Oggi, giorno di “stacco” dal progetto (riposo), mi sono affacciata alla terrazza della nostra casa di Betlemme.
Verso le cinque la temperatura è perfetta, il sole scalda al punto giusto, il vento fresco percorre la valle, il rumore delle foglie della vite e degli ulivi del giardino di sotto accompagna i miei pensieri.
In una strada poco lontano dei bambini giocano un'improbabile partita di calcio su un campo improvvisato, con una pendenza con percentuali a due cifre.
Li guardo e mi godo questo frammento di normalità.
Bambini, rumorosi come tutti i bambini, che si sbucciano le ginocchia cadendo, come tutti i bambini, che litigano perché “no la regola non è così, lui bara” come tutti i bambini.
Mi viene da ripensare agli articoli che ho letto in questi giorni sui bombardamenti a Gaza.
Toni sensazionalistici, da una parte e dall'altra: “i terroristi”, “la resistenza”.
Penso anche alla descrizione dei palestinesi che a volte facciamo: gente che ci insegna tanto, testarda e determinata, dignitosa, resistente, saggia...
Le ferite che non guariscono nel Masafer Yatta
Traduzione dall'articolo originale pubblicato su +972 Magazine
di Ali Awad e Emily Glick* // Foto di Emily Glick
I palestinesi raccontano le storie che si celano dietro le cicatrici inflitte da coloni e soldati israeliani, la loro lotta per la sopravvivenza, il lutto, e il ri-apprendimento del proprio corpo di fronte a una violenza incessante.
“Ho perso la mia vita mentre sono ancora vivo. Bloccato nel mio letto, non sono in grado di guardare intorno me, né il mio villaggio né il mio futuro”.
Harun Abu Aram, 25 anni, vive in un letto d’ospedale improvvisato nel mezzo del deserto. Vive qui, con il suo corpo paralizzato da 572 giorni, da quando un soldato israeliano gli ha sparato un proiettile nel midollo spinale. La famiglia Abu Aram, che ha costruito la tenda dove oggi vive Harun, trascorre tutte le sue giornate lavorando per tenerlo in vita.
La pulizia etnica del Masafer Yatta, situata nelle Colline a Sud Hebron nella Cisgiordania occupata, si è velocizzata negli ultimi mesi. Dopo la sentenza del 4 maggio - che consente allo Stato di iniziare a trasferire forzatamente comunità palestinesi di otto villaggi della zona per far posto a un’area di addestramento militare - sono arrivati i bulldozer per radere al suolo decine di case.
L'esercito ha anche condotto un mese di addestramento con l’uso di armi, lo Stato ha aumentato il monitoraggio dei residenti e la targetizzazione degli attivisti nella regione. Gli otto villaggi situati all'interno della "Firing Zone 918" ospitano oltre 1.000 palestinesi che vivono in un continuo incubo di violenza.
Il 25 Aprile
Il 25 Aprile non può essere una data di commemorazione fine a sé stessa.
La Festa della Liberazione ci ricorda il dovere di continuare a rivendicare e a lottare per quei valori di giustizia e libertà per cui tanti hanno dato la vita.
Questo è un impegno “umano”, che non riguarda solo il nostro Paese.
Il 25 Aprile ci dovrebbe ricordare che la strada per un mondo di giustizia e di libertà è ancora lunga, tortuosa e non ammette indifferenza.
Che cosa vuol dire resistere al giorno d’oggi?
La risposta, molti di noi, l’hanno trovata in luoghi sperduti della Palestina.
C/S - Fadda: solidarietà a Relatrice Onu Francesca Albanese
«Esprimiamo solidarietà alla Relatrice Speciale Francesca Albanese. Le sanzioni statunitensi contro l'esperta indipendente costituiscono una grave minaccia all’indipendenza e imparzialità del mandato dei relatori speciali ONU. Le misure intraprese rappresentano l’ennesimo tentativo di delegittimare l’intero sistema di garanzia e di monitoraggio delle Nazioni Unite volte al rispetto dei diritti della persona e dei popoli. Ringraziamo la Relatrice per la costanza ed il coraggio nel descrivere in modo chiaro quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza e nel dare voce a quanti subiscono l’oppressione».
C/S Attivisti internazionali aggrediti da coloni israeliani a Tuba, Masafer Yatta
COMUNICATO STAMPA 14/03/23
Volontari della Papa Giovanni aggrediti in Palestina
Martedì 7 marzo alcuni volontari di Operazione Colomba, il Corpo di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, sono stati aggrediti da parte di coloni israeliani durante un’azione di monitoraggio dei diritti umani nei pressi del villaggio palestinese di Tuba, nell’area di Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania. Nel corso dell'aggressione un'attivista di nazionalità statunitense è stata colpita alla testa con un bastone riportando un trauma cranico con emorragia interna e la perforazione del timpano sinistro. Portata in ospedale è stata dimessa il giorno seguente. Ieri gli attivisti sono andati a sporgere denuncia presso la polizia israeliana.
«Eravamo vicino al villaggio di Tuba per monitorare che non ci fossero incidenti, in quanto con l'inizio della stagione pastorizia i coloni portano i greggi a pascolare nelle terre di proprietà palestinese. - racconta S. volontario italiano - Improvvisamente tre coloni, mascherati in volto, sono usciti dall'avamposto di Havat Ma'on - illegale anche per la legge israeliana - correndo con mazze di ferro verso di me e lanciandomi pietre. Mentre scappavo, un altro colono che stava pascolando lì vicino con una bimba ha raggiunto la mia collega, una donna sessantenne nord-americana, e l'ha colpita alla testa. Infine si sono allontanati».
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