Contesto generale

I Mapuche sono uno dei popoli nativi più numerosi di Cile e Argentina.
Si stima che circa un milione di persone in Cile si definisca tale.
A differenza di altri popoli originari, vittime di genocidio ed etnocidio durante la colonizzazione spagnola del continente, il popolo Mapuche è riuscito ad arrestare l’avanzata dei conquistadores, stabilendo, con una serie di trattati, un territorio di autonomia che si estendeva per tutto il sud, dal fiume Bio Bio (nel centro dello Stato attuale).
Questo riconoscimento è riconfermato anche dopo l’indipendenza cilena nel 1818.
È dagli anni 50 dell’800 tuttavia, che il governo centrale cileno inizia a programmare la graduale annessione del Wellmapu, cioè le terre Mapuche e le più fertili della regione, prima legittimandola attraverso leggi, poi fomentando la criminalizzazione del popolo nativo come ostacolo allo sviluppo dello Stato e infine dal 1861 al 1883 avviando una campagna militare chiamata “Pacificazione dell’Araucanía”.
“Pacificazione” che è di fatto una vera e propria occupazione e un nuovo genocidio laddove gli spagnoli non erano a suo tempo riusciti e che getta la prima base di sfiducia e conflitto tra Mapuche e stato-nazione.
Alle famiglie sopravvissute all’occupazione furono concesse terre ampiamente ridimensionate e appena sufficienti per la sussistenza, impedendo l’accesso agli ancestrali beni comuni (foreste, fiumi…) e stabilendo parallelamente grandi latifondi di coloni, spesso europei.
Oggi, molti di quei latifondi sono passati nelle mani di grandi imprese nazionali e transnazionali che in Cile, come in generale in America Latina, gestiscono i principali monopoli di materie prime e risorse naturali, secondo un modello estrattivista rafforzato durante la dittatura di Pinochet dal 1973.
È durante il regime, infatti, che il Cile diventa campo di sperimentazione del neoliberismo statunitense e le maggiori imprese e risorse (compresa l’acqua) vengono privatizzate a favore di imprese e corporazioni multinazionali.
Imprese del legname e derivati (empresas forestales), piscicoltura e allevamento intensivo di salmone (salmoneras), miniere, mono-coltivazioni agricole, progetti energetici come idroelettrico e eolico: oggi sono questi alcuni dei principali pilastri di potere contro cui le comunità Mapuche si scontrano nella richiesta di restituzione delle loro terre ancestrali.
Negli anni della dittatura, quindi, il despojo (spoglio) delle terre Mapuche e la loro discriminazione etnica si è rafforzato, culminando in sfratti forzati e persecuzione politica: la stessa Costituzione del 1980, in vigore ancora oggi (giugno 2022), non riconosce l’esistenza del popolo Mapuche e degli altri popoli originari in Cile.
Dal 2021 è iniziato un processo costituente di scrittura di una nuova Costituzione che includerebbe, se approvata a settembre 2022, parti dedicate ai diritti specifici dei popoli indigeni e della natura.
In generale, soprattutto a partire dagli anni ‘90, lo Stato cileno ha iniziato a includere il tema nella sua legislazione, emanando per esempio una Legge Indigena e creando la Corporazione Nazionale per lo Sviluppo degli Indigeni (CONADI) con il compito di porsi come mediatore tra Stato e comunità nella compera e restituzione delle terre ancestrali, di promuovere l’educazione e contribuire a diffondere la loro cultura.
Nel 2008, inoltre, il Cile ha ratificato la Convenzione sui Diritti dei Popoli Indigeni, la Convenzione ILO 169 che in particolare prevede l’impegno dello Stato a consultare le comunità indigene e includerle nei processi decisionali riguardo progetti nei territori ancestrali (Land Rights).
Tuttavia, sia l’applicazione effettiva della Convezione ILO 169, sia l’efficacia della CONADI sono molto discusse e criticate sia dalle comunità stesse, che da ONG e parti internazionali.
Nella prassi, grandi progetti estrattivi sono approvati giornalmente bypassando i sistemi di valutazione dell’impatto ambientale e l’impegno all’inclusione e coinvolgimento delle comunità locali. In questi processi poco trasparenti, spesso la CONADI è direttamente coinvolta e fatica a rispondere alle reali richieste di restituzione delle terre.
È in reazione alla depredazione degli ecosistemi naturali e al sentimento di un debito storico sulla terra che dagli anni ‘90 si è intensificata la pratica di “recuperación” (recupero o rivendicazione) delle terre da parte di molte comunità Mapuche che rioccupano territori gestiti da coloni e imprese per restituirli all’uso consuetudinario e comunitario.
È in questi anni che il popolo Mapuche inizia a ricostituirsi come tale, organizzandosi in alleanze e coordinamenti, inaugurando una bandiera comune, media indipendenti e portando avanti di fatto una lotta politica, non solo etnica o culturale come spesso è presentata.
Recuperazioni, sabotaggi e incendi di macchinari d’impresa, rivitalizzazione della lingua mapudungun, scioperi della fame degli arrestati (presos politicos) e altri metodi più o meno pacifici, fanno tutti parte dei variegati percorsi con cui le comunità Mapuche cercano di riaffermare la propria autodeterminazione e autonomia.
Il popolo Mapuche lotta per essere riconosciuto, per la propria identità culturale, perché i figli possano accedere ad un’educazione nella loro lingua nativa, perché ci sia un risarcimento anche materiale contro tutte le sottrazioni di terre ancestrali.
Tuttavia, questo fermento politico e culturale ha nel tempo ricevuto una risposta repressiva da parte dello Stato, che parte da una forte e capillare criminalizzazione mediatica.
Le strategie di criminalizzazione sono inoltre diventate particolarmente evidenti con la crescente applicazione contro i Mapuche della cosiddetta “Legge antiterrorismo” ideata in tempi di dittatura: una pratica denunciata più volte da attori nazionali e internazionali, tra cui la Corte Interamericana dei Diritti Umani.
Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha affermato che in Cile esiste un “modello di violazioni sistematiche” contro i Diritti del popolo Mapuche, mentre il rapporto 2017-2018 di Amnesty International esprime preoccupazione per l’uso eccessivo della forza della polizia e per l’impunità a loro riservata anche nei confronti di minori.
Oggi il conflitto si concentra principalmente in Araucanía, la regione con più alto tasso di povertà del Paese e storicamente più degradata da attività estrattive di grandi imprese, dove ormai da anni è riconfermato dal governo lo stato di eccezione.
Uno stato di emergenza che implica forte militarizzazione con droni, carri armati, aerei senza pilota, oltre mille poliziotti dispiegati e radar geo referenziati.

