C'è chi dice che oramai la tempesta è passata e il vento porterà il bel tempo, mentre altri affermano sicuri che il peggio deve ancora arrivare. E` una questione di prospettiva, modi diversi di prendere la vita. Essere sempre pronti al peggio o sperare nonostante tutto? Si può ancora sperare? E` lecito? Sono in grado io di sperare per loro?
Ognuno vuole dire la sua su Zina, questa tempesta, ma sono pochi quelli che hanno guardato realmente il meteo in questi giorni. Fra chi dice che è solo una calma provvisoria nella tempesta c'è anche il profugo che sta aspettando con noi sul ciglio della strada che costeggia il campo, ma non sembra molto turbato da questa sua previsione, come chi ne ha passate di tutti i colori. Si accende una sigaretta e conta i soldi raccolti. 50.000 lire. Annuisce soddisfatto. Ha l'aria da duro, con radi capelli spettinati e la barba incolta di una settimana, un ghigno stampato in volto e un'espressione da ribelle. Sarebbe perfetto per recitare la parte del gangster in qualche film americano, soprattutto per gli occhi. Neri. Profondissimi. Ci puoi annegare in un mare di malinconia. Sono gli occhi che hanno tutti qui al campo, anche i bambini, bellissimi, che queste notti non hanno dormito spaventati dai temporali, piangendo aggrappati alle gonne colorate delle loro mamme. Pure noi quattro non abbiamo dormito. La nostra tenda ha tremato e sbattuto per tutta la notte, ma miracolosamente non ha imbarcato acqua. Non tutti possono dirsi altrettanto fortunati.
Il nome però non è un nome da duro. Significa padre della primavera, come la primavera araba, una stagione che sembra così lontana in questo freddo, in questa miseria. Due fari illuminano la strada squarciando la notte. E` il nostro uomo. Saliamo. Assalamu halayykum, dico all'autista mentre chiudo violentemente la portiera salendo sul sedile posteriore. Lui mi risponde, mi allunga la mano da stringere, senza però mai voltarsi. Non riesco a vederlo in volto, imbacuccato com'è non riesco nemmeno ad identificarlo. Mi sono scordato il nome, so di conoscerlo, sicuramente l'avrò già visto da qualche parte, ma ora non so dove piazzarlo. Troppe le persone conosciute in questi giorni, le storie sentite, il dolore condiviso. Forse troppo per me, che sicuramente mi aspettavo una situazione terribile ma non puoi arrivare a capirla finché non ci sei dentro, non vivi con loro, come loro. E forse nemmeno allora ci riesci, perché comunque tu hai una casa e un biglietto di ritorno. La loro casa non c'è più ed il loro biglietto sarà valido soltanto in un futuro che da qui non si può vedere.
Primavera prende posto nel sedile accanto all'autista. Continua a fumare e tiene il finestrino abbassato, noncurante del freddo e dell'aria che mi arriva in faccia. Gelo. Metto le mani in tasca ed indosso il cappuccio della giacca. Sotto, ho un pile ed un'altra felpa. Due paia di calzini non bastano per tenermi i piedi caldi negli scarponi. Non avrei mai pensato di patire così tanto il freddo in Libano, io, che vengo dalle montagne dove ora starà nevicando, per la gioia dei turisti impegnati a sciare e a godersi gli ultimi giorni di vacanza senza pensare a cosa accade nel resto del mondo. Un modo di vivere così diverso da quello che mi sono scelto. Non ho nemmeno mai imparato a sciare.
All'incrocio ci fermiamo al distributore di benzina. Scendono l'autista e Primavera. Aprono il bagagliaio. Quello che stanno facendo sembrerebbe illogico all'occhio dei più, quasi nessuno se lo aspetterebbe, ma la disperazione porta anche a questo. Quando è venuto a dirci cosa avevano intenzione di fare, anche noi abbiamo voluto dare il nostro contributo e ci siamo offerti di accompagnarlo. Per evitare casini. I siriani hanno il coprifuoco e non possono girare per strada dalle sei di sera alle sei di mattina. Guardo il contatore dei litri del distributore salire veloce, mentre il mio fiato si condensa. Come nella nostra tenda.
Girare per le strade libanesi non è mai un'esperienza tranquilla e rilassante, con i sorpassi azzardati, le curve prese contromano, le precedenze non rispettate, la continua sinfonia di clacson squillanti. In più il nostro autista non sembra molto sicuro di sé e fa almeno due manovre in più per fare un'inversione a U. Abbiamo sbagliato strada? Ci siamo persi? Siamo sicuri di sapere dove dobbiamo andare? Faccio fatica a pensare ad una strada da seguire, mi sembra tutto buio, nessun lampione a illuminarci, nessun cartello ad indicare la via, nessuna speranza all'orizzonte. In lontananza si vedono le luci della Siria al di là del confine. Così vicina, così lontana.
Svoltiamo in una stradina privata dietro un casolare e ci annunciamo con due colpi di clacson, aspettando che qualcuno ci venga incontro. Scendono sempre e solo i due siriani davanti. Scaricano il bagagliaio. Ripartiamo. Nella seconda casa vive un bambino con una grave malformazione che non gli permette di mangiare. Che poi non è una casa, e la sua non è nemmeno vita. Ci fermiamo per la terza ed ultima volta da una donna con un tumore al seno in fase avanzata. Deve essere operata ma la sanità in Libano è privata e ha a malapena i soldi per mangiare. Probabilmente morirà. Funziona così se non hai i soldi, e i profughi di soldi ne vedono pochi. Qualche lavoretto occasionale, ma con la pioggia nessuno li chiama. E gli aiuti umanitari scarseggiano, arrivano tardi e con questo freddo non bastano più. Anche nel nostro campo il gasolio per le stufe è oramai agli sgoccioli.
Primavera scarica le ultime due taniche, risale in macchina e dice qualcosa in arabo all'autista. Questo ci riporta al campo e ci saluta. Solo ora riesco a guardarlo negli occhi e mi ricordo di quando era venuto nella nostra tenda. Camminiamo in silenzio nel buio, fra le tende del nostro campo, sotto un immenso cielo stellato senza luna che ora mi fa sognare. Hanno organizzato tutto da soli i profughi, avvertendoci solo a cose fatte. Soldi da parte non ne hanno, ma sono riusciti comunque a fare una colletta per comprare il diesel da portare a chi è ancora più sfigato di loro. Sperando che nemmeno il loro finisca presto.
La notte mi sembra meno buia ora che riesco a vedere un'umanità che resiste nonostante la barbarie attorno, una fiamma di speranza che non si spegne, come quella dell'accendino di Primavera che rimane accesa nonostante il forte vento continui a soffiare. Una lunga tirata di sigaretta, poi, con il suo solito sorriso da sornione ci fa: bene, ora venite nella mia tenda a bere il tè.
JaK






