Storie di nonviolenza

Libano/Siria
Da una intervista di Samantha Pegoraro per Vvox
(22 maggio 2015)


Come hai conosciuto Operazione Colomba?


Grazie al consiglio di un'amica ho cominciato a spulciare il sito www.operazionecolomba.it e ho deciso di iscrivermi alla formazione. Lì ho capito che era una realtà e un tipo di approccio ai conflitti che mi sembrava giusto per me e in con cui avevo voglia di mettermi alla prova, quindi ho dato la mia disponibilità a partire.

Cosa ti ha spinto (tra i vari progetti) alla scelta del Libano e per quanto sei rimasta?

Inizialmente volevo capirne un po' di più sul progetto Libano per una questione di lingua e cultura a cui mi sono sempre interessata, poi approfondendo meglio ho pensato che sarebbe stato stimolante partecipare a un progetto che è ancora in una fase iniziale, dove le strade possibili da percorrere sono diverse, e bisogna scegliere ogni giorno, non ci sono binari già stabiliti.
Sono stata in Libano due volte per due mesi, ma sto già per ripartire, e ho deciso di dedicare questo periodo della mia vita a questo progetto!

Di cosa ti sei occupata nello specifico? Qual era la tua “giornata tipo” come volontaria?


Io e gli altri volontari di Operazione Colomba viviamo in una tenda in un campo di profughi siriani a Tel Abbas, un villaggio nel nord del Libano, non distante dal confine con la Siria. Al campo condividiamo la vita quotidiana con queste persone che, per colpa di una guerra che loro non hanno scelto, sono stati costretti a lasciare il loro Paese, le loro case e i loro affetti per vivere in una situazione precaria e pericolosa, dove è molto facile dimenticarsi di essere umani e perdere la dignità. Noi stiamo con loro ogni giorno, per affrontare insieme i problemi della vita in tenda, ma anche per ricordargli sempre che ognuno di loro è una persona, importante per qualcuno e che ha diritto a sognare un futuro. La nostra presenza al campo inoltre vuole essere un ponte tra i profughi, che in Libano vivono ai margini della società, e la comunità locale. Lavoriamo per far arrivare le loro richieste di aiuto, ma anche le loro speranze e i loro sogni fuori dal campo, ai loro vicini libanesi, alle ONG che lavorano nella regione e a chi vive in zone più fortunate del mondo.
Purtroppo (o per fortuna!) non esiste una giornata tipo: cerchiamo di risolvere i piccoli problemi quotidiani che ci si presentano (trovare aiuti o medicine, interfacciarci con le ONG, segnalare casi particolarmente a rischio), visitiamo le persone che ce lo chiedono e che hanno bisogno di sostegno e affetto o anche solo di fare una risata insieme, manteniamo i contatti con la comunità libanese tramite visite alle famiglie e partecipazione agli eventi in parrocchia.

C’è un episodio in particolare che ti va di condividere?


Gli episodi importanti sono moltissimi, e purtroppo quasi sempre negativi. Mi vengono in mente i giorni duri di quest'inverno, quando faceva molto freddo, non ci si riusciva a scaldare e i bambini si ammalavano, anche gravemente, in continuazione. Oppure i raid dell'esercito e la paura di essere arrestati a un check point quando ci si sposta per cercare un lavoro o curarsi. O i mille racconti della guerra e della fuga e la nostalgia della vita in Siria.
Ma c'è un episodio che per me è importantissimo perché è una storia positiva: al nostro campo da qualche mese esiste una scuola per i bambini, costruita grazie alla volontà e la tenacia dei loro genitori. Ora stanno imparando a leggere e scrivere, ma soprattutto stanno capendo che nonostante le terribili condizioni di vita che affrontano ogni giorno, anche loro hanno diritto a un futuro.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?


Non è stata una semplice esperienza, è stato qualcosa che mi ha cambiata e che mi ha lasciato la voglia di impegnarmi sempre per quello che credo sia giusto, senza lasciarmi schiacciare dalle condizioni esterne, per quanto appaiano grandi e insormontabili, come può essere una guerra.

Se dovessi riassumere in una parola quello che hai esperito che parola useresti?


Userei certamente la parola condivisione: vivendo in tenda ogni giorno, per mesi, si arriva a condividere nel profondo la vita di queste persone, ad arrivare a comprendere molto di loro e di me stessa. Ho capito che siamo la stessa cosa, che tutti abbiamo gli stessi sogni e che è diritto di tutti realizzarli. I nostri diritti, se non sono per tutti sono solo privilegi. E grazie alla condivisione profonda della vita in tenda ho capito quanto sia importante e giusto impegnarsi perché non rimangano solo privilegi.

Maria