Ho conosciuto un gruppo di mamme, le chiamo “straniere” perché non sono greche, ma sono tutte europee. Simili a me, noi e i nostri bambini abbiamo passaporti privilegiati, ci muoviamo fluidi da uno Stato all’altro, attraversiamo i confini senza neanche accorgercene. Mi consigliano parchi giochi, spiagge fuori città e zone tranquille dove passeggiare. Poi ci sono le persone migranti. Anche molte di loro sono mamme: vorrei scambiarmi anche con loro consigli sulla maternità ma invece mi ritrovo a essere io quella che dà le informazioni utili: dove trovare mense solidali, vestiti a poco prezzo, un dottore gratis, un tetto dove dormire qualche notte.
Le parole fanno emergere tutta l’assurdità della situazione: expat o migranti siamo tutte in movimento, siamo tutte straniere: la differenza è nel privilegio.
Io vivo da un lato come mamma expat e dall’altro come attivista solidale con le persone migranti. Eppure sento che queste due parti comunicano e si contaminano a vicenda. Vado con le famiglie sudanesi a giocare al parco consigliato dalle mamme straniere, e alle mamme straniere racconto del nostro lavoro fuori dai campi profughi e le storie di chi ci vive. Sono una e contengo tutto, guardo la mia bambina ridere insieme ai suoi coetanei a volte tedeschi a volte sudanesi e penso che per lei è uguale, basta che ci siano i bimbi e le altalene e la giornata è perfetta. E alla fine mi ricordo cosa tiene insieme tutto questo caos, queste giornate in cui saluto in greco, parlo in arabo e canto ninna nanna in italiano. Il desiderio più forte e limpido che mai di crescere mia figlia in un mondo dove i confini non esistono, o se proprio devono esistere, tutti quanti possiamo attraversarli come e quando ci pare.
Maria




