Caro Hammoudi,
Mentre ti scrivo i tuoi genitori stanno cercando per l’ennesima volta di fare il tuo bene.
Correndo a destra e a sinistra, devono trovare il sangue per curare, tramite trasfusione, la malattia che ti affligge da quando sei piccolo.
Hai visto la guerra su Idlib, il tuo distretto natale; hai udito i bombardamenti e sei stato spaventato dalle divise di uomini armati ai posti di blocco.
Tu, che nei primi anni della tua esistenza hai già dovuto soffrire così tanto.
Ti scrivo questa lettera perché per me è un modo di parlare al futuro che verrà, alla fine della guerra.
La Siria, il tuo Paese, da tempo non esiste più.
Non esiste più perlomeno come luogo di convivenza generale tra le comunità, di sicurezza sociale, di incontro e scambio tra fedi diverse.
Il tallone della dittatura militare e del fondamentalismo religioso ha schiacciato da tempo i fiori del dialogo, anche se i semi rimangono, a dispetto di tutto il resto.

chiedono aiuto, sguardi tristi ti urlano addosso la speranza rimasta: la affidano a noi. 



