Intervento della delegazione APG23 alle Nazioni Unite durante il dialogo interattivo con il Meccanismo di esperti sul diritto dei popoli Indigeni sul tema "Leggi, politiche, decisioni giudiziarie e altre misure adottate dagli Stati per raggiungere gli obiettivi della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni".
Per vedere tutti gli interventi: https://webtv.un.org/en/asset/k18/k1849bhm3y

Intervento della delegazione APG23 alle Nazioni Unite alla tavola rotonda annuale dedicate ai Diritti dei popoli Indigeni dal tema "Leggi, politiche, decisioni giudiziarie e altre misure adottate dagli Stati per raggiungere gli obiettivi della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli Indigeni" durante la 57° sessione del Consiglio dei Diritti Umani.
Per vedere tutti gli interventi: https://webtv.un.org/en/asset/k19/k19m9xl7lf

di Giuseppe Santaguida
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Il Cile è un Paese di 18 milioni di abitanti. Al suo interno vivono 10 minoranze etniche ufficialmente riconosciute dalla Ley Indigena 19.253, ma non dalla Costituzione. Secondo un censimento del 2017, esse rappresentano circa il 12,8% della popolazione. Tra queste, la più numerosa è quella dei Mapuche. Il Wallmapu è il territorio ancestrale di questo popolo, che in passato comprendeva i territori della parte centrale del Cono Sur, attraverso gli attuali stati di Cile e Argentina: dal fiume Limarí, fino all’arcipelago di Chiloé, dalla Provincia di Buenos Aires fino alla Patagonia. Tuttora, in Cile questo territorio corrisponde alla cosiddetta “Macrozona Sur”, che comprende le regioni del Biobío, Araucania, Los Riós e Los Lagos. Questa macroregione è tradizionalmente segnata dal “conflitto mapuche”, un conflitto di lunga data che vede le comunità indigene contrapporsi quotidianamente agli interessi di molte aziende private e allo Stato cileno. Nella loro millenaria storia, i Mapuche hanno dovuto resistere a diversi tentativi di invasione. I primi furono gli Inca, che non riuscirono mai ad espandere il loro impero a sud del fiume Biobío. In seguito, gli Spagnoli cercarono di invadere i territori a sud in cerca di metalli preziosi. Anche in questo caso, i Mapuche opposero una fiera resistenza, tra le più eroiche mai attuate nelle Americhe, costringendo gli invasori europei a rivedere le loro pretese. Raggiunta la sua indipendenza, la Repubblica del Cile decise di mettere fine una volta per tutte alle aspirazioni di libertà di questo popolo, attraverso una campagna militare che verrà definita “Pacificazione dell’Araucania”.

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La luce del sole esplode tra gli alberi del bosco, si intrufola nei petali di “copihue” che nascono lentamente tra le sfumature di verde e infiammano i prati del campo di un rosso accesso. I raggi del giorno raggiungono il letto del fiume, in costante movimento e trasformazione, l’acqua brilla nel costante gioco di scivolare tra le lisce superfici delle pietre dormienti che costruiscono le autostrade dei torrenti. Ogni elemento si fonde l’uno con l’altro, seguendo accordi ancestrali di una convivenza che perdura nel tempo e accoglie gli spiriti e le energie della natura. Le strisce di bagliore, che scaldano e inondano di vita, entrano timidamente tra i rami intrecciati che costruiscono il tetto della ruka e rendono più visibili le traiettorie del fumo quasi nauseante, ricoprendo questo edificio tradizionale mapuche. Il fuoco al centro continua ad ardere imperterrito, dando l’impressione di bruciare da tempi lontani senza aver mai perso l’ossigeno che alimenta la sua vita. Il risultato di questo mistero è una continua cupola di fumo, si sparge in ogni angolo e impregna i tronchi che sorreggono la struttura tra le paglie e i rami, custodi dei confini di questo tempio antico. Il corpo lentamente si abitua a questa condizione, a fatica, mentre gli occhi piangono lacrime salate nel tentativo di lubrificarsi e resistere a questa foschia fumosa.

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La lotta per preservare l’identità mapuche nelle carceri cilene

L’uomo in divisa verde e nera è un agente della Gendarmeria de Chile. Apre la porta di ferro del carcere di Temuco con un mazzo di carte di identità in mano. Inizia a scandire i nomi di familiari e amici giunti a incontrare i detenuti. Sono le 13:40, l’orario delle visite è scoccato da poco e questo è solo il primo di una lunga serie di appelli. Ad avere la precedenza saranno quelli che hanno consegnato i documenti la mattina, prima delle 11:00. Tra questi fortunati ci dovremmo essere anche io e Jacopo, un altro volontario che è con me, ma i nostri passaporti stranieri sono stati messi in coda all’innumerevole serie di carte di identità nazionali. Dovremo aspettare le prossime due chiamate. Siamo qui per incontrare dei prigionieri di origine mapuche, lo scopo è raccogliere delle testimonianze e informarci sulla situazione carceraria, ma il tramite per farlo come osservatori dei diritti umani è troppo lungo, quindi i familiari ci hanno ceduto un po’ del loro tempo per poter fare la visita.

Mi guardo attorno: distinti sprazzi di umanità si stringono sul marciapiede, tra le mura del carcere e la strada. Una tettoia verde in metallo protegge dalla pioggia in inverno e dal sole in estate, ma non riesce ad ospitare tutti. Hanno le facce stanche e avvilite, i loro occhi riflettono i segni dell’attesa. Spesso le loro braccia conserte si sciolgono per rivolgere una domanda agli agenti, una lamentela, un insulto in cileno.

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