Alieno

Libano/Siria

Tu vivi tranquillamente la tua vita nel tuo Paese che tanto ami, che tanto potrebbe essere bello se solo non mancassero un paio di cose. Il problema è che tu, quelle due cose, le ritieni necessarie, imprescindibili per poter vivere felice, e sei pronto a lottare per averle, a rischiare tutto, anche la vita, pur di ottenerle. Sono la libertà e la dignità.

E allora lotti, ma il nemico è troppo forte e perdi tutto. Perdi ogni cosa che avevi, perdi la casa, perdi i parenti, gli amici, perdi quel Paese che tanto ami e che tanto desideravi migliore. Così sei costretto a scappare per sopravvivere, e ti rifugi in un Paese vicino assieme a chi è riuscito a fuggire con te. Ma i problemi non finiscono perché a te non è rimasto più niente e in questo nuovo Paese non sei il benvenuto.
E ti ritrovi lì, nella tua umile tenda, quando arriva un alieno. È completamente diverso da te, parla un'altra lingua, ha altri usi e costumi. Eppure è venuto fin qui dal suo mondo per vedere te, perché è interessato a te, alla tua storia. E si mette nella tenda accanto alla tua, come la tua, forse anche un po' più brutta, e vive esattamente come te. Ogni sera viene ad ascoltarti, a sentire i racconti del tuo Paese che tanto hai amato e che tanto ami e che tutt'ora sogni, a sentire la storia di come sei fuggito, di come sei arrivato qui e delle difficoltà della tua vita ora. E così quell'alieno, anche se sembra che non faccia niente, ti restituisce un po' di quella cosa per cui avevi lottato e che ora non hai più, ti restituisce una briciola di dignità. Poi metti che quell'alieno un giorno si metta ai fornelli e cucini per tutto il campo.

Questo esercizio di immedesimazione mi è stato fatto da un volontario di lungo periodo una sera in cui gli avevo confessato di come mi sentissi impotente di fronte a tutto quello incontrato qui.
Certo che quello atterrato un mese fa è un alieno un po' buffo e i siriani non hanno mancato di prenderlo in giro fin dal primo giorno. Ridono dei suoi piercing e dei suoi tatuaggi, ridono del suo sguardo perso e della sua aria distratta, ridono dei suoi silenzi e delle poche parole che pronuncia male. Ridono con lui, che si presta a queste cose, sa stare al gioco ed ha capito che prenderlo in giro è un modo per accoglierlo.
Dal primo pranzo a cui è stato invitato uno dei discorsi più frequenti sulla bocca delle donne del campo è il suo bizzarro modo di mangiare. Non è assolutamente in grado di mangiare senza posate, ogni volta che allunga un pezzo di pane verso un vassoio iniziano già a sorridere sapendo che metà finirà sui suoi pantaloni. Si dice inoltre che non mangi gli animali - ma dai! nemmeno il pollo? - ma non mancheranno più volte di provare a fargli cambiare idea. Però le cose che mangia le sa cucinare bene e quando ha fatto le crepes per tutto il campo le donne sono andate nella sua tenda a chiedergli la ricetta.
L'alieno ha un nome difficile per la lingua araba, così i soprannomi si sprecano, dal più semplice Jak (Zak per i bambini) all'originale Jaguar, passando per il più esotico Jafar. Tutti hanno imparato a conoscerlo e se lo vedono camminare, anche se ha la testa bassa o guarda da tutt'altra parte, urlano e si sbracciano per salutarlo. E l'alieno ricambia contento, vuole un sacco di bene a questa gente.