 

La presenza di Operazione Colomba in Libano è iniziata nel settembre 2013. Dopo alcuni viaggi esplorativi in tutto il Paese, nell'aprile del 2014 è iniziata una presenza fissa nel villaggio di Tel Abbas e in uno dei campi profughi ad esso adiacenti.A Tel Abbas ci sono circa 3000 abitanti di cui 2000 cristiani ortodossi e 1000 musulmani sunniti. Negli ultimi due anni si sono aggiunti 2000 siriani musulmani sunniti.
Questo villaggio si trova a nord del Libano, in una delle regioni più povere e con il maggior numero di profughi, a soli 5 km dal confine con la Siria.
Vivere a Tel Abbas permette di condividere la vita e di entrare in relazione con persone di diversa provenienza e appartenenza etnica, politica e religiosa, confrontandosi con posizioni molto diverse rispetto al conflitto siriano.
Nell'estate 2014 un'escalation di violenza tra gruppi jihadisti e militari libanesi ha portato a ritorsioni sia di civili che di militari nei confronti dei profughi siriani.
Un campo di siriani adiacente a Tel Abbas è stato minacciato di incendio. Le persone del campo, impaurite, hanno chiesto la presenza protettiva dei volontari (i campi profughi non sono riconosciuti come tali dallo Stato libanese e non possono essere ne' gestiti ne' protetti dalle Nazioni Unite).
La presenza si è quindi concentrata sul campo ed è continuata perché effettivamente aiutava a mantenere basso il livello di tensione con i libanesi.
E' stata così costruita una tenda nel campo, come quelle siriane. Da allora i volontari vivono con loro condividendo la quotidianità. .
Il vivere al campo è diventato indirettamente fonte di sicurezza anche per i libanesi cristiani che, impauriti dalla presenza dell'ISIS nel territorio, vedevano in ogni siriano un potenziale terrorista. Vivendo al campo si è “dimostrato” che quel posto è privo di pericoli per loro.
Si è iniziato inoltre a vivere anche insieme ai libanesi cristiani, qualche giorno al mese, per costruire con loro relazioni di amicizia e di fiducia che permettono ai volontari di fungere da mediatori e costruire ponti di dialogo tra le diverse comunità.

Obiettivi generali

  • Stare accanto ai profughi e, ove possibile, aiutarli nelle necessità più immediate e concrete;
  • Abbassare la tensione e favorire il dialogo tra siriani e libanesi per una migliore convivenza e perché si creino legami di solidarietà;
  • Trovare alternative valide all'attuale situazione dei profughi siriani;
  • Promuovere vie di risoluzione al conflitto efficaci e condivise;
  • Mantenersi costantemente aggiornati sugli sviluppi della situazione siriana, attraverso informazioni affidabili apprese dalle persone direttamente coinvolte nel conflitto;
  • Qualora si ripristinassero le condizioni minime di sicurezza, tentare un viaggio esplorativo in Siria per valutare un'eventuale presenza.

 

Attività specifiche


A partire dalla vita nella tenda, i volontari portano avanti varie attività:

  • Condivisione e visite alle famiglie siriane, sopratutto a quelle più fragili e in difficoltà; ascolto delle persone ed sostegno affinché siano esse stesse le prime ad attivarsi nella ricerca di soluzioni alle difficoltà;
  • Visite ai libanesi cristiani e musulmani. Grazie ai volontari, che fanno da tramite, si sono create occasioni di relazione tra la comunità locale e i siriani del campo profughi. Alcuni libanesi, nel fare visita ai volontari, sono entrati per la prima volta nel campo e si sono resi conto delle condizioni in cui i loro vicini vivono. Ne sono scaturite importanti dimostrazioni di solidarietà: ad esempio alcuni libanesi hanno aiutato a costruire una tenda-scuola nel campo dove ora insegnano qualche ora al giorno in maniera gratuita;
  • Lezioni ai bambini nella scuola del campo e organizzazione di momenti di svago e di incontro, soprattutto per i ragazzi, quali partite di calcio e pomeriggi di pesca al fiume;
  • Collegamento fra i bisogni dei profughi e le realtà in grado di soddisfarli (UNHCR, ONG, municipalità locale): Operazione Colomba è l'unico gruppo internazionale che vive stabilmente all'interno di un campo profughi e questo permette ai volontari di conoscere sempre in tempo reale le necessità delle persone e di individuare gli organismi che possono provvedere ad esse. Si effettuano accompagnamenti in cliniche ed ospedali, segnalazioni di violenze ed abusi, segnalazioni di situazioni di estrema necessità. Dove gli altri non arrivano, si interviene in prima persona, in varie forme, con il lavoro materiale, raccolte di fondi e medicinali, donazioni di sangue, ecc.;
  • Raccolta di testimonianze e redazione di report, comunicati stampa, relazioni, diari affinché la voce di tante persone scappate dalla guerra possa arrivare in Italia e si ravvivi l'attenzione su un conflitto ormai dimenticato;
  • Elaborazione di concrete soluzioni al conflitto siriano ed elaborazione di alternative valide per l'attuale situazione dei profughi, attraverso un lavoro politico svolto a più livelli, in loco, in Italia e nelle sedi internazionali, con rappresentanti istituzionali e della società civile.

 

 

Dopo la caduta del regime comunista, durante il quale l’Albania fu oggetto di una politica isolazionista portata all’estremo per oltre quarant’anni, il paese ha vissuto un periodo di fortissima instabilità e turbolenza economica e sociale.

Nel 1991, l’Albania divenne una Repubblica parlamentare e nel 1992 si svolsero le prime elezioni libere. Queste ultime furono vinte dal Partito Democratico ed il suo leader, Sali Berisha, venne eletto Presidente della Repubblica. Nonostante fossero messe in cantiere importanti riforme politiche (creazione di istituzioni democratiche) ed economiche (proclamazione del libero mercato), i primi anni novanta furono caratterizzati da una forte instabilità politica e da continui cambi di governo. La transizione dal regime comunista alla democrazia, dunque, si è dimostrata piuttosto complicata perché caratterizzata da altissimi tassi di disoccupazione, corruzione, infrastrutture obsolete e fatiscenti, reti criminali pervasive e un panorama politico molto frammentato e debole.

