Libano/Siria![]()
Una parte molto grande della popolazione delle tende, di questi profughi scappati dalla guerra lasciando tutto ciò che avevano, sono bambini. I piu' piccoli sono nati qui, non hanno mai vissuto in un posto diverso da una baracca di plastica e legno, mentre i piu' grandi si ricordano i luoghi che hanno lasciato, alcuni si ricordano anche la paura delle bombe, altri chiedono ai loro genitori perche' non si puo' tornare a casa.
Perche' non possono piu' rivedere i compagni di classe, perche' non possono piu' andare in vacanza al mare.
La vita in un campo profughi e' stretta, non ci si puo' muovere, si e' stretti tra le tende dei vicini, tra la paura di non trovare i soldi per il cibo questo mese, tra il timore di essere arrestati a un check point. E quelli a cui questa vita va piu' stretta sono i bambini, che hanno voglia di muoversi, di crescere, di parlare e di esprimersi, ma qui non si puo', sei profugo, non sei un bambino come gli altri. La scuola libanese ti e' inaccessibile, quella dell'UNHCR solo se puoi permetterti i soldi dello scuolabus. Lo spazio per giocare e' la stradina fangosa tra una tenda e l'altra, i giochi sono sacchetti di plastica trasformati in palloncini.
La vita quotidiana e' rischiosa, le tende non sono un posto sicuro per nessuno. E a volte capita che per compiere un'azione banale e quotidiana come lavarsi, si possa trovare la morte, perche' sei piccolo, non sai ancora come funzionano i cavi per scaldare l'acqua. Oppure capita che in inverno, con il freddo e la stufa che funziona solo quando ci sono i soldi per il gasolio, ci si ammali, che arrivino la febbre e l'influenza ma che non ci sia nessun dottore disposto a curarti, perche' sei un bambino siriano, e nessuno puo' pagare per te.
E se tutto va bene, se non c'é nessun banale imprevisto e riuscirai a diventare adulto, quali prospettive ci saranno per te? Per te che non hai studiato, non sai ne' leggere ne' scrivere, per te che sei cresciuto senza la tranquillita', la sicurezza e l'affetto di una casa dove stare con la tua famiglia, per te che hai visto solo la guerra e le sue conseguenze.
A volte, pero', c'é qualcuno che non cede alla rassegnazione, che decide di prendere in mano la propria vita e quella dei propri figli, di provare a reagire alle condizioni terribili che qualcun altro ha deciso per lui. E cosi', nel campo dove viviamo e' nata da qualche settimana una piccola scuola. Per il momento e' una tenda come le altre, vista da fuori, ma dentro ci sono gia' i banchi e la lavagna, e le prime lezioni sono iniziate grazie a dei volontari, sia libanesi che siriani, che ogni giorno vengono qui a insegnare a questi bambini le lettere dell'alfabeto arabo.
Ma qui questi bambini e i loro genitori stanno imparando molto di piu' di come tracciare quelle lettere. Stanno imparando che sono loro gli unici proprietari delle loro vite, e che possono reagire, che possono cercare un'alternativa alla rassegnazione e alla disperazione che li circonda. E cosi' ora le serate al campo si passano a incollare e ritagliare quaderni, a riempire gli zainetti o a parlare di cosa ha insegnato quel professore nuovo stamattina. E ogni mattina tutti i 14 bambini del campo arrivano puntuali nel loro banco e iniziano, piano piano, a tenere in mano la matita nel modo giusto, a fare dei disegni colorati e a cantare insieme. E i genitori li guardano sorridenti e orgogliosi: quella che da fuori e' una baracca dentro e' uno spazio dove poter costruire un futuro, dove non si pensa solo agli aiuti che devono arrivare, al lavoro che non si trova e ai mille problemi della vita quotidiana.
Il papa' di tre fratelli del campo ci dice che prima della scuola i bambini, quando vedevano degli stranieri, chiedevano solo: cosa portano, vestiti o cibo? E' stato a quel punto che qualcosa e' cambiato in lui, che ha deciso che bisognava cambiare strada. Quel papa' ha dato il nome alla scuola, si chiama “I nostri bambini, la nostra speranza”.
Maria





