Quando mio nonno, nato nel 1926 e vissuto in una valle bergamasca, decise di scrivere le sue memorie, lessi con grande curiosità di un mondo che mi sembrava lontano, immerso in un tempo a me sconosciuto, calato in un paesaggio nel frattempo mutato dall’intervento di tecnologie volte al progresso.
Nei suoi scritti, narra di un conflitto – la Seconda Guerra Mondiale – che scoppiò quando lui era ancora adolescente: racconta della solidarietà tra i contadini, soprattutto verso le famiglie più povere, dei soprusi che dovettero patire da parte di chi il potere – invece - ce l’aveva, della rassegnazione e della rabbia, ma anche delle strategie per non arrendersi davvero, non del tutto.
E della speranza in un futuro meno ingiusto, meno sanguinoso perché, in fondo, “c’era ancora qualcuno che pensava che fosse proibito ammazzare i civili”.
Eppure, anche dopo la pace, la violenza non scomparve completamente.
E quando nel Vecchio Continente si spensero i conflitti armati, iniziarono gli scontri di carattere economico, travestiti da progetti per lo sviluppo.
Quello stesso “sviluppo” che io, bambina, non ero in grado di mettere in discussione ma che, in un mondo globale, è diventato insostenibile perché le risorse del nostro pianeta Terra non sono inesauribili.


Lo sgomento in questi giorni per l’acuirsi della guerra in Ucraina ha invaso i cuori di molti di noi che si sono sentiti improvvisamente “vicini e coinvolti” in una guerra alle “porte di casa” ma che in realtà era iniziata nella primavera del 2014 e aveva causato già 13 mila vittime e 1,5 milioni di sfollati interni prima di questa recente recrudescenza, ma ben pochi se ne erano interessati.