Alla fine degli anni '90 l'Albania si è trovata di fronte a una crisi economica importante che ha causato gravi problemi di ordine pubblico. All’inizio del 1997, il collasso delle organizzazioni finanziarie piramidali - prive di regolamentazione - scatenò disordini e violenze popolari, che costrinsero il Governo a dimettersi. In questo periodo, l’Albania era già il paese più povero d’Europa caratterizzato da un alto tasso di criminalità. La rabbia per questo ennesimo scandalo che bruciò i risparmi di migliaia di persone provocò la rabbia dei cittadini che si scatenò in una guerra civile e diede origine a un periodo di “anarchia”. Lo Stato centrale perse il controllo di ampie parti del paese, e nel giro di qualche mese, il governo dichiarò lo stato di emergenza. Vennero saccheggiati numerosi arsenali militari e i civili entrarono in possesso di un gran numero di armi. La violenza caratterizzò molte aree del paese finite sotto il controllo di bande armate.

La debolezza dello stato venne percepita con grande chiarezza dalla popolazione e solo con l’intervento coordinato delle forze di polizia locali e di una forza militare multinazionale a guida italiana (che impegnò 7000 uomini di cui 3000 italiani), con il compito ufficiale della distribuzione di aiuti umanitari, fu possibile favorire la soluzione politica della crisi allo scopo di stabilizzare il paese e ripristinare gradualmente l’ordine. Il crollo generale dell’organizzazione statale accentuò la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni e favorì il ricorso a norme consuetudinarie.

Dal 1999 a oggi (2016) si sono svolte regolarmente tornate elettorali. L’ultima, del settembre 2013, ha visto l’ascesa del Partito Socialista e del suo leader, Edi Rama a capo dell’Esecutivo. Secondo la Commissione Europea tali elezioni, benché caratterizzate da numerose deficienze, possono essere considerate dei grandi passi avanti sulla strada della democrazia nel Paese.

Altre questioni tuttavia rimangono ancora aperte. La forte migrazione interna causa grandi fenomeni di inurbamento, portando alla crescita di agglomerati periferici attorno alle città principali, nei quali le persone si limitano a sopravvivere, spesso in condizioni di grave povertà. La corruzione rimane un fenomeno molto diffuso a tutti i livelli, anche all’interno della magistratura e del governo. La povertà è diffusa e il paese ha ancora una struttura economica prevalentemente agricola, praticata a livello di sussistenza e non per il mercato, in cui stenta a prendere piede una produzione meccanizzata. L’industria non riesce ad assumere una dimensione significativa, anche sotto il profilo tecnologico, che le permetta di essere competitiva sui mercati europei e internazionali, mentre si è sviluppato il settore dei servizi seppure nella forma di microimprese.

Di contro, i programmi dei vari esecutivi succedutisi dal crollo del comunismo a oggi presentano una notevole continuità nella scelta degli obiettivi prioritari di politica estera ed interna: integrazione europea, in linea con l'integrazione nell'alleanza atlantica del Paese avvenuta nell’aprile del 2009 (ingresso nella NATO), relazioni preferenziali con Italia e Grecia, rapporti di buon vicinato con gli altri Stati della regione, sviluppo dell’economia di mercato, lotta alla criminalità organizzata, risanamento delle istituzioni.

Con riguardo al processo di integrazione europea l’Albania nel giugno 2006 ha firmato gli Accordi di Associazione e Stabilizzazione (SAA Stabilization and Association Agreement) con l’UE, un passo importante nel quadro della politica estera e d’integrazione europea. Nel giugno 2014, la Commissione Europea ha concesso al paese lo Status di Candidato all'ingresso nell'Unione Europea.

 

Contesto specifico

Oltre un milione di persone si sono trasferite nell’ultimo decennio dai villaggi isolati delle montagne, in cui la sopravvivenza era diventata insostenibile, ai sobborghi delle principali città del Paese. In particolare Tirana, dal 1992 ad oggi, è passata da meno di 100.000 abitanti a circa 600.000. Le grandi città del Paese solo in parte riescono a soddisfare le istanze socio-economiche generate dal processo di migrazione interna, sfruttando le risorse di un rapido, quanto flebile, sviluppo economico. Quest'ultimo, tra l’altro, è caratterizzato da forti squilibri territoriali di distribuzione della ricchezza prodotta, che si manifesta anche con gravi differenze economiche tra i diversi strati della popolazione. E' un fenomeno tipico dell’introduzione dell’economia di mercato nei paesi in via di sviluppo che determina l’accumulo di gran parte della ricchezza nelle mani di pochi e l’aumento di casi di povertà estrema. I processi in atto generano un evidente scompenso territoriale dello sviluppo e la creazione di sacche di povertà, concentrate nelle periferie delle città. L’entità di questo scompenso è difficilmente misurabile, a causa della velocità dei mutamenti, e gli effetti generati dai meccanismi che ne sono alla base sono destinati a durare per un periodo molto lungo.

Al di là degli interventi urbanistici e del rafforzamento dell’apparato produttivo in grado di generare  posti di lavoro, il nodo strategico da affrontare è rappresentato dall’istruzione. Le nuove tipologie di lavoro, infatti, prevedono livelli di conoscenza che non vengono forniti alla popolazione residente nei sobborghi delle città. Si crea così un paradosso costituito da un’alta domanda di lavoro ed un’offerta qualitativamente non in grado di soddisfarla.

Su un fronte diverso si pone il problema dell’educazione al rispetto delle regole democratiche da parte delle popolazioni residenti nelle nuove aggregazioni suburbane, diventato strategico dopo la caduta del regime comunista, e sul quale bisogna intervenire al più presto con programmi di educazione anche di carattere informale. In pratica, queste aggregazioni di individui da un lato si trovano in una situazione in cui non sono più applicabili le regole del controllo sociale (mores) valide nelle aree tradizionali di provenienza, dall’altro non riescono ad adattarsi velocemente alle regole dello stato di diritto del nuovo regime democratico. Da qui proviene l’adozione della regola primordiale del “vince il più forte”, tipica della sopravvivenza in un ambiente ostile.

In questo quadro e in assenza di uno Stato forte, capace di far rispettare le regole della convivenza democratica e dello stato di diritto, si è assistito alla riesumazione, con riadattamenti, di alcune norme del codice medioevale del Kanun.

Kanun

Le vicende storiche, sociali e politiche che hanno contraddistinto una piccola regione come quella del nord Albania hanno determinato nel corso dei secoli un singolare fenomeno che purtroppo si è tramutato in uno strumento di emarginazione e violazione dei diritti umani fondamentali.

Il fenomeno in questione è quello delle “vendette di sangue”, che a tutt’oggi colpisce diverse centinaia di persone. Le vendette sono l’eredità di antiche prescrizioni normative contenute nel “Kanun”, un codice consuetudinario che ha regolato la vita sociale in questa parte dell’Albania a partire dal 1400.

