Sono atterrato a Valdivia a fine agosto, in un giorno di sole. Le persone che vivono qui da tempo mi hanno detto subito che è un evento raro per la stagione, dal momento che la città è famosa per la pioggia. La prima cosa che mi ha colpito guardando fuori dall’oblò dell’aereo è stato il verde intorno alla zona urbana. L’aeroporto dista circa mezz’ora dal centro, per raggiungere la città si percorre una strada che attraversa un’area rurale circondata da boschi e parti di foresta temperata, costeggiando il fiume e le zone umide.
Il mio arrivo è coinciso con un periodo dell’anno molto importante per il Cile. Pochi giorni dopo, infatti, sono ricorsi i 50 anni dal colpo di stato che l’11 settembre 1973 rovesciò il governo democraticamente eletto di Salvador Allende, dando inizio alla feroce dittatura del generale Augusto Pinochet.
Un mese è troppo poco per farsi un’idea del posto in cui si vive, ma leggendo le notizie e parlando con le persone incontrate in questi giorni, l’impressione che mi sono fatto è che, a 50 anni dal golpe, il Paese è ancora profondamente diviso. A Santiago la commemorazione delle vittime della dittatura è stata segnata da scontri e violenze. Pur se ben lontana dal fermento che ha segnato le strade della capitale, anche a Valdivia il giorno prima della commemorazione qualcuno ha manifestato il proprio dissenso lasciando dei sacchi di escrementi nella casa della memoria, ex centro di detenzione e tortura ai tempi della dittatura e oggi luogo di iniziative culturali e ritrovo per i familiari delle vittime. Un gesto teso ad allontanare la riconciliazione e minare la costruzione di una memoria condivisa.

Domenica scorsa tutti i cileni sono stati chiamati a votare per eleggere 50 persone che faranno parte dell’assemblea che dovrà verificare la nuova costituzione, che è già in gran parte scritta da un gruppo di circa 70 esperti. Il tempo per “lavorare” su questa nuova carta costituzionale sarà di sei mesi, dopodiché si tornerà alle urne per approvarla o rifiutarla.



