"Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti." (Antonio Gramsci)
"Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri miei stranieri." (don Lorenzo Milani)
Mi trovo in una grande tenda assieme ad una quarantina di uomini tutti siriani. Ne conosco solo quattro o cinque di loro. Sono l'unico straniero. Un uomo vestito interamente di bianco, seduto dall'altro lato rispetto a dove sono io, sta parlando. Parla piuttosto velocemente in un arabo che somiglia a una cantilena. Direi che sta recitando qualcosa a memoria. Ad ogni sua pausa gli uomini attorno a me rispondono con una formula che credo prestabilita, non riesco a comprenderla detta così in tono sommesso, come le risposte alla preghiera del parroco in chiesa. In effetti anche questa è una preghiera. L'uomo in bianco cambia tono e tutti chinano il capo e rivolgono i palmi delle mani verso l'alto. Io non so come comportarmi e rimango sospeso a metà. Sono l'unico che non è musulmano in questa tenda e non so se pregare con la loro gestualità possa essere visto come irrispettoso. Recito mentalmente un eterno riposo. Una volta che l'uomo in bianco finisce di parlare, tutti si passano le mani in volto come per lavarselo. Passa quello che presumo essere il proprietario della tenda con una grande caffettiera in mano e tre tazzine nell'altra. Distribuisce le tazzine alle prime tre persone e ci versa una lacrima di caffè. Aspetta che venga bevuto e poi continua il giro usando sempre le stesse tazzine. Si beve sempre caffè quando muore qualcuno.
Due giorni prima
Mi trovo nella nostra tenda assieme all'altro volontario. Sono quasi le dieci di sera di una lunga giornata faticosa ma produttiva. Ci rilassiamo e iniziamo a staccare il cervello prima di dormire. Scherziamo, ridiamo, spariamo cazzate. Parliamo dei libri che stiamo leggendo, entrambi accaniti lettori facciamo a gara su chi ne ha letti di più. Pensiamo alle ragazze che sogniamo ci stiano aspettando a casa. Ascoltiamo musica reggae. Quando qualcuno bussa alla porta. È un profugo del nostro campo. Nonostante l'ora lo invitiamo ad entrare, fedeli all'ospitalità araba, ma lui rimane fermo sulla porta senza fare un passo. Non sorride come al solito. È morto un bambino.
Mezz'ora dopo
Mi trovo nella tenda adiacente alla nostra. È la prima volta che il profugo più allegro del campo mi saluta senza tante feste. Nessuno ha voglia di scherzare questa sera. La mamma culla il proprio bambino, pensando che sarebbe potuto succedere a lui. Ha gli occhi rossi e tira su con il naso senza nascondere la propria commozione. Piano piano riusciamo a conoscere tutti i particolari. Un secchio d'acqua, un filo penzolante delle corrente elettrica usata abusivamente per scaldarla. Un'operazione estremamente pericolosa, folle, se non fosse per risparmiare quei pochi soldi che ti permettono di comprare il cibo. Il bambino di 7 anni l'avrà visto fare molte volte dai genitori, genitori che in quel momento non si trovavano in tenda. I particolari diventano ancora più macabri. Il bambino trovato un'ora e mezza dopo dalla sorella di poco più grande. L'inutile corsa in ospedale. "Sono scappati dalla guerra in Siria per morire qui".
Una tragica fatalità, una terribile disgrazia che non si poteva evitare. Queste parole non si possono dire qui, in questa situazione. Non si può imputare la colpa nemmeno all'imprudenza del bambino, al fatto che fosse lasciato solo in tenda. È una vittima della guerra, è stato ucciso dalla guerra. Lui era scappato dai bombardamenti, dai cecchini, dalla guerra più esplicita, ma non si è messo in salvo, perché in questa guerra, che è mondiale, c'è un'arma di distruzione di massa ben più potente delle armi chimiche di Assad. È quella che tollera che loro vivano senza soldi in una tenda pericolante. È quella che li costringe a rischiare nuovamente la vita in mare dopo essere fuggiti dalle bombe per sperare in un futuro migliore. È l'indifferenza. La nostra indifferenza. Pensare che non ci riguardi, che sia lontano, che in fondo non possiamo farci niente, che non cambierà mai niente. L'illusione che non sia un nostro problema.
Qualche mese prima
Mi trovo a casa di mia nonna. L'idea di partire non si è ancora concretizzata nella mia mente, ma sento già qualcosa muoversi dentro, qualcosa che devo ancora codificare, un'energia da incanalare. Ascolto molto interessato i racconti di mia nonna riguardanti la seconda guerra mondiale. Mia mamma nota la mia particolare attenzione, vede una luce nei miei occhi e mi chiede, sospettando già la risposta, se, nato 70 anni prima, sarei stato partigiano. Sì, lo sarei stato.
Ora mamma rifammi quella domanda, che la mia risposta è cambiata, ti direi: sì, lo sono. Sono partigiano perché ho deciso di parteggiare, ho deciso di non essere indifferente, perché voglio un mondo differente. Non penso di poter cambiare il mondo, penso di dover cambiare il mondo. Ho deciso di schierarmi all'alba di questa terza guerra mondiale e di stare fino in fondo con la mia Patria di oppressi, dalla parte delle vittime, condividendo la loro vita e le loro sofferenze. Ho deciso di combattere senza imbracciare un fucile perché so che la nonviolenza e la compassione sono più forti dell'odio e della violenza. Ad una pace violenta contrappongo una lotta nonviolenta. Ho deciso di essere partigiano.
Nome di battaglia Jaguar