La presenza di simili prassi e consuetudini è ancora presente, in particolare nelle aree più isolate come la zona montana di Tropoja, ma il numero di casi è alto anche nelle aree urbane e peri-urbane (soprattutto a Scutari e Lezha) dove migrano le famiglie dalle zone rurali e montane. Secondo questo complesso di regole consuetudinarie, quando veniva commessa un'offesa ai danni dell’onore di un uomo o della sua famiglia, il clan di quest’ultimo poteva ricostituirlo in due modi: “emettendo vendetta” attraverso l’uccisione del colpevole o di uno dei suoi parenti maschi adulti; decidendo di perdonare il colpevole e l’intero suo clan di appartenenza.

In caso di vendetta, l'uomo che l’aveva compiuta era costretto a migrare, allontanandosi dal villaggio d’origine, per sfuggire alla successiva vendetta cui andava in contro e per rispetto del lutto causato. Inoltre, la sua famiglia d’origine doveva vivere in condizioni di auto-reclusione per paura di essere oggetto di atti violenti. Questa tradizione, che in un contesto di assenza di altri sistemi legali costituiva una forma di controllo sociale e anche legale, è ricomparsa, in forma degenerata, dopo la fine del comunismo per la difficoltà delle giovani istituzioni albanesi di difendere la legalità in tutte le aree del Paese.

Le donne e i bambini dovrebbero essere esclusi dal fenomeno della vendetta, ma secondo la prassi più recente purtroppo sempre più spesso questo vincolo viene rotto e, quindi, anche i componenti più vulnerabili delle famiglie possono essere considerati a rischio. Quello che era un meccanismo sanzionatorio auto-regolato, che in passato sostituiva le autorità statali praticamente assenti nelle regioni più remote, è nella fase odierna una fonte di soprusi e di continue violazioni dei diritti umani fondamentali, che condanna gli adulti ad una vita improduttiva e i bambini e i ragazzi a vivere nella paura o viceversa nella rabbia e nell'obbligo di vendicarsi.

Le vittime delle “vendette di sangue” sono infatti oggetto di differenti forme di privazione di diritti di base e di discriminazione nell’accesso a questi, in particolare a causa della limitazione della libertà di movimento dovuta alle possibili azioni violente. Ma sono vittime anche i membri della famiglia costretta, secondo specifiche regole patriarcali, a vendicarsi. Questi ultimi, infatti, vivono la propria vita nell'angoscia di dover ristabilire l'onore perduto attraverso un atto estremamente violento. Ne deriva un'educazione alla vendetta che può ricadere sui figli maschi, sui quali pende l'aspettativa  dell'uomo forte che vendica la famiglia offesa.

Queste condizioni provocano l’impossibilità di garantire ai bambini una normale vita sociale e relazionale fuori dal contesto familiare, rendono difficile l’accesso a cure mediche, restringono enormemente le possibilità di trovare lavoro per gli adulti, causano gravi conseguenze psicologiche, e contribuiscono anche alla propagazione delle situazioni di conflitto e violenza in tali contesti di esclusione ed isolamento sociale.

La mancanza di possibilità di accesso ai diritti fondamentali è causata anche dalla scarsa sensibilizzazione della società civile su questo tema e di una generale sotto-stima da parte delle istituzioni pubbliche, che non avviano quindi adeguate risposte in termini di servizi per tali cittadini.

Links

Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII in Albania
Osservatorio Balcani Caucaso sezione Albania
Per quel che ne so - Documentario a cura di Operazione Colomba e Apg23 in Albania
Albania  - il paese di fronte – Documentario di Roland Sejko

 

Contesto generale dopo gli accordi di Pace

Il 24 novembre 2016, il governo colombiano e le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) sono giunti alla firma del Nuovo Accordo di Pace, dopo un iter di 4 anni piuttosto travagliato che ufficialmente ha segnato la fine di 50 anni di conflitto armato. Questo atto ha senz’altro rappresentato un passo storico importante, ma purtroppo non ha ancora portato una pace vera in Colombia. Nonostante la firma dell’Accordo, infatti, parte della popolazione civile, soprattutto nelle zone rurali, vive ancora sotto la costante minaccia della violenza a causa della persistente presenza di gruppi neo paramilitari e della guerriglia dell'ELN. La vita quotidiana degli abitanti di queste aree continua a essere fortemente colpita dal conflitto armato che finora ha provocato più di 8 milioni di sfollati interni e circa 250.000 morti, per lo più civili.
È purtroppo aumentata anche la violenza in tutte le sue declinazioni nei confronti di coloro che, in qualità di esponenti della società civile, di Difensori dei Diritti Umani, di leader di movimenti sociali, di ex-guerriglieri delle FARC-EP, sono pubblicamente impegnati nella costruzione effettiva della pace attraverso percorsi comunitari e inclusivi mirati a tutelare i Diritti Umani e ambientali.
Di fatto, l’escalation degli omicidi a danno di Difensori dei Diritti Umani e di leader di movimenti sociali è stata vertiginosa. Secondo l’Istituto Internazionale per lo Sviluppo e la Pace (Indepaz), la Giurisdizione Speciale per la Pace e altre organizzazioni, dalla firma dell’Accordo a circa metà del 2021, più di 1000 persone, tra Difensori dei Diritti Umani e leader sociali, sono state assassinate.
Inoltre, in questo grave contesto, 267 firmatari dell’Accordo sono stati uccisi. Indepaz denuncia, infatti, come massacri e omicidi collettivi siano purtroppo ritornati ad essere praticati in modo sistematico nel Paese.
Nel report di inizio 2021, la ONG Front Line Defenders rivela che, nel 2020, il 53% degli omicidi di Difensori dei Diritti Umani e ambientali è avvenuto in Colombia, sottolineando come, nel periodo di pandemia, chi ha ricoperto questo ruolo è stato più esposto a rischi quotidiani.

