umanità. Incurante che sicuramente l'avrebbero malmenato e arrestato, era sempre pronto a pagarne di persona il prezzo. Oggi in quella "prima linea" lascia un vuoto. "Haj, ovunque sei, ovunque siamo, dacci la forza di riempire quel vuoto e continuare la lotta per la giustizia come facevi tu"!




