I nostri 13 anni tra Libano e Siria

Carlo sta rientrando dalla Siria, è l'ultimo volontario di Operazione Colomba presente nell'area e prima di prendere il volo passa dal Libano. 
E' in Akkar, nel luogo in cui come Operazione Colomba siamo stati per circa 12 anni e da lì ci manda una foto: quella che vedete qui, sono solo pochi metri quadrati vuoti.
"La tenda non c'è più", ci scrive. 
In effetti è così: resta solo un rettangolo con una vecchia colata di cemento e polvere. Questo è il posto in cui le "colombe" hanno vissuto diversi anni al fianco di chi scappava dalla guerra in Siria. Non è uno spazio molto grande, ma è un terreno che ha visto tantissima vita, umanità, sentimenti ed emozioni.

Siamo partiti verso la Siria proprio all'inizio del conflitto.
Abbiamo iniziato con dei viaggi esplorativi, cercando di capire che margine ci fosse per stare a fianco delle vittime della guerra e quale potesse essere la parola di pace e nonviolenza da portare. Abbiamo capito presto che, soprattutto all'inizio, non c'erano molte parole da spendere; c'erano invece gesti e atti concreti di pace da vivere. Atti che prima di tutto erano di vicinanza e di accompagnamento. Gesti di affiancamento. Perché le persone, specialmente in estrema difficoltà, credono a quello che fai e a quello che sei, non a quello che dici.
E così ci siamo ritrovati in Libano per stare il più possibile insieme alle persone: non solo vicino, ma proprio in mezzo a loro, a vivere il più possibile come loro. Abbiamo iniziato in questo modo, mettendo una tenda proprio in mezzo a chi fuggiva dal terrore, in mezzo ai più poveri, tra i rifugiati. In uno dei tanti campi autocostruiti, in un Paese che negava la creazione di campi organizzati.
"Non è un posto dignitoso per voi", è una delle prime cose che ci hanno detto.
"Se ci vivete voi, possiamo farlo anche noi", abbiamo risposto.
Molti ci hanno dato dei pazzi, pochi ci hanno ammirato, nessun altro lo ha fatto.
La prima notte la nostra fragile tenda è stata spicchettata da una tempesta e si è riempita d'acqua. Siamo stati accolti in una delle loro. Forse il miglior modo per iniziare.

Quando ci chiedono chi sono le "colombe", cosa fanno concretamente i volontari e le volontarie, non è facile trovare le parole giuste. Le più belle le hanno trovate quelli che hanno vissuto con noi. Siamo stati "quelli che camminano", perché, a differenza di tutti gli altri attori internazionali sul posto, noi giravamo a piedi o sugli stessi service che usano i profughi e i libanesi. Ne abbiamo fatti di chilometri per andare a visitare le persone, fermandoci mille volte a salutare lungo la strada, ed altrettante accettando gli inviti improvvisati a sederci con loro a bere un tè o un caffè. 
Dopo qualche tempo di vita vissuta nella tenda i nostri vicini, per descriverci ai nuovi arrivati hanno detto di noi che eravamo "quelli che piangono e ridono con loro".
E lo abbiamo fatto tantissime volte, entrambe le cose, fino all'estremo.
Ci hanno anche spiegato come quelli che stavano con loro "quando faceva freddo e quando faceva caldo", perché nelle tende si arrostisce d'estate, mentre il freddo umido ti penetra d'inverno. E solo chi era stato con loro in quei momenti poteva capire cosa voleva dire vivere così.
Una delle donne anziane, un'autorità del campo, anni dopo ha scritto che "abbiamo soffiato sulle braci dei loro cuori", perché la loro umanità non si spegnesse. Per lei siamo stati "i suoi figli migliori".
Forse potrebbe suonare bene definirci "affiancanti": quelli che si mettono a fianco. Non al posto di qualcuno, non "sopra" a comandare né "sotto" a prendere ordini; non lontani e distanti, ma nemmeno fusi o in simbiosi. Proprio al lato di chi ha scelto la nonviolenza o di chi subisce ingiustizie e violenza.
Stiamo a fianco per tutto il tempo che riusciamo. 

Siamo stati affiancanti per 12 anni di chi fuggiva dal conflitto siriano, su quel fazzoletto di terra libanese che oggi è un vuoto di polvere. 

Il nostro modo di stare lì è cambiato molto nel tempo, così come sono cambiate le ingiustizie, le pressioni e le violenze nel tempo. All'inizio ci hanno chiesto di stare con loro perché avevano paura delle aggressioni che avvenivano in quel periodo, e la nostra presenza ha finalmente restituito loro il sonno.
Abbiamo cercato di fare da ponte tra questa grande comunità disperata e la realtà locale che si trovava ad accoglierla spesso impaurita e ostile, diventando occasione di incontro e promotori di fiducia reciproca.
Poi abbiamo iniziato gli accompagnamenti per i siriani che rischiavano la deportazione ai check-point, perché “irregolari” sul territorio: stavamo al loro fianco sui bus per non lasciarli soli ai controlli della polizia. 
Con il passare del tempo la nostra tenda è diventata tante cose: presidio di sicurezza contro i raid e gli attacchi notturni contro il campo profughi, spazio di gioco per i bambini, luogo di incontro per i più giovani privi di stimoli culturali e persino una sorta di hub sanitario.
Noi "colombe" siamo diventate espertissime di cliniche, punture e antibiotici, perché essere accompagnati da noi era spesso l'unico modo per farsi curare. Insieme abbiamo affrontato varie emergenze sanitarie, dal colera alla scabbia.
Siamo stati un punto di riferimento fondamentale per chi voleva capire quella realtà, dall'ONU, alle ONG ad importanti giornalisti italiani ed internazionali.