Contesto specifico

Il progetto di Operazione Colomba si svolge principalmente all’interno dei Municipi di Apartadó, Regione dell’Urabá (Antioquia), e di Tierralta, Regione dell’Alto Sinú (Córdoba). In questa area è presente la Comunità di Pace di San Josè de Apartadò. Queste zone sono tra le più colpite dal conflitto armato colombiano e da gravi violazioni dei Diritti Umani, soprattutto a causa dei forti interessi strategico-economici legati al territorio. In particolare, l'area dell'Urabà, regione geografica che si estende attorno al Golfo dell'Urabà, dispone di significative ricchezze minerarie e agroalimentari (non da ultime le coltivazioni illecite di coca). Inoltre, è uno dei bacini d’acqua dolce più grandi del mondo e, per la sua posizione, viene considerata una zona geo-strategica, essendo un grande porto naturale nel mare dei Caraibi e un corridoio aperto verso Panama per traffici di tutti i tipi, leciti e illeciti.
Storicamente questo territorio ha visto contrapporsi i guerriglieri (soprattutto delle FARC), le Forze Armate Colombiane (esercito regolare) e i gruppi paramilitari che sono sorti per tutelare gli interessi di latifondisti, multinazionali e narcotrafficanti. In particolare, i dipartimenti di Antioquia e di Córdoba sono stati teatro di stragi, massacri e omicidi mirati a opera di questi gruppi che hanno applicato una violenza estrema e ogni forma di minaccia per il controllo del territorio.
La Comunità di Pace di San José de Apartadó rappresenta una delle esperienze di “Zone Umanitarie” sorte durante il conflitto armato colombiano per fronteggiare le continue e ripetute violenze. La CdP è nata perseguendo lo scopo di difendere il proprio diritto alla neutralità, alla vita e alla tutela del territorio. Quando la CdP è stata fondata nel 1997, i suoi leader avevano richiesto al governo protezione affinché nessuna fazione armata entrasse nel loro territorio. In questo senso, l’impegno governativo è stato gravemente insufficiente. Più di 300 persone, appartenenti alla Comunità, sono state, infatti, assassinate sia per mano delle FARC e dei paramilitari, sia dall’esercito regolare, spesso connivente con i gruppi armati illegali. Il terribile massacro avvenuto il 21 febbraio 2005, in cui furono uccise 8 persone di cui 4 minori e il più piccolo tra loro aveva solo 18 mesi, fu perpetrato da un gruppo operativo congiunto di militari e paramilitari.
In questa fase del conflitto in Colombia, l’esperienza delle comunità che adottano modalità nonviolente di resistenza alla violenza armata è una risorsa preziosa per il futuro del Paese e il raggiungimento di una vera pace. Il progetto di Operazione Colomba risponde all’esigenza di protezione di queste realtà, come la Comunità di Pace di San José de Apartadó, e dei Difensori dei Diritti Umani impegnati nella costruzione effettiva della pace attraverso percorsi comunitari.

Comunità di Pace di San Josè de Apartadò

La Comunità di Pace (CdP) è un’organizzazione informale della società civile costituitasi il 23 marzo del 1997 a seguito di due massacri, tristemente noti, avvenuti a opera di militari nel settembre del 1996 e nel febbraio del 1997. I membri della Comunità si impegnano a:

  • non partecipare alla guerra, direttamente o indirettamente;

  • non portare armi;

  • non dare informazioni a nessun gruppo armato;

  • denunciare pubblicamente le violazioni dei Diritti Umani commesse dai gruppi armati;

  • partecipare al lavoro comunitario;

  • non reagire alla violenza con la violenza;

  • non accettare risarcimenti in denaro dallo Stato per le vittime, senza che prima siano state fatte verità e giustizia.

La CdP conta attualmente circa 300 membri. Le veredas (villaggi) che fanno parte di questa realtà  si trovano in un territorio molto esteso e impervio, caratterizzato in gran parte da montagne e foreste nella zona nord-ovest della Colombia.
La CdP è solidale con tutta la popolazione civile della zona. Il territorio per le sue ricchezze e per la sua posizione strategica ha visto negli anni del conflitto la presenza e lo scontro di tutti i gruppi armati. In questo contesto, la scelta di vivere nella Comunità comporta il rischio quotidiano della propria vita, come dimostra l’alto numero di vittime registrato al suo interno. Nonostante ciò, i suoi membri non nutrono sentimenti di odio né di vendetta, non progettano azioni armate per farsi giustizia privata, ma portano avanti questo percorso con determinazione, resistendo e chiedendo dignità e rispetto. Proprio per questo, la CdP rappresenta una delle esperienze di speranza e di resistenza nonviolenta al conflitto più ammirate e seguite di tutta l’America Latina. Inoltre, la CdP sfida apertamente un modello economico e di mercato che si basa sullo sfruttamento umano e ambientale e su una strategia di guerra a bassa intensità, dimostrando, da un lato, che queste logiche sono insostenibili a livello locale e globale, e, dall’altro, offrendo al mondo l’alternativa di uno stile di vita che pone al centro le persone, le comunità e la natura.

 

Le colline a sud di Hebron


L'area delle colline a sud di Hebron (South Hebron Hills) si trova nella parte più meridionale della Cisgiordania, tra la città di Yatta e la "green line", la linea di armistizio del 1949 che separa Israele dai Territori Palestinesi Occupati. Nella zona, denominata anche come Masafer Yatta, una delle più povere, aride ed emarginate della Cisgiordania, vivono circa 1400 persone in 15 villaggi: at-Tuwani, a-Tuba, Um Fagarah, Maghayir al Abeed, Susiya, Qawawis, Shib al Butum, Isfey Foqa, Isfey Tihta, al-Majaz, at-Tabban, al-Fakheit, Jinba, Mirkez, Halaweh.

In molti di questi villaggi, soprattutto nei più piccoli e poveri, le famiglie vivono ancora in grotte scavate nella pietra e in tende, per l'assoluto divieto di costruzione imposto dall'amministrazione civile israeliana. Qui la gente vive principalmente di quella poca pastorizia e agricoltura che il terreno semi-desertico consente di sviluppare. Le famiglie, molto numerose, traggono il proprio sostentamento dalla vendita nel mercato di Yatta di latte fresco e di leban (formaggio fresco o secco che si ricava dal latte di capra) o di animali da destinare al macello. La vita di queste persone è quindi molto semplice, profondamente legata alla terra, fatta di una quotidianità in cui si susseguono (in base alle stagioni) i momenti di pascolo, di semina, di raccolto, di lavorazione del latte, di macinatura dei cereali. Il lavoro viene ancora svolto quasi completamente a mano, dato che pochissime famiglie possiedono un trattore e che molti terreni sono in luoghi troppo impervi per potervi accedere con macchinari.

Il villaggio di At-Tuwani

At-Tuwani, con i suoi circa 300 abitanti, è il villaggio più grande di tutta l'area ed è l'unico ad avere una scuola elementare, un piccolo negozio di alimentari, una moschea e una clinica (aperta un solo giorno alla settimana). Le famiglie del villaggio hanno a poco a poco abbandonato la vita nelle grotte, convertite ora in serragli per gli animali, per costruire vere e proprie abitazioni in muratura. Ad At-Tuwani è però concesso costruire solo all'interno degli storici confini del villaggio. Molte case che si trovano al di fuori dei confini sono quindi sotto ordine di demolizione e potrebbero essere abbattute in qualsiasi momento. Oltre a ciò, negli ultimi anni la popolazione del villaggio, grazie al clima di fiducia che si è creato dalla costante presenza di internazionali e dopo i successi ottenuti dalla strategia di resistenza nonviolenta, sta aumentando. Molte delle famiglie, che se ne erano andate negli annni passati perchè non sostenevano più la gravità della situazione, stanno ora facendo ritorno. E' necessario spazio per nuove abitazioni e quindi che l'amministrazione civile israeliana conceda il permesso di costruire anche al di fuori dei confini, cioè di espandere il villaggio secondo i naturali ritmi di crescita della popolazione.

