Libano/Siria
Dal palazzo in costruzione guardo l'orizzonte. E' il tramonto.
Da quassù guardo questo cielo, questi colori, sento l'aria fresca della sera e respiro il profumo della primavera; da quassù sembra tutto meraviglioso.
Poi abbasso lo sguardo e vedo le file di tende, con i loro teli bianchi, vedo la scuola di legno e i pali colorati del nuovo parco giochi.
Affiora l'immagine nitida di quel piccolo spazio pieno di bambini schiamazzanti che fanno a gara a chi sale prima sullo scivolo, che si siedono in due o tre sull'altalena.
Tra poco il muezzin comincerà a cantare.
Ripenso a tutto quello che ho vissuto in questo primo mese.
Ripenso ad A. che a tre anni, il giorno che il suo papà stava male, è salito in sella alla bicicletta ed è andato in giro per il campo a chiedere se qualcuno potesse fargli raccogliere patate o dargli un lavoro per aiutare la sua famiglia.
Penso all'ostinazione di M. che non sa nemmeno se il marito sia vivo o morto, che non ha sue notizie da più di due anni, ma continua a sperare di tornare in Siria un giorno e ritrovarlo...
Penso ad A. che l'altra sera mi ha regalato una maglietta, lei che non ha niente eccetto qualche pezzo di plastica e legno come casa.
Rivivo i giorni di tensione in cui nessuno sapeva come trovare i soldi per pagare l'affitto, e il morale di tutti era a terra; e poi l'ondata di entusiasmo dei giorni successivi quando una volta saldato il debito tutti gli adulti si sono messi a costruire il parco giochi per i loro figli.
Ripenso ai momenti spensierati in cui dopo aver mangiato tutti assieme, ci siamo messi a ballare al suono della chitarra; e alle serate che invece abbiamo passato assorti ascoltando le loro storie piene di nostalgia della Siria.
Ripenso alle lacrime che abbiamo condiviso quella sera guardandoci negli occhi, a quegli sguardi così intensi in cui ho visto tutto il dolore che provano, ma anche tutta la dolcezza. A quando guardandoci in silenzio ci siamo detti tutto quello che con il mio scarso arabo non riusciamo a dirci.
Penso alle volte in cui mi sono sentita inadeguata e ai momenti in cui invece ho sentito di non voler ne dover essere in nessun altro posto.
Penso a tutto quello che queste persone mi hanno dato, alla generosità che mi hanno insegnato, alla pazienza, alla forza e alla dignità che possiedono.
Ognuno di loro meriterebbe che la sua storia venisse raccontata. Ho l'impressione che dando un volto e una voce a queste persone che troppo spesso conosciamo solo come numeri, numeri scomodi per l'Italia e l'Europa, la gente possa iniziare a capire e sviluppare un'apertura e una sensibilità che purtroppo finora non c'è stata.
E mentre sono qui e pian piano sta scendendo il buio, sono travolta da un vortice di emozioni.
E nonostante tutto, sorrido.
M.





