Sognare la banalità del bene

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro,
ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”
Lev Tolstoj, Anna Karenina


Le famiglie che ho conosciuto in Albania sono spesso infelici, ognuna a suo modo. Sentono il peso del destino su di sé, vivendo la vendetta di sangue come un fato ineluttabile.
Ho conosciuto un uomo che mi ha rinfacciato il suo lutto per la perdita del figlio, ucciso giocando a calcio davanti a casa; con lo sguardo severo e la voce ferma, mi ha ricordato che io figli non ne ho, e che dunque non posso capire cosa significhi perderne uno.

Ha ragione. Come posso chiedergli di pensare al perdono?
Ho conosciuto una donna che cresce i suoi figli da sola, per via di un marito assente e violento. L’educazione della numerosa famiglia è ricaduta su di lei, che ripropone alla figlia l’unico modello che conosce, il suo; le propone (impone?) un fidanzamento a soli sedici anni con un uomo adulto, e la lascia in attesa di un matrimonio, che a lei fa ingenuamente battere il cuore di adolescente.
Ho conosciuto una donna che ha perso la figlia maggiore, uccisa forse per errore in una faida in cui non doveva essere coinvolta. Da allora, la sua famiglia soffre incessantemente, sopravvive in bilico tra la  vendetta cieca e la richiesta di una giustizia che stenta ad arrivare.
In Albania l’infelicità si respira nei salotti polverosi, nei ritratti dei defunti appesi alle pareti, negli occhi frustrati di chi si sente incredibilmente solo. L’infelicità - ogni famiglia a suo modo - si legge nella cronaca nera dei quotidiani: la conta giornaliera dei morti.
E domani? Cosa succederà domani? Talvolta il domani fortunatamente arriva prima, arriva già oggi. E fa respirare anche un pizzico di felicità.
Quell’uomo, quello che ha perso un figlio sotto casa, ha una nipote, che incarna il suo futuro e tiene stretta tra le manine di pochi mesi la speranza di una riconciliazione tra generazioni, tra vivi e morti, tra rami collaterali dello stesso clan, tra famiglie in vendetta dello stesso quartiere. Vedo gli occhi del nonno brillare di gioia quando lei gli sorride e guarda con curiosità il mondo nuovo. Ecco la felicità.
Quella donna forte ha altri figli, quella ragazza ha molti fratelli, che hanno cercato di impedire quel matrimonio; sono giovani uomini che vogliono affermare la propria identità in questa realtà, che cercano di dire ad alta voce che sono molto altro, oltre che vittime della vendetta di sangue. Sono ragazzi che spendono le loro energie per voltare pagina e per diffondere il messaggio che non c’è alternativa al perdono. Superano la timidezza e ripetono pazientemente all’ennesimo passante scettico che bisogna eliminare il fenomeno della vendetta e guardare avanti; lo dicono con la consapevolezza di chi ne ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze, e con l’orgoglio di chi si accorge di avere molte più capacità di quanto gli sia stato fatto credere. Ecco la felicità.  
Quella donna, a cui è stata tolta una figlia, ogni tanto respira a pieni polmoni, si lascia trascinare dalle nostre risate e sente il cuore più leggero. Un giorno ci ha detto che capisce quanto siamo preoccupati per lei, a volte le pare che ci preoccupiamo anche troppo. Reclama una maggiore presenza delle istituzioni, per sé e per noi: chi lavora per il valore più alto - la Pace - dovrebbe ricevere tutti gli onori dagli Stati del mondo, dice lei. Sa qual è la direzione da prendere per perdonare se stessa e riconciliarsi con l’altro, senza per questo dimenticare sua figlia, ma a volte non riesce a percorrerla, e si lascia vincere dal dolore. Allora la rabbia le obnubila la mente e si fa più forte l’attrattiva della vendetta. Ma quando la mente resta lucida e il dolore lascia spazio alla speranza, quella donna scorge un futuro sereno per i suoi figli, educandoli ad amare il prossimo e a perseguire il bene. Ecco la felicità.
Talvolta il domani arriva inaspettatamente. E allora le famiglie felici si somigliano tutte. Continuo a sognare la banalità del bene.
Sara