Nelle abitazioni attualmente non c'è acqua corrente e solo dall'agosto del 2010 il villaggio è collegato alla rete elettrica palestinese proveniente da Yatta. Fino ad allora infatti, nonostante anni di continue richieste inoltrate dal sindaco di At-Tuwani e di tanti ricorsi in appello, l'amministrazione civile israeliana aveva sempre negato il permesso di realizzare il collegamento elettrico e il villaggio era costretto a sopperire al proprio fabbisogno con un generatore a gasolio funzionante solo tre ore al giorno. Nel 2009 la comunità palestinese, vedendosi continuamente negare i permessi, aveva preso l'estrema decisione di procedere comunque con i lavori di allacciamento, correndo il rischio di vedersi demolire da un momento all'altro i basamenti o confiscare i piloni. E questo momento arriva infatti il 25 novembre del 2009, quando, a lavori quasi ultimati, l'amministrazione civile israeliana interviene confiscando due piloni dell'elettricità. Ma la comunità non demorde e, ancora una volta con il supporto di alcuni avvocati israeliani e grazie anche all'impegno dell'autorità palestinese, riesce finalmente ad ottenere tutti i permessi. La sera del 12 agosto 2010 anche l'ultimo pilone viene collegato e l'elettricità arriva nelle case. E con essa anche i frigoriferi, fondamentali per riuscire a conservare i cibi in un clima così caldo e poter quindi arricchire l'alimentazione con frutta e verdura.

Il prossimo obiettivo sarà portare l'elettricità da At-tuwani anche negli altri villaggi, alcuni dei quali ne sono comunque già provvisti grazie ad un progetto finanziato dal gruppo israeliano Comet-ME che ha installato pannelli solari e pale eoliche.

L'occupazione militare israeliana


In base agli accordi di Oslo, tutta l'area di Masafer Yatta è classificata come "area C", sotto totale controllo militare e civile dell'esercito israeliano. Questo si traduce, dal punto di vista militare, in una massiccia presenza di mezzi dell'esercito che pattugliano giorno e notte tutta l'area. Molto frequenti sono i checkpoint volanti posti nel punto in cui la strada palestinese che collega At-Tuwani e tutta l'area delle South Hebron Hills alla cittadina di Yatta incrocia la bypass road n. 317 ad esclusivo utilizzo dei mezzi israeliani. Spesso nel corso di questi blocchi i militari tengono fermi i mezzi palestinesi per molto tempo, dilungandosi in controlli estenuanti dei veicoli e dei documenti dei passeggeri.

C'è da sottolineare che lungo il confine più meridionale tra Cisgiordania e Israele, che si trova a soli dieci chilometri da At-Tuwani, non è ancora stata costruito il muro di separazione (che è stato invece completato lungo quasi tutto il resto della Green Line). Quindi quello è di fatto l'unico punto in cui il confine può essere valicato evitando i controlli di frontiera da parte della polizia israeliana. I residenti palestinesi della Cisgiordania devono infatti ottenere un regolare permesso da parte del governo israeliano per poter accedere a Israele. Questi permessi vengono raramente rilasciati e comunque solo a chi può dimostrare di avere un regolare contratto di lavoro in Israele. La maggior parte dei palestinesi però non possiede un regolare lavoro in Israele, ma viene chiamato saltuariamente da aziende edili o agricole nei momenti in cui l'attività è più intensa. In questi casi, un palestinese ha la necessità di recarsi subito in Israele per poter lavorare e l'unico modo per farlo è oltrepassare clandestinamente il confine. Per questo motivo la strada che da Yatta porta prima ad At-Tuwani e poi da lì verso sud fino alla Green Line è percorsa da molti mezzi di lavoratori palestinesi che vanno o tornano da Israele. I controlli e i posti di blocco dell'esercito hanno spesso l'obiettivo di rintracciare questi mezzi. Non è raro quindi nel villaggio assistere ad improvvisi inseguimenti, a sequestri di veicoli e ad arresti.

La pesante militarizzazione dell'area è ulteriormente aggravata dalla presenza, nella parte più meridionale, di una zona di esercitazione militare: la cosiddetta Firing Area 918. Quest'area occupa una superficie di circa 3000 ettari di terra espropriata ai palestinesi. I progetti del Ministero della Difesa israeliano prevedevano addirittura che questa area di esercitazione militare comprendesse tutta la zona delle South Hebron Hills, compresi i villaggi abitati. E' proprio per realizzare questo piano che nel novembre del 1999 tutti i villaggi dell'area (escluso At-Tuwani) furono evacuati e la popolazione letteralmente deportata a nord della bypass road n. 317. La maggior parte della gente riuscì a trovare una sistemazione a Yatta o nei villaggi limitrofi ma molte famiglie, non avendo questa possibilità, vennero provvisoriamente ospitate ad At-Tuwani e fu solo grazie al prezioso supporto di alcuni avvocati israeliani che le famiglie poterono far ricorso presso l'Alta Corte di Giustizia israeliana che, quattro mesi dopo, decretò il loro diritto a far ritorno ai propri villaggi. Il caso è in realtà ancora aperto presso l'Alta Corte perchè il Ministero della Difesa israeliano ha fatto a sua volta ricorso continuando a sostenere la necessità di sfrattare la popolazione palestinese da tutti i villaggi. La gente vive quindi col perenne terrore di essere nuovamente evacuata.

Le conseguenze dell'occupazione militare dal punto di vista dell'amministrazione civile sono anche più drammatiche. La DCO (District Coordination Office), l'organismo dell'esercito israeliano che si occupa di tutte le questioni civili, ha il compito di amministrare tutto il territorio palestinese compreso nell'Area C.

Questo significa che i palestinesi che vivono in quest'area sono costretti a chiedere alla DCO i permessi per costruire qualsiasi tipo di edificio, oppure per asfaltare una strada, per realizzare delle infrastrutture (rete elettrica, rete idrica, fognature, …), per costruire pozzi, ecc.

