Diario da... espulsione dal Libano

Libano/Siria

Avrei voluto scrivervi dalla nostra tenda in Libano, insieme a tante persone a cui voglio bene e con cui avrei voluto stare ancora del tempo: "Buonanotte e buon Natale da Telabbas".
Invece mi ritrovo in Italia, dopo essere stato respinto come indesiderato all'aeroporto di Beirut, una settimana fa.

Troppi visti turistici, non puoi essere ancora un turista, mi hanno detto all'aeroporto, dopo un breve interrogatorio e 15 ore di attesa in cui mi hanno trattenuto senza motivazioni esplicite e privandomi del passaporto.
Ma se avessi detto che le mie erano motivazioni umanitarie mi avrebbero respinto comunque, visto che il governo libanese sta dando una stretta agli ingressi degli operatori umanitari. Questo probabilmente col duplice scopo di rendere più difficoltoso il lavoro delle ONG e quindi disagevole la presenza dei profughi (se già non lo fosse a sufficienza...) e di far sì che più stipendi vengano pagati a personale locale. Perché -forse pensano- degli stranieri (che non vogliono i profughi a casa loro) dovrebbero arricchirsi con gli aiuti ai profughi in Libano?
Dopo altre 15 ore, e la seconda notte passata in uno squallido e sporco stanzino, sono stato messo sull'aereo per Bologna, con scalo a Istanbul.
Non sono state 30 ore di vuoto.
Sono state piene di concentrazione per l'interrogatorio, di attese inquiete, di impegno nel contattare amici e istituzioni che potessero sbloccare la mia situazione, di speranza, di rabbia, di avvilimento, di affetto per le persone che non avrei incontrato, di vicinanza degli amici.
Sono state anche 30 ore piene di umiliazione, perché magicamente senza passaporto decadi da "ospite rispettato" a "potenziale criminale". Chi ha il tuo passaporto invece, o forse più semplicemente chi ha potere di fronte a chi è debole, si può dimenticare che sei un essere umano, che vali esattamente quanto lui: allora ti può dare ordini, farti stare in un posto indecente, ignorare i tuoi bisogni e le tue richieste di aiuto. Questo è successo in minima parte a me, e molto di più alle decine di persone che erano con me e che non avevano neanche la fortuna di essere occidentali.
Sono state 30 ore piene di umanità e di incontri. Tanti siriani che scappavano dalla guerra. Volti tesi allo spasmo verso la speranza. Lacrime di frustrazione e disperazione su duri volti arabi, davanti al futuro e i propri risparmi svaniti. Volti di bambini esausti e pazienti. Ho condiviso i cioccolatini e il panettone portati per festeggiare il mio arrivo.
Un ragazzo curdo-siriano mi ha detto: che te ne importa se ti rimandano in Italia? Non è bella l'Italia?
Fortunatamente il mio traballante arabo mi ha permesso di capirlo.
Lui ce l'ha fatta, è riuscito ad arrivare in Turchia, come voleva, e a sognare un lavoro da stuccatore di interni.
Quanto a me, vedrò se riesco a rientrare nel prossimo futuro.

Ma ai nostri confini, che succede?

Buonanotte da Bologna e Buon Natale, festa di rottura dei confini...
Corrado