Un sorriso brillante le illumina il volto mentre saltella in preda all'euforia da una parte all'altra della stanza, ora rincorrendo giocosamente una palla, ora fingendosi una maestra severa e noi alunni poco diligenti.
Come se questa stanza si trasformasse e potesse assumere qualsiasi forma nella sua fantasia da bambina.
Un corpicino esile, avvolto da un pigiama giallo acceso, cela in realtà un'energia e una vivacità inesauribili, che si mostrano in maniera particolare per l'emozione della nostra presenza.
Ad un tratto prende il mio quaderno, ci scherza, poi, con fare deciso, abbozza qualche disegno, un cuore, una ragazza, e il suo nome in arabo: “Liubaba Walid Al-Almadi”.
Liubaba è la più piccola della famiglia e della Siria non si ricorda un granché.

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“E i fiori mi mancavano mi mancavano
con quel loro sbirciare dal punto
d’oltretomba.”
(Mariangela Gualtieri,
Senza polvere senza peso)


Nel furgone Abu Suleyman siede davanti, in seconda fila segue il figlio, e poi ci siamo noi sparsi tra i sedili.
Parla poco, stiamo andando a trovare sua moglie, è un momento difficile.
Sua moglie è mancata qualche mese fa, in Libano, dove i siriani che fuggono dalla guerra raramente vengono accolti.
Abu Suleyman porta i segni della vita dura di chi vive in esilio e di una solitudine che gli è crollata addosso da qualche mese, lasciandolo inaspettatamente vedovo troppo presto.

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Ci sono giorni in cui la vita qui scorre quasi tranquilla, avanzando al ritmo della quotidianità. Sempre interrotto da emergenze varie ed eventuali, dalla gente che viene a chiederci le cose più varie e disparate.
La peculiarità del nostro progetto è proprio il vivere qui, il condividere le giornate e, per quanto possibile, le gioie ed i dolori.
Non abbiamo grandi risorse né grandi poteri, ma mettiamo un pezzettino della nostra esistenza in condivisione con quella di altre persone, sperando che questo riesca a fare un poco di differenza in un mondo così ingiusto da far pesare un passaporto come un macigno.
Vediamo ogni giorno le mille difficoltà in cui vivono i siriani, ci appare evidente e chiara la mancanza delle condizioni minime di dignità.

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Quando ti trovi a vivere in un campo profughi, e ci vivi nel senso che condividi con queste persone momenti di vita quotidiana, sguardi, sorrisi, bicchieri di tè, lacrime... ciò che ti entra più dentro sono inevitabilmente le loro storie.
Storie di persone come potrei essere io, come potresti essere tu, e di come la guerra ha stravolto le loro vite.
Storie mutilate, di fughe, notti insonni e braccia infreddolite.
Sono storie come quella di Abu H. e la sua famiglia che, fuggiti dalle bombe di Aleppo, come altre migliaia di siriani, si sono affidati al traffico di esseri umani per raggiungere il Libano, la “terra promessa”, dove hanno poi trovato solo sfruttamento e la fredda solitudine della strada.
Storie che nascondono una tristezza infinita, raccontate da labbra tremolanti, le quali portano ancora sulla pelle i segni e l'indelebile sapore della sofferenza.

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Caro dottor Nasser,
Questa volta mi hai preso davvero in contropiede.
Hai fatto tanta strada, dal conflitto in Siria, passando anni nel Libano dei campi profughi umilianti, per riuscire ad arrivare finalmente in Francia la scorsa estate, anche grazie al lavoro fatto insieme.
I corridoi umanitari avevano acceso una nuova speranza: a te che negli ultimi tempi avevi collezionato tanti dolori e perdite a causa della guerra e della violenza ad essa connessa: fine del tuo lavoro come veterinario, della tua casa, della vita di uno dei tuoi figli ad Al Qusayr, vostro villaggio di origine in Siria.
Hai patito sulla tua pelle la tortura nelle carceri del regime di Assad, ma nei tuoi occhi non ho mai scorto un vero rancore nei confronti dei carnefici, hai sempre cercato di impegnarti per la vita di coloro che ti circondavano.

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