Ma da quando esiste, la DCO applica una costante politica di restrizioni, di continui rifiuti alle richieste di permessi di costruzione, di demolizioni di edifici considerati illegali; tutto con la deliberata intenzione di limitare la crescita demografica e lo sviluppo economico delle comunità palestinesi. La zona delle South Hebron Hills è un evidente esempio di come questa politica venga applicata sistematicamente; nel solo villaggio di At-Tuwani, decine di edifici sono sotto ordine di demolizione, compresa la moschea, la clinica e la scuola, così come l'asfalto sulla strada principale. Per non parlare del fatto che non ci sono i permessi per realizzare una rete idrica che porti l'acqua dalla cisterna all'ingresso del villaggio fino a tutte le abitazioni; l'acqua viene prelevata dalla cisterna con una pompa e poi trasportata con un trattore che va a riempire le piccole cisterne poste sopra i tetti delle abitazioni.

L'occupazione civile: insediamenti e coloni israeliani


L'area delle colline a sud di Hebron è anche tristemente nota per le violenze perpetrate dai coloni israeliani ai danni della popolazione palestinese (per un approfondimento vedi i report di Yesh Din e di OCHA)

A partire dalla fine degli anni '60 (subito dopo la Guerra dei Sei Giorni) fino ad oggi, tutti i governi israeliani hanno incoraggiato e sostenuto economicamente la costruzione di insediamenti civili israeliani all'interno dei territori occupati palestinesi. L'area delle South Hebron Hills non fa eccezione e, dai primi anni '80, ha visto quindi sorgere una serie di insediamenti che nel corso degli anni si sono ingranditi fino a raggiungere le attuali dimensioni.

Secondo il diritto internazionale, e in particolare secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, la Seconda Convenzione dell'Aja e numerose risoluzioni dell'ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Da questi vanno distinti gli avamposti, cioè piccoli insediamenti allo stato embrionale di solito formati da qualche caravan o container, illegali sia secondo il diritto internazionale sia secondo la legge israeliana. Gli esperti in materia fanno poi una ulteriore distinzione tra insediamenti “economici” e insediamenti “ideologici”. I primi sono insediamenti molto grandi che sorgono in luoghi strategici soprattutto per il controllo delle risorse; ne sono un esempio tutti gli insediamenti che sorgono intorno a Gerusalemme (Gilo, Pisgat Ze'ev, Ma'ale Adumim, ecc.) e che, pur essendo all'interno dei territori occupati, appaiono e vengono definiti come dei normalissimi quartieri periferici della città. I coloni che vivono in questi insediamenti lo fanno per motivi prevalentemente economici, visto che lo stato israeliano incentiva la propria popolazione a spostarsi negli insediamenti concedendo vari tipi di agevolazioni economiche e fiscali, e spesso neanche si rendono conto di vivere all'interno di un insediamento.

Gli insediamenti “ideologici” sono invece tutti quegli insediamenti, di solito non molto grandi e posti in luoghi periferici della Cisgiordania (per esempio tutti gli insediamenti nella città vecchia di Hebron o quelli intorno alla città palestinese di Nablus, ma anche quelli nella città vecchia e nei quartieri arabi di Gerusalemme), creati da gruppi di coloni convinti che tutti i territori attualmente palestinesi debbano essere annessi allo stato israeliano per creare la Grande Israele, così come scritto nella Bibbia. Questi coloni sono considerati veri e propri pionieri nella conquista del territorio e sono determinatissimi a portare a termine la propria missione. Per un approfondimento sulla storia della colonizzazione dei territori palestinesi e sulle varie tipologie di insediamenti, vedi il report di B'Tselem: "Terra Rubata. La politica israeliana di insediamento in Cisgiordania".

Gli insediamenti e gli avamposti israeliani che sorgono nell'area delle South Hebron Hills sono da considerarsi “ideologici” e i coloni che vi abitano, a cui viene comunemente attribuita una ideologia di tipo “nazional-religioso”, sono in assoluto tra i più radicali e violenti di tutta la Cisgiordania. Fino ad oggi i problemi principali sono stati creati dai coloni che abitano l'insediamento di Ma'on e l'avamposto di Havat Ma'on o Hill 833 (a solo un centinaio di metri da At-Tuwani), dall'insediamento di Suseya (adiacente all'omonimo villaggio palestinese) e, anche se in forma minore, dall'insediamento di Karmel (adiacente al villaggio beduino di Umm al Kher) e dagli avamposti di Avigayil e Mitzpe Yair (vicini ai villaggi di Umm Fagarae Shaab el Butum).

I coloni attaccano di frequente i palestinesi, ostacolando le attività quotidiane delle comunità locali con l'obiettivo di portarle ad un livelllo tale di esasperazione da convincerle ad abbandonare le proprie terre. Negli anni, i coloni hanno: distrutto i campi coltivati e gli uliveti, danneggiato le strutture, avvelenato le cisterne d'acqua, avvelenato i pascoli, rubato o ucciso animali, minacciato e aggredito i palestinesi impedendo loro di accedere liberamente alle proprie terre. L'esercito israeliano, pur essendo obbligato per il diritto internazionale a proteggere la popolazione palestinese occupata, è in realtà spesso complice delle violenze perpetrate dai coloni. Ogni volta che i coloni commettono una violazione più o meno grave, i palestinesi vittime di quella violazione sporgono denuncia presso la polizia israeliana (e più precisamente presso la stazione di polizia di Kiryat Arba, insediamento nei pressi di Hebron) che nella stragrande maggioranza dei casi non investiga nemmeno per raccogliere prove e trovare il colpevole del reato. I coloni, rimanendo quindi sempre impuniti e non subendo mai conseguenze, non hanno di fatto alcun motivo per smettere di commettere violenze.

Per evitare di essere attaccati, adulti e bambini palestinesi sono costretti ad utilizzare percorsi alternativi, più sicuri perchè molto distanti dall'area abitata dai coloni ma anche molto tortuosi e più lunghi rispetto alle strade normalmente utilizzate in passato. Un esempio emblematico di questo problema è rappresentato dalla strada che collega il villaggio palestinese di Tuba ad At-Tuwani. Da circa dieci anni la strada, pur essendo pubblica e non compresa nei confini ufficiali dell'insediamento di Ma'on, non viene più utilizzata dai palestinesi che sono stati ripetutamente attaccati dai coloni lungo il tragitto. La strada è la via più breve percorribile da mezzi che collega il villaggio di Tuba al resto della Cisgiordania e l'impossibilità di utilizzarla ha conseguenze immani. I palestinesi di Tuba, per potersi recare ad At-Tuwani o a Yatta, di solito percorrono un sentiero scosceso a piedi o al massimo a dorso d'asino e per tutte le attività che richiedono l'utilizzo di un mezzo (trasporto di mangime per gli animali, rifornimento di acqua, ecc.) sono costretti ad utilizzare una strada più lunga di almeno quattro volte con il conseguente aumento dei costi.