Questo alieno sono io, che non so stare seduto a gambe incrociate per più di mezz'ora senza che mi vengono le formiche ai piedi. Ogni visita in tenda è uno spasso ma occorre ogni volta fare i conti con il tè. Te lo servono in piccoli bicchierini ed è zuccheratissimo, mentre io sono abituato a berlo amaro a casa. In un paio di sorsi è già finito, ma non fai in tempo ad appoggiare il bicchiere che loro hanno già in mano la teiera per riempirtelo di nuovo. A nulla valgono le tue proteste. E quindi giù un altro bicchiere, poi un altro e poi un altro ancora. Trucco imparato dopo due settimane: quando non si vuole dell'altro tè non bisogna finire il bicchiere. In occasioni particolari preparano uno squisito tè al cumino nel quale mettono le arachidi salate, che secondo me proprio non ci stanno e rovinano il tutto. Poco male, mi dico, mangio subito le noccioline e poi mi gusto il tè, contento di farmelo riempire più volte stasera. Macché! Quando vedono il mio bicchiere senza arachidi si battono la mano in fronte. Jak! Cosa hai fatto?! Che ho fatto? Non dovevi finire le arachidi ma tenerle nel bicchiere per dell'altro tè! Non ne combino una giusta. Nuova manciata di arachidi. La vecchia mi dice qualcosa che i miei compagni, piegati in due dal ridere, si rifiutano di tradurmi.

Ho un po' di timore a riprendere la mia navicella spaziale, che tutti qui sognano di poter prendere, dopo le notizie che sento arrivare dal mio pianeta così intollerante. Mi riprometto di raccontare ciò che ho visto, ascoltato, sentito, e mi chiedo come farlo senza scadere nel retorico. Temo però che molti non saranno disposti ad ascoltarmi, convinti di avere già la verità in bocca perché è una verità che fa comodo. Temo che sarò più alieno a casa mia di quanto non lo sia qui. Mi prenderanno per un filoterrorista? Insulteranno pure me? Ci crederanno quando dirò loro che ero quello con la barba più lunga?

Stasera però sono stanco e non ho voglia di uscire assieme all'altro volontario per andare in visita. Rimango in tenda, telefono ai miei per salutarli e tranquillizzarli, apro il mio sacco a pelo e lo stendo sul materasso, prendo un'altra coperta per proteggermi dal freddo. Prima di coricarmi esco per andare in bagno. Dopo aver finito svuoto un bottiglione d'acqua nella turca. Esco dal bagno chiudendo la cigolante porta in lamiera che fa sempre troppo rumore. Abbastanza perché si senta nelle tende vicine, anche e soprattutto per la mancanza di muri protettivi. Esce di corsa il nostro vicino di casa - ehm, forse è meglio dire vicino di tenda, è l'abitudine di venire da un mondo dove gli uomini vivono ancora nelle case - e mi chiama: Jak! Jak! Vieni! No guarda, sono molto stanco, stavo per andare a dormire. Vieni! Forza! No veramente, grazie ma... Entra! Non è un invito il suo. Mi tocca cedere. Nella tenda c'è anche l'altro volontario che se la ride. Hanno cucinato il cavolo bollito nel riso, un piatto di lunga preparazione cucinato nelle grandi occasioni. Devo assolutamente mangiarlo. Non dico nemmeno che ho già cenato, so che non servirebbe a niente. Finisco velocemente il piatto messomi davanti, così non ci penso più, dimenticando il trucco del tè. Riempito nuovamente il piatto. Però è proprio buono. Con chi stavi parlando di là? Ero al telefono con mia mamma. E cosa dice? È preoccupata che mangi abbastanza, sorrido. Scoppiano tutti a ridere, mentre io continuo a mangiare. L'anziana signora capofamiglia mi guarda e mi fa: Le hai detto che hai una mamma anche qui?

Esercizio di immedesimazione numero 2: arriva un alieno sulla Terra, un alieno vero, venuto dallo spazio. Viene da te e, dopo le dovute presentazioni e averti fatto passare lo shock iniziale, ti chiede come vivete su questo pianeta. Più nello specifico ti chiede quali sono le cose che ogni persona dovrebbe avere, senza le quali non si può vivere, i diritti fondamentali e inalienabili (appunto perché è un alieno) di un uomo. Cosa rispondi? Dai, non citare la carta dei diritti dell'uomo, sii più fantasioso, vuole farina del tuo sacco l'alieno, fai un piccolo sforzo. Fatto? Ecco, ora l'alieno ti chiede come fai a tollerare che ci siano milioni di persone che non hanno nessuno dei diritti che hai appena elencato.

Jacky Stardust