Quando abbiamo capito che stare a fianco significava anche farsi carico della mancanza di sicurezza e prospettive, abbiamo provato a creare slanci verso il futuro.
Ci siamo fatti portatori della loro voce e del loro grido di giustizia, portando con loro una ”Proposta di Pace per la Siria” al Parlamento Italiano, a quello Europeo, fino all'ONU, passando dal Papa e dal Dalai Lama. Il loro sogno è sempre stato di tornare a casa loro, in un luogo sicuro e smilitarizzato, a vivere in libertà.
Ma la pressione e la durezza della vita dei campi era insostenibile. Così sono nati e cresciuti i Corridoi Umanitari, per i quali siamo stati un fulcro fondamentale. Abbiamo dovuto imparare tantissimo: come stare accanto a chi partiva, ma anche a chi restava e a chi accoglieva in Italia. Perché incontrarsi e accettarsi è un lavoro duro, dove spesso la sola buona volontà non basta.
Molti di noi hanno veramente "adottato" delle famiglie. 

Eravamo lì anche quando in Libano è "scoppiata" la rivoluzione, e ci siamo chiesti come stare a fianco, restando in ascolto nelle piazze. 

Poi c'è stato il COVID, con il rientro forzato e sofferto in Italia: lì abbiamo imparato a esserci da lontano, seguendo la vita delle persone in Libano attraverso infiniti messaggi vocali e richieste improbabili, ad orari improbabili.
Appena possibile siamo ripartiti per un nuovo inizio, con una nuova tenda nello stesso campo. Durante la nostra assenza tutto ciò che era nostro era stato dato in dono a chi restava, e la nostra "casa" aveva preso una nuova vita.

Eravamo al fianco dei siriani e delle siriane quando è caduto il regime, increduli insieme a loro per ciò che stava accadendo. Sono stati loro per primi a chiederci di accompagnarli di nuovo nelle loro case e nel loro Paese. Ci abbiamo provato, e piano piano la nostra presenza si è spostata dal Libano alla Siria. Qualcuno ha trovato il coraggio di tornare sulle macerie solo perché c'eravamo noi: "Se non foste state con me, non sarei tornata".
Infine siamo riusciti a stabilirci in Siria, il che ha significato ricominciare da capo ancora una volta: fare da ponte tra comunità diverse e trasformare la nostra casa in uno spazio aperto di ascolto delle ferite e di incontro tra appartenenze reciprocamente sospettose.

Siamo arrivati durante la guerra; siamo stati a fianco del popolo siriano nelle tende durante i lunghi anni di esilio, nel rientro in Patria e nei primi tempi della ricostruzione. Ora ci fermiamo, almeno un po'.

La nostra tenda non c'è più e anche il campo profughi ormai è stato sgomberato. Ce ne andiamo guardando questo vuoto, ma anche il pieno delle case in costruzione in Siria e dei primi momenti comunitari vissuti insieme, finalmente sulla loro terra, tra cui un bellissimo iftar* interreligioso, organizzato proprio da noi insieme a loro. Il primo di tutta la nuova Siria. 

Guardando quella foto, quel pezzo di terra ormai vuoto, viene da chiedersi: cosa resta di tutti questi anni "a fianco"?
Si sono susseguite tante persone, sia tra le "colombe" sia nel campo profughi. Si sono dati il cambio tanti ragazzi e ragazze che cercavano se stessi nell'incontro con l'altro, che cercavano risposte al proprio bisogno di giustizia, che volevano cambiare il mondo, che cercavano speranza o che erano semplicemente curiosi. E si sono susseguite tante famiglie in cerca di un futuro e di una vita degna. Si sono sperimentati gli estremi delle vita, dalla violenza alla generosità più disarmante, come forse solo in questi contesti al limite possono venire fuori. Su quel fazzoletto di terra si sono incontrate tantissime anime, tutte in cerca di qualcosa di bello e di buono.

Di tutto ciò ci resta forse il tentativo umano — quindi limitato e imperfetto, ma estremamente concreto e vero — di non lasciare l'ultima parola al dolore e alla rabbia della guerra.
Perché alla fine, quando le ultime "colombe" hanno salutato le famiglie siriane, non bastavano né le parole, né gli occhi, né le braccia per tenere stretto tutto l'amore che ci ha attraversati in questi anni.

 Corra e Agne

*L' iftar è il momento di rottura festosa del digiuno alla sera durante il Ramadan. Prima della guerra in Siria spesso ci si scambiavano gli auguri tra cristiani e musulmani durante le feste religiose. Nessuna festa era stata più condivisa dal 2013.