Una delle conseguenze più drammatiche di questa situazione è la difficoltà, per i bambini di Tuba e di Maghayir al-Abeed, di frequentare l'unica scuola di tutta l'area che si trova appunto ad At-Tuwani. Per anni i coloni hanno impedito ai bambini di utilizzare la strada, minacciandoli e picchiandoli. Alcune famiglie si sono arrese a questa situazione ritirando i bambini dalla scuola e altre si sono viste costrette a mandare a scuola i bambini attraverso un sentiero molto più lungo che richiede circa un'ora di cammino (contro i venti minuti della strada diretta). I bambini hanno però subito attacchi anche lungo questa strada più lungo e soprattutto anche dopo che gli internazionali di Operazione Colomba e Christian Peacemaker Teams hanno iniziato a scortarli alla fine del 2004. E' stato soltanto dopo uno di questi attacchi, in cui un internazionale ha riportato ferite piuttosto gravi, che la Commissione per i diritti dei bambini del Parlamento israelian, mossa dall'indignazione di gran parte dell'opinione pubblica e della stampa, ha iniziato a valutare il problema concludendo che da quel momento i bambini sarebbero andati a scuola utilizzando la strada diretta ma scortati da una pattuglia dell'esercito israeliano che avrebbe avuto il compito di proteggerli in caso di minacce o attacchi. Questo genere di scorta non è però in grado di garantire ai bambini la totale sicurezza, dal momento che i coloni spesso attaccano comunque i bambini e che di frequente i soldati israeliani arrivano in ritardo per la scorta o addirittura non si presentano esponendo i bambini ad un rischio elevatissimo durante l'attesa. 

Per una panoramica dettagliata delle violazioni che la popolazione palestinese delle South Hebron Hills subisce da parte sia dei coloni sia di esercito e polizia, si consiglia di consultare il report di B'Tselem: "Means of Expulsion: Violence, Harassment and Lawlessness Toward Palestinians in the Southern Hebron Hills".

I palestinesi delle South Hebron Hills: la scelta nonviolenta di uomini, donne e bambini


La popolazione delle South Hebron Hills è rimasta profondamente legata alle antiche tradizioni locali. Si tratta di una società patriarcale, in cui gli uomini hanno generalmente più possibilità di spostamento e di accedere ad un'istruzione elevata rispetto alle donne, e fondata sulla famiglia, per cui sposarsi è fondamentale e lo si fa quando si è molto giovani, soprattutto per quanto riguarda le donne. Le famiglie sono molto numerose, di solito mai con meno di sei o sette figli. Il padre pensa al sostentamento economico della famiglia occupandosi di allevare gli animali e di coltivare la terra o, più recentemente, viste le difficoltà ad accedere alle proprie terre e l'aridità del territorio, trovando lavoretti saltuari a Yatta o in Israele. La madre pensa alla casa e all'educazione dei figli, si occupa del raccolto quando è maturo, munge gli animali. I bambini vanno a scuola la mattina e, dall'età di sei/sette anni, aiutano con gli animali se sono maschi o in casa se sono femmine.

Il Comitato Popolare delle South Hebron Hills

Alla fine degli anni '90 gli uomini di At-Tuwani e dei villaggi limitrofi decidono di rispondere ai continui soprusi organizzandosi in una vera e propria forma di resistenza popolare. Danno così vita al Comitato Popolare delle South Hebron Hills, gruppo informale che riunisce rappresentanti di tutti i villaggi dell'area, con l'obiettivo di rispondere all'occupazione militare e civile israeliana con forme di resistenza nonviolenta e di denunciare i soprusi di coloni ed esercito israeliani che minano i diritti fondamentali delle comunità palestinesi.

Raccogliendo le richieste provenienti da tutti i villaggi dell'area, il Comitato ha negli anni coordinato dimostrazioni nonviolente, manifestazioni di protesta, azioni collettive e dimostrative di pascolo e di lavoro nei campi o azioni nonviolente per far fronte ad emergenze, nelle quali donne uomini e bambini svolgono un ruolo attivo.

Con il coinvolgimento e il supporto dei media locali e di Operazione Colomba e Christian Peacemaker Teams, il Comitato svolge lavoro di advocacy, nel tentativo di portare all'attenzione dell'opinione pubblica le condizioni di vita delle comunità palestinesi dell'area. Tra il 2009 e i primi mesi del 2011 hanno visitato At-Tuwani: Tony Blair, rappresentante del Quartetto per il Medioriente, il console statunitense e Salam Fayyad, primo ministro palestinese.

Il Comitato si occupa anche di organizzare, insieme ad associazioni e gruppi israeliani, attività per i bambini volte alla riconciliazione con l'altra parte. In quest'ottica i bambini si sono recati più volte in Israele per giocare a calcio con bambini di alcuni kibbutz e, nel mese di febbraio 2011, alcuni ragazzi residenti nella cittadina di Sderot (la città israeliana più vicina al confine con la Striscia di Gaza e frequentemente colpita da razzi kassam) con le loro famiglie si sono recati in visita ad At-Tuwani trascorrendo tutto il giorno con le famiglie palestinesi del villaggio.

La Cooperativa delle donne

Grazie all'iniziativa di una delle donne di At-Tuwani, nata e cresciuta nella città di Yatta ma trasferitasi all'età di sedici anni dopo essersi sposata con un uomo del villaggio, anche le donne si sono organizzate per costituire una cooperativa. L'idea iniziale era che anche le donne potessero riunirsi per discutere dei propri problemi ed emanciparsi dalla propria condizione di inferiorità economica e culturale. Trovando forti resistenze da parte di alcuni uomini del villaggio, le donne hanno quindi iniziato a riunirsi con il pretesto di realizzare alcuni manufatti tessili da poter rivendere. Grazie ai numerosi gruppi di internazionali che ogni anno visitano At-Tuwani, i manufatti sono stati e vengono tuttora effettivamente venduti. Il ricavato viene utilizzato per pagare gli studi universitari a due ragazze del villaggio e per sopperire ad altre necessità della comunità. Oggi la Cooperativa è unanimemente accettata ed è formata da più di trenta donne che si incontrano regolarmente per organizzare la proprie attività. Una particolare iniziativa promossa nel 2010 ha permesso alle donne di recarsi in gita in Israele per un giorno, visitando Tel Aviv e andando al mare.